Impressioni dal Madagascar

01/01/2006 - Roberto Ghezzo

Ancora adesso, a distanza di qualche mese, faccio fatica a riassumermi in testa le impressioni e le conclusioni, se mai ci sono, del mio viaggio in Madagascar, attraverso la mitica statale n. 7, da Antananarivo, la capitale, a Toliara, sul canale di Mozambico. Andata e ritorno sempre per questa strada (800 km andare, 800 tornare), non per mancanza di fantasia ma perché è l’unica praticabile, l’unica asfaltata. Qualche volta questa strada, a due corsie in tutto, si inerpica su per le montagne dell’altopiano centrale, altre volte si perde nel nulla del tavolato immenso del sud, come una linea in un foglio bianco, anzi rosso, dove gli unici altri esseri viventi apparentemente sono le termiti con le loro città fortezza a forma di collina, qualche cespuglio o albero rado, qualche mandria di zebù in lontananza…
Il Madagascar è e non è come uno se lo può immaginare: sole a picco, colori vivissimi, animali esotici (camaleonti, farfalle, lemuri, ecc.) che si trovano solo in questa isola che si è staccata milioni di anni fa dall’Africa; ma anche risaie a perdita d’occhio (i malgasci sono i più grandi mangiatori di riso al mondo) che danno una decisa ambientazione orientale. La popolazione ha un aspetto più orientale che africano: solo tre tribù su diciotto sono di origine africana, tutte le altre discendono dai primi colonizzatori malesiani che hanno scoperto questa terra solo nel V secolo dopo Cristo.
Ma la prima cosa ancora che colpisce è la miseria, una miseria che subito appena usciti dall’aeroporto ti investe materializzandosi in baracche fatiscenti ai lati della strada, nei vestiti rappezzati, spaiati, indossati da esseri umani spesso magri, con gli occhi arrossati. La prima cosa che si nota è l’assenza di anziani e una stragrande maggioranza di bambini e ragazzi che giocano dovunque ci sia un piccolo spazio piano, che lavorano, che vendono qualche frutto ai lati della strada. Giocano, camminano, corrono spingendo i pousse pousse (ovvero i risciò locali) spesso a piedi scalzi, affondando i piedi nelle buche melmose, calpestando sassi, senza apparentemente risentire di questo; sembra incredibile, se lo facessi io mi piagherei subito…
La prima cosa che colpisce è la povertà, risultato ovvio del confronto tra dove si è e da dove si viene, dal primo mondo, dall’aeroporto De Gaulle di Parigi, dalla bella e efficiente Bologna, dalle agiatezze… La prima cosa che si vede e si sente è lo sporco, gli odori dei camion che sgasano diesel nero, dei fornelli a carbone per cuocere il cibo…
In Brasile ho visto situazioni di povertà, ma non così estrema, non ero abituato a questa povertà, perché comunque in Brasile è un misto anche di primo mondo: dove ti giri nelle grandi città ci sono sì le favelas ma anche grandi centri commerciali, grattacieli, negozi, fabbriche… e anche nelle favelas ogni casetta ha la corrente elettrica, la televisione, il bagno… Il Brasile è un paese ricchissimo dove metà della popolazione è povera: anche il Madagascar potenzialmente è ricchissimo ma la maggior parte della popolazione è poverissima, lo stipendio medio annuo è di qualche centinaio di dollari.
Poi, piano piano, dopo qualche giorno, ci si accorge non delle cose che mancano, ma di quello che ci sono. Ci si accorge che, ad esempio, nonostante tutta questa povertà non c’è nemmeno lontanamente la violenza che si respira in Brasile, o nella grandi città africane. Si scopre che il Madagascar è uno dei pochi paesi africani che non hanno sofferto la guerra civile, che non nasconde sotto terra delle micidiali mine anti-uomo come nel vicino Mozambico, che non ha amputati di machete come in Sierra Leone… La maggior parte delle persone è costituita da pacifici contadini e pastori, che nonostante le ristrettezze economiche vivono con una profonda dignità e con un grande senso dell’ospitalità. Per strada si vedono tanti padri accarezzare i loro figli con grande dolcezza, oppure si vedono gruppi di bambini ridere e giocare vicino ai campi dove lavorano i loro genitori, oppure ancora bambini più grandi (di 5 o 6 anni) prendersi cura dei loro fratelli più piccoli. La vita e la salute è facile perderle in questo paese, anche se non è così infestato, come l’Africa, da animali pericolosi: essendo un’isola, il Madagascar (come la Sardegna) non ha ad esempio serpenti velenosi. È flagellato dalla zanzara che porta la malaria e, se non hai il corrispettivo di 15 euro per pagarti il chinino, il tuo destino è segnato.
