Io sono: tra invisibilita’ e speranza di soccorso

01/01/2003 - Maria Cristina Pesci

Il rispetto dell’ascolto

Il rispetto dell’ascolto sintetizza la possibilità da parte di un bambino di vedersi riconosciuto nei propri bisogni e nelle proprie peculiarità, nonostante la condivisione di una realtà familiare che pone inevitabilmente al centro delle risorse di tutti un proprio congiunto in condizioni di grave sofferenza, sia essa psicologica, sociale o legata alla presenza di una malattia o di un deficit permanente. Una situazione così descritta può avere molte variabili; l’attenzione di questa riflessione sarà rivolta in particolare a quella realtà che vede coinvolto un bambino che cresce a fianco di un fratello o di un genitore in difficoltà. Già questi due aspetti sono portatori di due significative differenze, ( i ruoli, le età, le relazioni e i legami in gioco) così che solo alcune parti comuni saranno toccate.
Del resto questo tema è spesso arrivato alla attenzione della clinica e delle ricerca solo in casi sporadici, almeno per quanto riguarda una prassi di presa in carico delle famiglie così caratterizzate, fuori da situazioni di forte emergenza del disagio.
In questo senso il “rispetto dell’ascolto” diventa metafora di una qualità del procedere che può privilegiare il pensare insieme rispetto ad una agire d’urgenza, una sorta di riconoscimento precoce dei bisogni e delle modalità di esprimerli, che può determinare una evoluzione positiva del vivere quotidiano in questa specifica realtà. Non si può non considerare che il futuro che lega i membri di una famiglia di questo tipo è anche un futuro per certi aspetti predestinato: la cura per il membro fragile sarà ineludibile e protratta nel tempo, anzi probabilmente protratta per tutto il tempo della sua vita, se parliamo di una persona handicappata o con una difficoltà cronica.
Operare a favore di un benessere possibile per ogni componente della famiglia può allora riguardare l’opportunità di offrire una prospettiva ai fratelli e ai figli di questo congiunto bisognoso, che non faccia sentire tale “predestinazione” come infinita e senza vie di uscita anche verso proprie autonomie e proprie scelte di vita.
La continuità nella catena di legami tra le generazioni, afferma Erickson, è mantenuta dalla cura scambievole che passa dai genitori ai figli e, successivamente, dai figli ai genitori. Un altro importante autore, Winnicott, sottolinea come cure amorevoli siano alla base anche di un benessere psicologico che potrà successivamente esprimersi anche attraverso la capacità di cogliere i bisogni dell’Altro “ e quindi di “curarsi” amorevolmente di lui.
Occuparsi dell’Altro è allora sapersi sentire separato, individuo diverso, con bisogni diversi e anzi poter fare di questa diversificazione un punto di forza per non confondersi con l’Altro e perdere di vista le rispettive individualità.
Tutto questo per dire che il futuro predestinato può essere riconsiderato in un’ottica meno imprigionante e alienante dei bisogni di ciascuno, se l’attenzione a tali dinamiche concede spazi e identità autonome.
Il rispetto dell’ascolto rappresenta questo terreno mobile e fertile nel quale ogni persona della famiglia percepisce di poter negoziare un proprio mondo interno ed esterno libero di affermarsi e crescere, nonostante il legame con il proprio famigliare bisognoso. Intendendo la parola “nonostante” a significare proprio la consapevolezza di non negare questo legame e le sue peculiarità, ma al tempo stesso, non considerarlo causa di una abdicazione di se stessi e della propria vita.
Tale consapevolezza è qualcosa da coltivare, costruire un pezzo alla volta e credo necessiti di un tempo e uno spazio che promuova tale elaborazione. Di qui può scaturire una buona pratica che non intervenga solo nelle condizioni di emergenza, di esplicitazione di difficoltà familiari conclamate e spesso fortemente deteriorate, ma valorizzi una presa in carico più accorta che esprima il valore di esperienze, di tante testimonianze e di una letteratura che comunque ha esplicitato da molto tempo, ciò che può avvenire nel cuore delle famiglie e del loro ciclo di vita.

La maschera dell’invisibilità

L’invisibilità non deve essere pensata come esperienza che non lascia traccia, che si nutre di solo silenzio.
Come più volte descritto da numerosi autori, l’invisibilità di un bambino può assumere molte forme e raccontare di meccanismi emotivi molto complessi.
Un bambino può rendersi “invisibile” o subire questa operazione per mano di altri componenti la famiglia, quasi sempre senza una volontà precisa e cosciente che determini tale scelta, ma piuttosto come difesa rispetto ad accadimenti emotivi troppo difficili da affrontare.
Possono essere descritte molte sfumature di una simile modalità di interagire; alcune di esse si ripropongono in molte storie, assumendo accenti più o meno destrutturanti rispetto agli equilibri evolutivi della famiglia, non sempre determinando condizioni di patologia in senso stretto,, ma rappresentando spesso alcuni passaggi critici di cambiamento. E’ possibile allora guardare alcune di queste condizioni, sempre ricordando che tali descrizioni sono sempre solo una accenno delle complessità delle relazioni che sottointendo e considerando inoltre che solo la conoscenza più profonda della “storia” di ogni famiglia, illumina con la propria umanità, anche le situazioni più dure e dolorose.
Ecco alcuni fotogrammi di queste storie.

