Italiani bona gente

01/01/2000 - R. G.

“Mi chiamo Deolinda, sono infermiera, lavoro nella Segreteria statale della salute dello stato di Goias, attualmente sono responsabile per il settore di Statistica della Vigilanza sanitaria statale. Per cinque anni ho coordinato il programma per la lebbra. Nella mia fase iniziale ho lavorato come infermiera in un ospedale nello stato di Parà.” Intervista a Deolinda Bittencourt SantanaPerché fai questo tipo di lavoro?
Mi piace molto lavorare nella lotta alla lebbra perché conosco l’ambiente paramedico, la realtà dei pazienti. Attualmente, avendo una famiglia da curare, ho scelto di lavorare maggiormente nella vigilanza sanitaria anche perché finanziariamente è migliore. Mi piace molto lavorare nella statistica perché si ha un’idea di a che punto si è con il lavoro, maggiore consapevolezza per direzionare gli sforzi.

Parlando con Giovanni è venuta fuori la questione del fatto che molte persone malate di hanseniasi, cioè lebbrose, lasciano la cura per una questione culturale.
Realmente è un problema culturale: penso che già la situazione si è evoluta abbastanza ma che ancora da parte del personale medico e paramedico ci sia del lavoro da fare per aumentare la collaborazione in questo senso. Sebbene nel servizio di salute molti lottino contro la lebbra, in realtà non c’è un coinvolgimento di tutto l’apparato del sistema sanitario. Solo alcune aree sono coinvolte, e anche la questione del reclutamento di risorse umane è difficile... tieni presente che normalmente nelle unità di salute pubblica ci sono poche persone per un lavoro invece molto grande. Allora anche la questione della lebbra diventa di secondo piano, perché è correlata anche ad altre questioni; le persone non hanno tempo per dedicarsi totalmente a questa lotta. Il trattamento diagnostico o di cura della lebbra, la prevenzione: normalmente non c’è tempo per questo. Oltretutto c’è anche il problema del livello di formazione delle persone che lavorano nell’ambito medico: nelle unità di salute dell’interno del paese non esistono infermiere con qualifica superiore, c’è personale di livello medio di istruzione, che ha frequentato corsi di tre o sei mesi di infermeria, non ha conoscenze scientifiche, e questo è già un motivo per non essere motivati a realizzare alcuna attività. C’è anche la questione del salario, che è molto basso generalmente: aggiungi a questo la grande quantità di compiti, il sovraccaricamento di obblighi, di doveri...

Qual è per te il punto di vista dei malati?
In primo luogo i malati sono isolati, intorno a loro c’è paura perché la società non ha corrette informazioni su di loro, perfino alcuni paramedici disconoscono il problema, c’è pregiudizio anche in loro. Non esiste un lavoro di base per la lotta contro questi pregiudizi.

Può essere questo un lavoro per l’AIFO, nel futuro?
Questa è sempre stata la filosofia dell’AIFO: cercare di aiutare la persona malata nel reinserimento nella società. Nei comuni dove è presente AIFO già si fa questo tipo di reintegrazione. AIFO da sempre è centrata nel diritto dei cittadini contro il pregiudizio verso chiunque: i lebbrosi, i malati di AIDS, i vecchi, i disoccupati, eccetera. Penso che con un grande lavoro, mirato, un giorno anche in Brasile si riuscirà a raggiungere l’integrazione dei malati.

Secondo te c’è una relazione tra deficienza e povertà?
La questione della deficienza non è relazionata con la povertà. La malattia sì, perché i poveri vivono in condizioni igieniche precarie: una stanza può ospitare dieci persone, le persone non hanno molto accesso alle unità di salute pubblica, per la distanza ma anche perché non hanno corrette informazioni e molti sono gli analfabeti. Ho lavorato per circa dieci anni nell’ambito della lebbra e devo dire che la questione dell’incapacità o della disabilità dipendeva molto dal vecchio trattamento della lebbra che non portava grandi risultati. Le persone rimanevano mutilate, non esisteva una cura, non c’era attenzione nella prevenzione: questo era la causa di un grande numero di deficientes (persone con deficit). Bisognerebbe lanciare una campagna di chiarimento ed informazione, lanciare una campagna nella televisione per esempio in un orario di punta per l’ascolto.

