L’educatore Professionale - Esperienza nella “Bassa soglia” d’accesso

01/01/2002 - di Lucio Serio

Nelle storie di un operatore che ha attraversato tutte le modalità di contrasto della tossicodipendenza, una testimonianza (anche cruda) della necessità di superare gli steccati e le opzioni esclusive tra di esse

Non è mia abitudine scrivere e descrivere il lavoro che svolgo, se non attraverso le relazioni per i servizi, attraverso le presentazioni degli interventi, da riportare ai colleghi, e/o ad altri servizi. In ogni caso ci proverò. Ci proverò raccontando uno spaccato della mia esperienza professionale e personale intrisa d’emozioni, di ricordi vecchi e recenti, di volti e di storie, di gratificazioni e di sofferenze.


La comunità:
La mia esperienza come educatore professionale sulla ”Strada” è recente. Ho infatti lavorato per molti anni in comunità terapeutica per il recupero di ragazzi e ragazze tossicodipendenti. Credo sia necessario partire da qui. Gli ospiti arrivavano (anzi continuano ad arrivare) in struttura dopo un percorso spesso impervio, come potete immaginare. Anch’io, infatti, immaginavo i loro percorsi spesso tortuosi e molto degradanti.
Attraverso i colloqui individuali e i lavori in gruppo ascoltavo le storie di vita, e le parole di chi si raccontava diventavano, spesso, immagini. Immagini che in ogni caso non rappresentavano mai (e non potevano rappresentare) fino in fondo la realtà, se non altro perché erano le loro storie, non la mia. Probabilmente perché le mie “identificazioni” (molte, vi assicuro) non “fotografavano” fino in fondo le disperazioni, le degradazioni, che si celavano dietro quei racconti, dietro quei volti che non sempre rispecchiavano alcuni racconti; sui quali non sempre era “stampata” l’immagine di una storia “pazzesca” di tipo sia personale che familiare. Non tutti infatti, e per fortuna, portavano sul viso i segni di questo pezzo di vita così degradante, che magari si erano “scelti”, o che, forse, non avevano avuto altra possibilità se non quella di scegliere (credo che per molti sia così… almeno… credo). Questi lunghi, spesso lunghissimi percorsi, che li portavano a “scegliere” la via della “guarigione”, io non li vedevo (forse per mia cecità), li immaginavo solo, ma poi ero troppo preso dalla quotidianità, ero troppo concentrato e centrato sul mio ruolo d’educatore (obiettivi, strumenti, progetti, verifiche) e spesso forse ho perso di vista la persona che avevo di fronte. Ovviamente non me ne faccio una colpa, è una considerazione. Loro erano lì, avevano chiesto una mano. Noi tentavamo di dargliela. Anzi, spesso, eravamo convinti (e non di rado loro con noi) che senza di noi non ce l’avrebbero mai fatta… senza tenere conto che erano arrivati fino lì... senza di noi… con le loro gambe e le loro storie…

Quando tre anni fa ho iniziato a lavorare sui progetti cosiddetti a Bassa Soglia d’accesso, ovviamente, mi sono “portato” con me alcune immagini, una determinata impostazione, chiare aspettative.
Le immagini che mi erano rimaste impresse erano legate al lavoro con i tossicodipendenti in comunità, ragazzi che in una qualche maniera più o meno consapevolmente e in maniera più o meno forzata avevano già deciso di tentare la via dell’emancipazione dalle sostanze: la via della “guarigione”. Queste immagini erano maturate attraverso i racconti dei ragazzi, le decisioni prese all’interno dell’équipe, le riflessioni maturate in supervisioni, la formazione, etc.
L’impostazione era sostanzialmente basata sul fatto che l’ospite (utente) è venuto in comunità a chiedere una mano e io educatore (noi, comunità) gliela do… le aspettative erano legate all’impostazione: noi (io educatore) ti aspettiamo, tu (utente) devi raggiungerci.
Non tutti purtroppo però arrivavano, raggiungevano e raggiungono le comunità….non tutti. Per svariati motivi: perché non “sanno”, perché non ce la fanno, perché non vogliono. Nel frattempo continuano il loro percorso. Si fanno le loro “storie”. Magari aggiungono alla loro storia overdose su overdose. Qualcuno si ammala. Oppure smettono da soli (pochi a dire il vero).