- Un bambino invisibile può sentirsi tale perché nascosto dai bisogni di qualcun’ altro, azzerato nelle proprie necessità e peculiarità dalla immane e concreta dipendenza di un altro familiare.
- Un altro bambino invece si fa invisibile per sottrarsi alla sofferenza familiare che lo vede co-protagonista; per sottrarsi ad un carico eccessivo di responsabilità e di maturità richieste.
- Un bambino invisibile perché “usato” per reggere la incapacità degli adulti colpiti dalle difficoltà personali e/o famigliari: un bambino che fa da “genitore” ad adulti incapaci di svolgere questa funzione. E’ un bambino che si attiva per tamponare la depressione materna (cfr. E. Bick) e in generale delle persone adulte di riferimento, che quindi annulla se stesso, non potendo a sua volta mostrarsi bisognoso e dipendente.
- Un bambino invisibile perché non-bambino, resosi cinico per sopravvivere, reso apparentemente anaffettivo perché ha conosciuto sulla propria pelle che “si può sopravvivere” e dunque pretende altrettanta capacità da chi gli è vicino, rifuggendo dalla compassione, sia essa sentimento da provare verso qualcuno, sia invece qualcosa di cui essere oggetto.

Testimoni di normalità

Può accadere nella inconsapevolezza collettiva che un bambino diventi depositario della “salute” del nucleo famigliare; egli si sentirà continuamente chiamato a rendere operante questo ruolo all’interno delle relazioni che i diversi componenti della famiglia intessono. E’ spesso qualcosa di sotterraneo, comunque facilmente mascherato dai bisogni concreti dettati dalla presenza di una patologia o di una fragilità che riguarda una sorella, un fratello, uno dei genitori.
Ciò che in questi casi può essere dimenticato è quindi il diritto di cittadinanza delle difficoltà, dei bisogni, del senso di impotenza propri di quel bambino o bambina che si trova a crescere in una realtà famigliare nella quale sia esplicitamente presente una condizione di visibile svantaggio. Come detto la presenza di una persona cara per lungo tempo o cronicamente non autosufficiente, per ragioni anche molto differenti tra loro, ma accomunate da un notevole bisogno di aiuto e di cura, raduna attorno a sé energie e richieste di impegno emotivo e fattuale spesso molto ingenti; esse rendono molto difficile la possibilità di fermarsi a pensare a cosa tutto questo induce nel mondo emotivo di ciascuno, oltre che nella organizzazione quotidiana della famiglia stessa.
Può essere inevitabile che le priorità di cura dedicata ad esempio a chi è, per età, ancora molto dipendente, vengano modificate, anche in modo ingente, dal bisogno più pressante e non ineludibile che la persona in difficoltà propone, senza che questa assunzione precoce di autonomie trovi modo di essere spiegata con un aperto dialogo in famiglia.
Il bambino chiamato a testimoniare l’integrità della sua famiglia è così un bambino paradossalmente schiacciato dall’impotenza, impaurito dal senso del limite che il disagio, l’handicap, la malattia evidenziano e di cui deve salvaguardare l’aspetto di serenità. Un bambino che si ripiega su se stesso si pone in una strenua difesa del salvabile a costo di grandi compromessi rispetto al proprio sé più autentico; è un bambino confuso rispetto ai propri desideri e bisogni, alla propria identità, alla propria prospettiva di separazione-individuazione, ombra del bisogno dell’altro, “invisibile” rispetto alle proprie specificità.