Durante tutto il viaggio, ho conteggiato 12 persone in carrozzina: mi hanno spiegato che la carrozzina è un gran lusso, la maggior parte dei disabili fisici vive in casa. Ci sono anche dei lebbrosari: la lebbra si può vincere tranquillamente, ma non è così facile accedere ai medicinali anche perché i villaggi sono sparsi e isolati, chi è malato raramente riesce ad arrivare a un presidio sanitario, dove comunque se si ha bisogno di medicine bisogna acquistarle. La maggior parte delle strutture che funzionano sia a livello scolastico che per la salute sono gestite da missionari.
La vita è appesa a un filo, la salute può mancare da un momento all’altro, il cibo non c’è sempre e quando il raccolto non rende sono problemi seri. Lo stato garantisce assistenza sanitaria gratuita (sulla carta) solo fino al terzo anno di vita del bambino… e poi la famiglia si deve arrangiare. La polizia che si vede ai posti di blocco lungo la strada un po’ è arrogante, un po’ è costituita da poveri che cercano di sopravvivere con il loro magro salario, non fa paura a noi vazaha (leggi vasà), ovvero stranieri, sinonimo vivente di ricchezza, di soldi, vazaha che si possono permettere di mangiare tre volte al giorno nei migliori ristoranti e di dormire nei migliori alberghi (entrambi a rischio infezioni intestinali o pulci, ma pur sempre i migliori). Non c’è pericolo che per sciocchezze o errore ci mettano in prigione dove si rischia di morire di fame (è vero!) se non ti portano da mangiare da fuori i tuoi parenti. Noi vazaha siamo potenti, intoccabili, siamo i bianchi che, come i francesi (colonizzatori e sfruttatori dell’isola), hanno i mezzi, hanno il meglio, siamo quelli a cui i bambini, senza essere troppo insistenti, sorridono chiedendo delle caramelle (“bon bon vazaha”) o rivolgono il saluto (“bonjour vazaha…”) per chiedere un pezzo di Tuc o di biscotti che solo noi possiamo permetterci di comprare.
Anche in Brasile mi ero sentito in colpa per tutto quello che noi del primo mondo abbiamo e consideriamo un diritto avere, ma in Madagascar mi sono accorto che tutto quello che ho qui in Italia (l’acqua potabile, l’acqua calda, un bagno, un cibo vario e gustoso, la macchina, la televisione, l’assistenza sanitaria, la possibilità di studiare, di comprare un libro e andare al cinema) lì sono beni di lusso, beni al di fuori della portata dei più.
Eppure il bambino con un enorme ascesso in un occhio ti sorride e ti saluta, un signore anziano (avrà 60 anni…) vestito di stracci ti saluta, una ragazza di vent’anni già con la bocca un po’ sdentata ti saluta; e io con un bel vestito, le scarpe, la pancetta-curva del benessere, abbassando il finestrino elettrico dell’auto che abbiamo noleggiato, ricambio con stupore il saluto. Stupore per tanta generosità, per un paese splendido, fatto di gente semplice e laboriosa, che come i nostri nonni fatica dalla mattina alla sera per il minimo indispensabile.
Jean François Ratsimbazafy, la nostra guida, responsabile di un progetto di adozione a distanza ad Antsirabe (per informazioni: ASSOCIATION TSINJO LAVITRA MAIS MADAGASCAR,
e-mail: jfrty@hotmail.com), ha immaginato uno sviluppo sano per questo paese, uno sviluppo che non distrugga la cultura contadina e i suoi valori, che permeano la società malgascia, uno sviluppo che possa valorizzare le enormi ricchezze naturali, senza deturparle. La chiave di volta della sua idea è che supportando un’attività economica sostenibile, potenziando la pescicoltura nelle risaie e rendendo i contadini più autosufficienti, si mette in atto un circuito virtuoso di produzione di ricchezza e di sviluppo innanzitutto comunitario. Questo non è solo un sogno ma è già realtà: Jean François è riuscito a mettere in movimento questo progetto con l’obiettivo di coinvolgere piano piano una settantina di famiglie.
L’idea del microcredito è l’idea vincente anche qui: non conviene dare un pesce, ma insegnare a pescare, non conviene dare un aiuto destinato a finire nel tempo ma conviene investire nella comunità. Solo se i contadini malgasci sapranno essere i protagonisti del cambiamento si potranno ridurre i meccanismi di impoverimento e di conseguenza si potranno ridurre anche le malattie e l’incidenza delle disabilità.

Parole chiave:
Mondo e Terzo Mondo