Tu pensi quindi che coinvolgere i mass-media è utile?
Certamente, ma per la questione della lebbra purtroppo non si riesce a trovare uno spazio nella televisione, la gente pensa che la lebbra non dia voti politici, mentre per esempio c’è massiccia una campagna per le vaccinazioni: “portate vostro figlio alla vaccinazione”, ma per la lebbra questo non si fa. Si pensa che la lebbra sia una malattia cronica, nella quale il governo non vede un ritorno immediato. E’ sicuramente una questione politica che questa campagna che informi le persone, le orienti, non venga realizzata.

Il popolo brasiliano è ottimista o pessimista?
Quello che penso è che il popolo brasiliano è un popolo che soffre molto e che vive di speranza. Quando la gente incontra un’idea politica nuova, che si pensa possa migliorare la situazione familiare, sociale, che si pensa dia una condizione di vita migliore per la famiglia, una migliore alimentazione, educazione, allora il popolo è ottimista. Ma quando vediamo che normalmente il denaro viene rubato dai politici, allora la tendenza è di non avere molta fiducia, di screditare la classe dirigente. C’è sicuramente la volontà di dare ai nostri figli una condizione migliore di quella che abbiamo vissuto noi, il popolo vive di speranza. Sono 110 anni che il popolo è uscito dal sistema schiavistico ma ancora manca una cultura politica, perché il popolo è stato sempre molto dominato. La gente reclama, ma reclamo io con te e tu con me e poi non c’è un effetto politico. Far capire ai politici che il paese non è loro, il paese è nostro, questo è importante: spero che la mia discendenza abbia un paese migliore, più eguale. Quello che viene stabilito la gente lo accetta: il nostro è un paese democratico, c’è un diritto per organizzare le rivendicazioni, ma culturalmente la gente sta indietro.

Tu sei originaria dell’Amazzonia, del Nordest che è la zona più povera rispetto a San Paolo ad altri stati. Com’è la situazione delle persone con deficienza in questi stati più poveri?
Non so esattamente, sono ormai 25 anni che manco da lì. Parà è una regione molto difficile e molti luoghi si raggiungono solo attraverso corsi d’acqua; tra l’altro la situazione politica è difficile anche lì. Ci sono molti casi di bambini che hanno contratto la lebbra e che già hanno arti mutilati a causa di questo male, io ne ho visti tanti e mi sono molto emozionata quando ho conosciuto questa situazione perché queste cose possono essere curate. Nello stato di Goias invece io non ho visto tanti bambini in questo stato, è migliore la situazione, qui le strade sono buone, la gente fa abbastanza formazione.

Tu sei in parte discendente di un francese, Bittencourt, e dall’altra di indigeni. Questa integrazione che c’è tra i brasiliani, che è molto positiva, può aiutare nell’integrazione di persone deficienti?
Da un punto di vista culturale è possibile, se tieni conto anche del senso di ospitalità molto presente da noi. Penso che però l’integrazione sia una questione personale, dipende anche dal carattere.

Una volta uno di Rio de Janeiro, un carioca, mi ha detto che quelli del nord non hanno voglia di lavorare. Che ne pensi?
(ride) Al nord la natura è molto magnanima, tutti i fiumi hanno pesci, un chilo di pesce costa un real e cinquanta, non come qui 12 reais. La gente è stanca per il caldo umido tutto il tempo, tutti i giorni e tutte le stagioni...

Sì, ho sentito che in Brasile ci sono due stagioni: il caldo freddo e il caldo caldo.
Esatto. Il Brasile è un paese naturalmente ricco ma purtroppo povero politicamente, un paese che dovrebbe esser più giusto, non dico uguale, ma giusto.

Diventerai responsabile dei progetti AIFO al posto di Giovanni..
Per me sarà una questione nuova, non ho paura, per me è una sfida, come tutta la mia vita. Conosco molto bene la situazione politica e lavorativa e sarà anche un po’ un lavoro diplomatico.

Che cosa può fare il popolo italiano per aiutare il popolo brasiliano?
Guarda, la mia esperienza di lavoro con italiani è stata sempre molto positiva. Senza AIFO il lavoro sarebbe stato difficile: se non fossi aiutata finanziariamente da AIFO io non avrei potuto realizzare i progetti nei quali abbiamo lavorato. Vorrei ringraziare il popolo italiano per il suo contributo: penso sia un popolo sensibile, che ha capacità di dividere un poco con gli altri quello che ha. Gli italiani che ho conosciuto hanno dimostrato una grande sensibilità, riescono a capire le problematiche del nostro paese. Come si dice qui: “italiani tutta bona gente”.

Pubblicato su HP:
2000/76