Dare anima al silenzio

Poter dare parole a questi meccanismi (spesso inconsapevoli anche per gli adulti, ad esempio per i genitori), offre opportunità favorevoli su molti piani:
- rende comunicabile la percezione di un mondo in cui è possibile confidare nell'aiuto reciproco e dove è tollerata la gamma infinita di ciascuna vulnerabilità
- può riconoscere più esplicitamente il senso del limite e la convivenza possibile con le limitazioni che comunque la crescita e la realtà circostante impongono; dare un nome a tali fragilità e alle differenze permette di non subire totalmente, offre spazi di reale cambiamento, promuove speranza al posto di disperazione
- può togliere la persona protagonista del disagio o della malattia da una posizione designata di responsabile-colpevole; da una condizione di vittima o carnefice a seconda che si considerino i suoi bisogni o quelli degli altri congiunti
- esplicita rabbia, odio, protesta, ma anche amore; rende più umane le emozioni, sia quelle legate all'aggressività che quelle legate alla condivisione, all'aiuto, all'empatia; "Io mi metto nei panni dell'altro, io permetto all'altro di entrare nei miei panni"; in questo modo i conflitti sono affrontabili e non solo portatori di sentimenti di scontro, distanziamento, esclusione, silenzio
- rende condivisibili dubbi, bisogni, preoccupazioni. Non si deve credere che chi è più piccolo non deve essere reso partecipe di una realtà spesso dolorosa. Piuttosto è desiderabile che ci sia uno sforzo per tradurre in un modo comprensibile anche ad un bambino gli accadimenti e le relative conseguenze che comunque lo riguardano;
- Traduce contenuti "non detti" fortemente a rischio di essere trasformati in fantasmi angoscianti,in materiale che può essere scambiato, maneggiato, messo in gioco nelle relazioni familiari, e quindi sempre meno foriero di paure senza "oggetto";
- può rendere più mobili e interscambiabili i ruoli tra i componenti il nucleo familiare; ciascuno al suo interno può essere il membro forte che fornisce aiuto, che regge le situazioni più faticose e costose in termini operativi e in termini emozionali, ma può anche uscire da questa funzione temporaneamente, e a sua volta mostrarsi con le proprie parti fragili bisognose, dipendenti;
- può esplicitare le responsabilità e permettere di valutarne l'onere,oltreché l'onore, rendendo più fluidi sia il senso di onnipotenza che di impotenza

La "speranza di soccorso" (1)

L'esperienza di chi ha vissuto sulla propria pelle anche solo alcune delle difficoltà descritte, unite all'esperienza di chi, come operatore, si è trovato a conoscere e a prendersi cura di queste difficili realtà, lascia però anche spazi veri ad altre immagini non solamente dolorose. Se queste ultime non vengono negate o delegate al silenzio e trovano così accoglienza in un ambito che le contenga e le possa "ri-pensare", esse stesse promuovono e alimentano anche sentimenti di fiducia: "qualcuno potrà, se necessario, essermi di aiuto, occuparsi di me, starmi vicino". La speranza di soccorso, nata dalla esperienza vissuta nella quale
sperimentare direttamente o assistere come spettatore alle cure offerte a una persona bisognosa, consolida la sensazione di potere essere considerato nel proprio bisogno e quindi di essere "visibile" e vivo nei pensieri e nelle attenzioni di qualcuno, così come è avvenuto per l'altro.
E' mio convincimento che tale evoluzione a l'aiuto che la sottende non sia necessariamente legata ad un percorso psicoterapeutico in senso stretto, ma richieda un luogo, un tempo che "permetta di riconoscere, ascoltare, rispondere in termini affettivi a ciò che il vivere ci propone". (2)
"Io sono: tra invisibilità e speranza di soccorso", credo rappresenti bene la continua ricerca della propria identità e il lavoro incessante per trovare una collocazione equilibrata tra due estremi.
"Io sono" può così esprimere il proprio esistere, nonostante il rischio di invisibilità e il desiderio di cura, rivendicando il diritto di "esserci"; oppure e contemporaneamente descrivere la consapevolezza di trovarsi in un percorso nel quale dialogano insieme il timore di scomparire e la fiducia di non essere dimenticati.

(1) da: J.Amery, Intellettuale ad Auschwitz, Bollati Boringhieri, Milano
(2) da: M.Ziegeler, Gruppo e mentalità psicoanalitica, Franco Angeli, Milano, 2001

(*) medico specialista psicologia clinica, psicoterapeuta psicoanalitica,
socio della Società Italiana di Psicoterapia Psicoanalitica, collaboratrice CDH Bologna

Bibliografia

- Carbonetti G., L'amore più caro, Edizione Alice
- Correale A., Rinaldi L.(a cura di), Quale psicoanalisi per le psicosi, Raffaello Cortina, 1997
- Giani Gallino T.(a cura di), L'altra adolescenza, Bollati Boringhieri, 2001
- Miller A., L'infanzia rimossa, Garzanti, 1990
- Nicolò Corigliano A., Capacità di riparazione e genitorialità, in Interazioni, n.2/1994, Franco Angeli
- Nissim Momigliano L., L'ascolto rispettoso, Raffaello Cortina, 2001
- Pesci M.C., Lenzi D., Le passeggiate sono inutili, in HP-Accaparlante, n.4/2001, CDH Bologna
- Pesci M.C., L'immagine del bambino atteso, in Rassegna stampa handicap, n.6/1988, CDH Bologna
- Ziegeler M.(a cura di ), Gruppo e mentalità psicoanalitica, Franco Angeli, 2001