Il Centro Osservazione e Diagnosi (COD):
Ho iniziato a lavorare dapprima in un COD (Centro Osservazione Diagnosi). L’impostazione era comunque comunitaria, residenziale. Gli ospiti che vi accedevano venivano lì, sostanzialmente, per disintossicarsi. Per prepararsi alla comunità. Alcuni erano ai primi approcci con i servizi, altri arrivavano dopo molti tentativi, spesso “fallimentari”, che si aggiungevano e si sovrapponevano uno all’altro.
Molti di loro non avevano ancora fatto la “scelta” della “guarigione”. Alcuni lo dicevano quasi spudoratamente ed in maniera quasi provocatoria: “….io sono qui per una 'vacanza' dalla sostanza…..”. Ma non solo, credo che la vacanza fosse anche da una vita sregolata, da un posto letto sistemato in una qualsiasi stazione di una qualche grande città, dall’astinenza del cibo, dalla mancata possibilità di farsi una doccia. Ma questo solo alcuni (pochi) te lo dicevano; i più “spudorati”, appunto. Forse i più “veri” o più semplicemente quelli che non avevano null’altro da perdere “…..tanto…peggio di così’…”. É una frase che spesso mi “risuona” nella memoria.
Ho in mente la difficoltà nello stare “vicino” ai ragazzi che erano agli sgoccioli con lo scalaggio di Metadone. E mentre stavo vicino a questi, con l’occhio vigile e la mente concentrata sul ragazzo che cominciava a dare i primi segnali, mi rendevo conto che forse avrebbe potuto farcela, che probabilmente la “vacanza” che si stava prendendo stava portando alcuni piccoli ed immaturi frutti. Forse, pensavo in quei momenti, Roberto sta iniziando a pensare alla comunità, ad una vita diversa a….…ma non mancava mai l’emergenza. “…Caazzzo (no, non è proprio professionale, ma in alcuni momenti è proprio così che pensi) Lucio (mi chiamano così) corri, Zaccaria si è tagliato….”. Lì ho toccato con mano quella che è ora definita doppia diagnosi. Ossia diagnosi di tossicomania accompagnata ed associata a qualche disturbo della personalità. Una bella bomba, che l’operatore spesso si trova a gestire senza gli strumenti (appunto) adeguati se non quelli legati all’esperienza, al buon senso e ad un po’ di sangue freddo.


“La Strada”:
Beh… sì anch’io come tanti sono arrivato alla “strada”. Dopo due anni di lavoro al COD.
Mi è stato infatti chiesto di andare a lavorare sui progetti a Bassa soglia d’accesso con i tossicodipendenti ancora attivi all’uso di sostanze; si trattava di gestire una struttura di prima accoglienza notturna per persone S.F.D. (senza fissa dimora). Dimenticavo… a Bologna.
Il primo impatto, nonostante l’esperienza maturata al COD, è stato abbastanza forte. Mi piaceva molto l’idea, ma non riuscivo a cogliere appieno il senso. Là “giù”, per strada, non si parlava più, o così io mi immaginavo, di progetti, di setting, etc. Siringhe, preservativi, buco pulito. Si parlava di riduzione del danno, strategia utilizzata nei paesi anglosassoni per ridurre i danni dall’uso di sostanze. Strategia che, pian piano, ha negli ultimi anni preso piede anche in Italia. Più volte, nei primi mesi, mi sono chiesto che cosa ci stavo a fare… laggiù. Che senso avesse scambiare siringhe, distribuire profilattici. Mi chiedevo, e ne abbiamo discusso tanto in équipe, in supervisione, se questo potesse aiutare, servire…
All’inizio, per strada, la relazione con le persone, quasi paradossalmente, pareva venisse messa in secondo piano. Devo dire che ho ripensato molto al lavoro in comunità. E credo che questo mi abbia aiutato molto nel trovare il senso del “nuovo” lavoro. Ho ripensato ai percorsi dei ragazzi che erano arrivati in comunità. Percorsi che come dicevo prima mi immaginavo solo. Beh, lì li vedevo, li toccavo con mano. Scambiare siringhe poteva e doveva diventare, oltre che un modo per far evitare inutili contagi, uno strumento per creare relazione.
Mi pare possa, il lavoro in strada, quasi “chiudere” un cerchio. Quasi a sottolineare una complementarietà con il lavoro svolto in comunità, terapeutico. Per strada l’aggancio in comunità o altrove l’emancipazione dalla sostanza. Anche questo, devo dire, è molto rischioso. L’aspettativa generale credo continui ad essere quella che tutti per forza debbano “guarire”. In questi anni di lavoro per strada mi sono reso conto che forse non è possibile, che forse è un’aspettativa troppo alta, un’utopia. Credo che sia necessario fare i conti anche con la volontà e la possibilità dell’altro, di chi hai di fronte, con la richiesta che ti fa. Se ti chiede un panino perché ha fame non gli puoi certo dire che deve smettere di bucarsi. Forse gli puoi dare il panino e sperare (lavorarci sopra) che ritorni e che ti chieda un panino ed un letto……….

