Imparare a nascere

01/01/2000 - Maria Cristina Pesci

La separazione è una delle prime esperienze della vita umana, in quanto legata al necessario distacco dal corpo della madre; ed è, soprattutto, un’esperienza necessaria per sviluppare il senso di spazio e tempo, le facoltà linguistiche e la capacità di relazionarsi con gli altri.LA SEPARAZIONE

Il lavoro delle separazioni, inteso come processo che percorre in fondo tutta la vita di ciascun individuo, prende avvio con la nascita ed è preparato da una serie di competenze che riguardano il bambino, chiamate proprio “competenze a nascere”. Movimenti, riflessi, modalità attive che permettono una nascita a cui il bambino concorre con una propria attiva partecipazione, e che quindi possono essere utilizzati come emblema di un processo, quello del separarsi, a cui sono chiamati due soggetti, seppure con parti diverse: il bambino e l’adulto, in questo caso la madre.
Per autori di scuole di pensiero anche molto differenti (genetici, piagetiani, psicoanalisti, e altri), la cosa più importante fin dall’inizio della vita è il progressivo porsi del bambino come Soggetto, separato dalla matrice che lo ha generato, nel mondo che lo circonda.

LA DIMENSIONE “OCEANICA” DELLA GRAVIDANZA

La gravidanza è forse uno degli stati che più facilmente ci fanno comprendere il termine fusionalità, massima perdita di sé nell’altro “come in un oceano”, il che inoltre esprime bene come questa dimensione sia limitata nel tempo e debba essere tale, non prolungarsi, per permettere la vita.
Con la nascita c’è la rottura forte e dolorosa di questo legame, rottura che permette al bambino e alla madre una esperienza del tutto nuova, attiva e volontaria, in cui la volontà, appunto, può essere espressa dalla madre e poi anche il bambino “vuole”, “può”, “s’impone”.
Diversamente, nei nove mesi di gestazione, il bambino prende e riceve e la madre dà e subisce: questa azione del dare e prendere ha una circolarità che esclude ogni atto di volontà, ma anche ogni sensazione di bisogno, di carenza perché l’unità feto-placentare soddisfa ogni necessità prima ancora che se ne avverta il bisogno.
Il bambino e la madre ricercheranno inconsapevolmente le sensazioni di prima della nascita, quelle precedenti al distacco, attraverso il contatto dei corpi e il contenimento.
Attraverso la pelle, le braccia, il seno, la voce, si ristabilisce una sensazione di fusionalità, ma in una dimensione diversa, esterna. L’alternanza di vicinanza/distanza, presenza/assenza, piacere/dolore porterà la costruzione progressiva di due entità fisiche distinte.

SPAZIO, TEMPO E LINGUAGGIO

Contrariamente al periodo della gravidanza, in cui il tempo era un continuum e lo spazio un unico spazio, ora la diade madre-bambino si separa per brevi periodi, sempre più prolungati via via che la crescita procede. Nasce così lo spazio proprio, interno ed esterno,e anche il tempo, nell’attesa di un riavvicinamento: un tempo collegato al bisogno e la cui durata è in rapporto alla velocità con cui il bisogno viene soddisfatto.
Dal piacere dell’unione alla fatica della separazione, dalla presenza e dall’assenza, si strutturano spazio e tempo, e non solo l’identità personale che implica la separazione-differenziazione di sé dall’altro.
Il graduale allontanamento della figura di attaccamento stimolerà l’attività di esplorazione del mondo e permetterà lo sviluppo dell’istinto a conoscere.
L’assenza sentita come mancanza porta alla formazione dei simboli e delle rappresentazioni, quindi del pensiero e del linguaggio. Così, piano piano, la madre può essere chiamata e cercata, evocata e pensata: l’assenza della madre è tollerata per periodi sempre più lunghi, perché continua a esistere nel pensiero e fa parte ormai del mondo interno del bambino.
Ogni esperienza nuova di trasformazione, e la relativa difficoltà, ripropone alla coppia madre- bambino la necessità di rivedere il distacco e mediare la paura della perdita.

L’AGGRESSIVITÁ

Questo tema permette di introdurre anche un altro importante argomento: l’aggressività. La madre esercita sempre più una mediazione tra il bambino e il mondo, e la sua modulata aggressività fa da barriera a quella del mondo che il bambino deve imparare ad affrontare. L’aggressività materna, oltre ad avere un senso nella costruzione dei confini tra sé e il mondo, aiuta il bambino a superare le difficoltà insite nella lotta per la vita.
Dalla nascita in poi la madre è il primo “altro” con cui incontrarsi e scontrarsi per la conquista di un posto nel mondo.
Una madre non del tutto oblativa (non esiste una madre che si dona senza alcuna riserva in assoluto) è il presupposto necessario per la ricerca di altri rapporti, di sostituti, dentro e fuori la cerchia familiare: verso il padre, i fratelli, gli altri adulti, i coetanei.
Questa è anche una dialettica dolorosa, che porterà nel tempo il bambino a costruire rapporti paritari e liberi, meno limitanti e avvolgenti delle braccia materne: “ci si libera più facilmente della coercizione che della seduzione” (Gallo Barbisio).
Un legame seduttivo, che porta a sé, che non riconosce l’altro, può provocare la mortificazione dell’individualità, ed imprigiona il bambino perché nega la differenza e i bisogni diversificati, perché nega la dipendenza dell’uno dell’altro, sancendone le disuguaglianze necessarie: di età, di sesso, di ruoli, di bisogni, di capacità, di autonomie ecc.
Queste vicende di non-separazione confermano l’impossibilità di vivere quella capacità raffinata ed evoluta che è rappresentata dall’essere-con un altro, senza confondersi e senza respingerlo. Potremo dire: “Se non c’è aggressione, non c’è nemmeno unione”, se non c’è distanziamento non c’è senso di legame e di attaccamento.
La separazione è quindi un grande processo creativo che permette al bambino (e anche all’adulto) di sperimentare un gioco alterno di dipendenza e indipendenza, in cui la ricchezza di sperimentare il “fare da solo” pianta le sue radici sulla sostanziale sicurezza interna di non essere abbandonato, di poter essere nuovamente accolto, quando vorrà nuovamente essere con l’altro (il genitore, la famiglia, l’amico, il compagno), cioè in definitiva che il proprio atto aggressivo di allontanarsi (anche in senso metaforico) non è stato percepito da sé e dall’altro come distruttivo (cioè con valenza che annienta la differenziazione).

Pubblicato su HP:
2000/78
Parole chiave:
Cultura, Famiglia