Kamasabile, (ri)apriamo il dibattito - Superabile, marzo 2010 - 2

26/03/2010

Se uno scivolo che sostituisca o si aggiunga a dei gradini e un ascensore per raggiungere il quarto piano sono un mio diritto; se l’apprendimento della geografia e la partecipazione alla vita scolastica insieme ai miei compagni e il lavoro rientrano trai miei diritti; e si potrebbe continuare, la lista sarebbe lunga; se tutti questi sono miei diritti, il sesso, la sessualità, la vita affettiva cosa sono? Direste, così innocentemente, che di ciò si tratta? A pensarci bene, ci sembrerebbe quasi più legittimo considerarli “doveri”, con tutte le virgolette del caso, per non essere fraintesi.
Allora, come possono essere considerati diritti? Che senso ha quest’associazione? Cosa si nasconde dietro di essa, quali ragioni?
Quando e se una cosa manca, è assente nella vita di tutti i giorni, non trova il modo di realizzarsi, esplicarsi, è allora che può diventare un diritto? E una volta che si sia riconosciuto questo statuto al sesso, cosa abbiamo risolto? Adesso che è un diritto, chi e come mi viene garantito che io potrò esercitarlo? Chi mi difende e mi assiste nel mio diritto “a fare sesso” e “ad amare una persona”? Quindi, è così necessario (al di là dell’assurdità sostanziale) che vengano riconosciuti come diritti? E lo sarebbero anche in senso negativo, cioè come diritto a “non praticare”?
Già di sesso e sessualità non è semplice parlare, è il classico argomento tabù, poi certo di quello artificiale, plastificato, pornografico (nel vero senso della parola, e non parlo di film vietati ai minori) ci riempono lo schermo e gli occhi…
Ma anche quando se ne parla, ci troviamo di fronte a contraddizioni che non sono affatto innocenti, né innocue. Poco tempo fa ho letto che Bruno Tescari (presidente della Lega Arcobaleno e autore di “Accesso al Sesso. Il Kamasabile”) si è accorto che nel ventaglio di diritti riconosciuti dalla Convenzione O.N.U. sui Diritti delle Persone con Disabilità (che in Italia è legge dello Stato, Legge 18/09) manca quello ad una ricca e felice sessualità. Riporto parte del suo intervento:

«(…) Eppure, gli atti sessuali - come vivificanti del corpo, quale via per gioiosi scambi interpersonali, capaci di renderci più sicuri e forti del proprio ego - sono quelli più "richiesti", benché spesso tenuti celati dalle persone con disabilità.
Da una ricerca effettuata e pubblicata da chi scrive (il libro di cui ho detto poco sopra, N.d.R.) risulta non solo la vastità del problema, ma anche le grandi difficoltà che si incontrano per risolverlo, sia da parte dei disabili sia da parte dei familiari. Difficoltà che derivano in parte dalle stesse limitazioni fisiche del disabile, ma soprattutto dal non sapere come agire da parte del familiare: tabù sociali e religiosi, difficoltà pratiche di intraprendere relazioni, imbarazzo nel chiedere e nell’esaudire, prototipi del sessualmente "bello e sano", eccessivo pudore nel parlarne e a volte nel praticarlo da parte dei familiari, timore di futuri abbandoni del/della partner.
E così le persone con disabilità fisica grave o mentale sono quasi sempre private di un diritto umano fondamentale: la realizzazione della sessualità e delle sue pulsioni, una condanna che suona come "un ergastolo".(…) O l’ONU ha scelto di non citare tale diritto per non provocare "spaccature interne" oppure, semplicemente, se n'è dimenticato. E tuttavia, in quest’ultimo caso, forse se ne sono dimenticati anche quegli esponenti dell’associazionismo mondiale dei disabili presenti nelle fasi di elaborazione della Convenzione, che avrebbero così lasciato un vuoto pericoloso nella sfera dei diritti umani». Bruno Tescari parla di cose giuste e di argomenti di cui si discute da anni, senza che si notino cambiamenti significativi (li hanno affrontati anche film molto interessanti e ben realizzati, come “Uneasy riders” o “A proposito di sentimenti” o “Balla la mia canzone”): quando si tratta di sesso emergono problematiche difficili da gestire e risolvere anche per chi nel “settore” è coinvolto o lavora a vari livelli: assistenti sociali, operatori, educatori, famigliari…per tutti è un argomento che sarebbe meglio rimuovere, non affrontare, rimandare a “momenti migliori”. Ma siamo convinti che riconoscere il sesso e la vita affettiva come diritti renda più agevole le cose? A quale giudice mi rivolgerò per far valere questo diritto? Quali consigli darà a me, al mio accompagnatore, agli educatori che mi seguono, ai miei genitori? Di quali poteri sarà dotato per trovare qualcuno che possa amarmi e che voglia essere amato da me? Riuscirà ad evitare che, come lo zio matto di “Amarcord”, debba arrampicarmi su un albero gridando ai quattro venti “Voglio una donna!”? Ricordo benissimo che negli anni Ottanta si è sviluppato un dibattito molto acceso e partecipato sul “sesso dei disabili”, che ha contribuito ad aprire la mentalità diffusa anche a questa ovvia e naturale eventualità, ovvero che un disabile potesse voler amare (in ogni senso). Poi il dibattito si è un po’ affievolito, quasi anche a dire “ora che esiste come possibilità, ora che la riconosciamo, cari disabili, sono cavoli vostri, cavatevela da voi”. Che, per argomenti e situazioni come questi, sarebbe quasi auspicabile (vorreste il vostro educatore in camera da letto?), ma non dobbiamo dimenticare le difficoltà che una persona con disabilità incontra per qualsiasi aspetto esuli da ciò che si ritiene strettamente necessario alla sua esistenza. Questo è il punto, ovvero che il sesso dovrebbe essere considerato come necessario a qualsiasi esistenza, ma non credo che serva una Carta a ricordarcelo, né a garantirne l’effettiva realizzazione. Si torna, come sempre, nell’ambito vero della contesa, ovvero l’immaginario, la cultura, le incrostazioni culturali e, nella pratica, la capacità di trovare soluzioni creative praticabili e meno scontate del “tradizionale” ricorso alla prostituzione. Come scrive Tescari «(…) si tratta di una battaglia difficilissima e lunga, individuale e collettiva, per una più completa Libertà di tutti e di ciascuno», della quale l’inserimento (o meno) nella Carta dell’O.N.U. di quel diritto mi sembra un accidente trascurabile. Aspetto i vostri commenti, consigli e le vostre esperienze: scrivete come sempre a claudio@accaparlante.it o cercate il mio profilo su Facebook.
Claudio Imprudente