Armando 62 anni una sera di mezz’estate, un caldo afoso, dopo una mezza rissa (all’interno di una struttura d’accoglienza notturna) mi inizia a raccontare questa storia. Io non gli avevo chiesto nulla. Mi ero limitato a chiedergli come va?. D’altra parte A. l’avevo già incontrato decine e decine di volte. Uomo molto mite, riservato…ma quella sera….
“…avevo creato un <<impero>>. avevo fatto tutto da solo…Da un piccolo furgoncino ad una cooperativa di trasporti. Poi, dopo dieci anni di lavoro e sacrifici, abbiamo scoperto che il commercialista ci aveva imbrogliato….La finanza una mattina di maggio è venuta a bussare alla porta e ci ha lasciato solo i vestiti che avevamo addosso. Sono rimasto per strada con una famiglia da mantenere e da sostenere (moglie e tre figli)…fortuna che non mi sono tolto la vita…allora mi rimaneva solo quello….”
Durante e dopo questa dichiarazione più volte mi sono commosso (ovviamente come professionista non potevo farlo vedere…). Finito il racconto non ero certo se quello che mi aveva raccontato fosse vero, fonte d’immaginazione, se fosse in parte vero ed in parte costruito, immaginario…Chi lo sa ….Beh alcuni giorni dopo ho scoperto che corrispondeva a verità. Quell’uomo distrutto ma con una grande dignità, era stato truffato tanti anni fa dopo anni di duro lavoro….proprio come mi aveva raccontato lui…Ora era con tutta la sua famiglia per strada. O meglio era stato per strada ora vive presso un dormitorio…senza più nulla se non la sua famiglia , la sua dignità…..la sua essenza d’uomo.
Armando non si è mai drogato, forse ha bevuto, forse beve, chi lo sa. Ma continua a lavorare duramente, è sempre disponibile… ma è sulla strada, ai margini della nostra grande città, civiltà…

Nei primi mesi del 2001 si doveva partire con un progetto di intervento sulla “popolazione punkabestia” che bivaccava sul territorio di Bologna. L’avvio di questa iniziativa era complessa; ci si doveva inserire all’interno dei gruppi, riconoscere ed instaurare una relazione con i leader. Decidemmo di affidarci ai peer operator (ragazzi che ancora hanno uno stile di vita di piazza ma che …) Incontrai Roberto, tossicodipendente, lo conoscevamo già. O meglio i miei colleghi lo conoscevano già. Aveva dormito per un po’ di tempo all’interno di un Riparo notturno per persone S.F.D.. All’inizio l’approccio non è stato semplice. C’era molta diffidenza da parte sua: “…. Mi sa che dietro si nasconde il "pacco"”…, mi continuava a ripetere. Poi un giorno lui ed un altro ragazzo che conoscevano molto bene i gruppi di punkabestia mi telefonarono: “guarda ci abbiamo pensato vorremmo collaborare…vediamoci in Piazza Verdi (Bologna) alle 23.00 di questa sera…”
Roberto 32 anni adesso vive in questa struttura per l’accoglienza dei punk. E’ il mediatore e punto di riferimento e per gli ospiti e per gli operatori. Non so se si fa ancora, forse un po’ meno. Ha iniziato a fare teatro è pagato per il lavoro che svolge... Non so se R. “guarirà”, se si emanciperà dall’uso di sostanze. So che ora lavora, ha un tetto, fa un’attività (che gli piace), ha nuove relazioni. Forse il suo stile di vita è un po’ migliorato e chissà magari un giorno……

Due storie (tre anzi, c’è anche la mia) molto diverse tra loro sia per le età dei due “ragazzi” sia per il tipo di percorso, sia ….
Mi pareva importante riportarle perché hanno segnato (insieme a tante altre) il mio percorso di operatore. Mi hanno fatto intravedere uno spiraglio. Mi hanno permesso, in un certa misura, di ricongiungere la mia esperienza iniziale (in comunità) a quest’ultima.
Non so se questo breve scritto sia esaustivo, completo e professionalmente accettabile (non ho volutamente parlato di strumenti, aspettative, obiettivi, etc..). É la mia esperienza di vita. Operativo ed esistenziale, professionale e personale