Intervista a Paola Magi

27/04/2011

Come nasce il libro? Quali motivazioni, pensieri, occasioni l'hanno generato?
Il libro è nato per caso. Avevo da qualche tempo allacciato una bella amicizia con Martina Gerosa, che mi aveva avvicinato, in modo molto spontaneo e naturale, alla sua esperienza della sordità, cosa che mi aveva incuriosito e stimolato a pormi domande. A livello professionale mi è accaduto più volte, nel periodo in cui insegnavo nei licei artistici, di avere allievi con problemi di udito. Da questi incontri era nata l’esperienza di Comunicabilità, con Claudio Imprudente che era venuto al Liceo Artistico di Brera. In seguito, sempre Martina mi ha suggerito di andare a vedere Ezref Armagan, il “disegnatore cieco”, e anche questa esperienza è stata molto importante, un vero choc. Già da tempo Martina mi aveva chiesto una frase per il sito Arcipelago Sordità, sul rapporto fra arte e sordità. Per molto tempo non avevo scritto nulla, ma dopo l’esperienza di Ezref qualcosa è scattato e ho cominciato a scrivere. La prima frase è stata “disegnare è pensare”. Da quella ne è nata un’altra, e poi un’altra… Le spedivo a Martina via email, lei leggeva e commentava. Poi abbiamo coinvolto in questo giro di email anche altre persone.
A un certo punto, poiché la mole del materiale scritto cresceva, abbiamo pensato che potesse diventare un articolo (e una versione iniziale del testo è stata pubblicata sul vostro sito). Alla fine però mi sono resa conto che stava crescendo troppo per essere un semplice articolo. Solo a questo punto ho cominciato a lavorare in vista di un libro.

Come lo definiresti?
Non è facile definire questo libro.
Tempo fa lo avevo definito un “diario riflessivo”. Mi pare sempre una definizione adeguata: non è un libro sistematico, nasce da una serie di riflessioni che si sono susseguite in base a un filo conduttore unico, ma che spaziavano poi in ambiti disciplinari diversi. Inoltre a queste riflessioni teoriche si alternano anche esperienze di vita, riguardanti me o persone della mia famiglia e del mio giro di conoscenze, che ho inserito perché avevano a che fare con quanto andavo meditando sul piano teorico, o perché erano esse stesse a stimolare la relativa riflessione teorica. D’altra parte, ogni sapere umano nasce da qualche esperienza di vita, quindi mi sembrava giusto far capire da dove nascessero le mie considerazioni sui vari argomenti. Le idee delle persone sono sempre legate a una dimensione esistenziale, non bisognerebbe dimenticarlo mai: questo è il grande limite del nostro sapere, che non può mai avere valore universale. Dichiararlo mi sembra un buon modo per realizzare quell’apertura al confronto fra esperienze diverse, che è una delle ambizioni del mio libro. Forse, a furia di confronti, si potrebbe in prospettiva arrivare a qualcosa che sia non dico davvero universale, ma comunque abbastanza condivisibile anche a scala più vasta. Per questo ho scritto, in nota introduttiva, che saranno bene accette le osservazioni dei lettori. Chissà, mi piacerebbe magari aprire un blog dedicato al libro e aperto al confronto con tutti.

Ci racconti come hai proceduto nel tuo percorso di scrittura?
Via via che scrivevo, cercavo di documentarmi e di approfondire quanto andavo dicendo. Questo procedimento ha allargato la dimensione del testo, è stato decisivo per la crescita dalla dimensione di articolo a quella di libro. Ho pensato, a un certo punto, di inserire le note, e poi la bibliografia. Sono tutte scelte nate nel percorso e dovute alla ricerca di una qualità più elevata possibile, compatibilmente con le mie capacità e le mie forze. I suggerimenti e i contributi di Martina sono stati importanti anche in questa fase. Quando il mio lavoro ha finalmente avuto la sua “forma di libro” definitiva, è cominciata una fase fondamentale: quella delle revisioni. Ero molto preoccupata di riuscire ad avere revisori per ogni singola disciplina da me toccata. La trasversalità è un atteggiamento molto produttivo, ma anche molto rischioso: essendo specialista solo di Storia dell’Arte, pur avendo in vita mia letto molto e con uno spettro ampio di soggetti e di temi, temevo di essere caduta in imprecisioni che, agli occhi di uno specialista, sarebbero apparse come ingenuità o approssimazioni discutibili. Collaborare con specialisti delle varie discipline mi ha arricchito moltissimo, confermando da un lato la bontà del mio lavoro e dall’altro aiutandomi a limare certe imprecisioni, e (soprattutto nel caso della sordità) dandomi modo di allargare la mia visuale e di integrare il testo con considerazioni nuove rispetto a quello che avevo annotato inizialmente. Insomma un lavoro di confronto continuo, di allargamento della visuale, che mi ha dato a volte anche momenti di difficoltà a capire, ma che alla fine si è dimostrato davvero fruttuoso. Almeno spero.

Come ti "sei servita" del sapere, delle competenze, delle storie delle persone che collaborato in vari modi con te alla nascita del libro?

Credo di avere già risposto in parte a questa domanda: vorrei sottolineare qui un altro aspetto del libro, la presenza in appendice degli interventi di Daniele Gambini e di Martina Gerosa. Daniele è il pianista che dà il titolo al libro. E’ un bravissimo compositore e un eccellente pianista e interprete delle sue stesse musiche, così gli ho chiesto di raccontare brevemente in prima persona la sua storia, e di darmi una pagina delle sue partiture, che abbiamo inserito nel testo.
Di Martina ho voluto assolutamente che si potesse vedere qualcuno dei suoi famosi “cartoncini” di cui parlo nel libro, e di cui lei ha raccontato brevemente e con molta commozione la storia, molto meglio di quanto avrei potuto fare io. Mentre di altre opere di cui parlo, è facile trovare mille riproduzioni sulla rete, al contrario quei cartoncini sono stati finora relegati (gelosamente custoditi, in verità) in un armadio della casa di Martina. Mi sembrava importante permettere a tutti di vedere come sono fatti e quanto sono belli e freschi: è la vita ritagliata e incollata sul cartone, e corredata delle parole per dirla, dai suoi incredibili genitori.

A chi si rivolge il libro? C'è per te un pubblico privilegiato?

Non ho mai pensato a un tipo di pubblico in particolare. Essendo un libro “trasversale”, direi che anche il pubblico potrebbe essere “trasversale”. Se però ci rifletto un momento, direi che ci sono forse due “fette” di pubblico che ho avuto in mente in modo particolare. Da un lato il pubblico degli amanti dell’arte, visto che ho cercato di applicare in modo abbastanza nuovo, credo, le definizioni di Emmanuel Anati a proposito delle tre componenti strutturali delle opere d’arte (pittogrammi, ideogrammi, psicogrammi). Dall’altro il pubblico di tutti coloro che hanno a che fare col mondo dei deficit sensoriali, sperando che questo mio piccolo contributo possa aiutare a guardare con ampiezza di visione questioni di solito relegate in ambiti strettamente specialistici e in esperienze esistenziali difficili e poco condivisibili con la maggior parte della collettività. Naturalmente questo era quello che speravo di riuscire a fare, sta agli altri dire se ci sono riuscita davvero.