Il sesso oltre la cronaca

01/01/1992 - Angela Verzelli

Sempre più spesso nella mentalità corrente la violenza viene associata alla sessualità, anche se in apparenza sembra prevalere lo sdegno e il rifiuto. In particolar modo gli handicappati sono vittime di una concezione della sessualità che si presta ad essere vissuta nella violenza.

Per tentare di capire qualcosa di più, oltre la facciata della cronaca e della morale comune, abbiamo intervistato il prof. Alessandro Bosi, docente di Sociologia all'Università di Parma e componente del Direttivo nazionale del Centro Italiano di Sessuologia.
Domanda. Dal suo punto di osservazione quale quadro emerge dalla realtà attuale in merito al problema della sessualità e della violenza e di quanto rimane sommerso?
Risposta. Si possono individuare tre ordini di problemi: il primo è dato da un tipo di violenza sessuale che non è dichiarata perché, in forza delle cose, le donne devono tenere nascosta. Alludo a quella perpetrata all'interno del nucleo familiare o da persone al di sopra di ogni sospetto per cui la donna non osa nemmeno denunciarla perché molto probabilmente nessuno le crederebbe.
È un tipo di violenza che possiamo chiamare sommersa perché non riusciamo a collocarla in alcun computo statistico benché, da altre forme di indagini, appaia invece come molto diffusa.
Esistono però almeno altre due categorie di sommerso: la prima deriva da quello che chiamerei vizio di istruzione del problema nel senso che noi siamo soliti collocare la violenza sessuale all'interno della violenza tout court; credo invece che in questo modo si rischi di snaturarla nelle sue particolarità inserendola in un quadro più ampio di problematiche socio-politiche.
La violenza sessuale andrebbe invece inserita nell'ambito della sessualità in modo da essere poi spiegata in base al concetto di sessualità da noi elaborato.
Vi è infine un terzo genere di sommerso che deriva dal fatto che le nostre idee più impronunciabili sulla sessualità diventano una specie di sovrastruttura ideologica che sta alla base di tutte le affermazioni attraverso le quali noi deploriamo la violenza sessuale.
D. Intende dire che nel momento stesso in cui si condanna l'episodio di violenza si fa emergere quel substrato culturale che, in un certo senso, ne crea i presupposti?
R. Mi rendo conto che il concetto può risultare strano e perciò mi spiegherò con un esempio: quando noi affermiamo o pensiamo, cosa che avviene spesso a livello di senso comune, che una donna che ha subito violenza è rovinata, (è un "fiore spezzato" come recitava una canzone che fece scalpore qualche anno fa proprio perché trattava il tema dello stupro) sosteniamo di fatto l'idea di un accadimento mostruoso che segna la fine della possibilità di essere donna. Al di là della deplorazione insita in una affermazione di questo tipo si può ritrovare una sorta di connubio con una concezione maschile e del tutto reazionaria della sessualità e cioè l'idea che parte dal mito della verginità e del possesso della donna.
Quando una donna viene stuprata entra in un territorio proibito che è il territorio dell'altro, in questo caso del mostro e quello che viene violato è, a livello più profondo, il controllo sul corpo femminile da parte dell'uomo; per questo dico che alla base della violenza sessuale troviamo proprio quei costrutti che sostengono la nostra visione della sessualità e perciò se non si affonderà il bisturi in questo terreno si potrà fare ben poca strada a livello di mentalità comune.
D. Dunque questa idea di compassione per la donna stuprata considerata per ciò tagliata fuori, dovrebbe sparire dalla mentalità comune?
R. In un certo senso sì, in quanto in alcun modo si deve pensare che la persona vittima di uno stupro non possa più avere una vita piena sessualmente ed affettivamente; considerarla "rovinata" contribuisce a tenerla prigioniera di un costrutto che non può che essere di tipo maschilista. Certo questo è il terreno più sommerso.
D. Allarghiamo un po' il discorso: quali connotazioni positive e negative può avere avuto sulle nuove generazioni il mutamento della morale sessuale avviatosi dagli anni '70 in poi?
R. Di positivo c'è senz'altro il fatto di avere aperto la discussione su alcune questioni spostandole dal terreno privato a quello politico e sociale e questo è sempre un segno di progresso. L'elemento negativo può in parte essere ricavato dal discorso che abbiamo fatto prima: se questo movimento politico mantiene delle incrostazioni concettuali ereditate dalle concezioni contro le quali è diretto, allora le acquisizioni critiche non riescono a fare realmente i conti con la precedente coscienza. Questo è, secondo me, il limite col quale devono fare i conti fino in fondo i movimenti femministi.
D. Si sente spesso parlare di uno scollamento tra sessualità ed affettività che le nuove generazioni avrebbero ereditato proprio dai mutamenti culturali che pure non hanno vissuto in prima persona. Esiste davvero questo rischio?
R. Sì, è stato detto che oggi viviamo il sesso senza amore come in epoche passate si viveva l'amore senza il sesso e questo probabilmente è vero ed è da ascrivere ad una concezione ancora non risolta della nostra corporeità.
La conflittualità col nostro corpo viene resa esplicita dall'esagerazione con cui sono amplificate le nostre zone erogene: questo è dare una dimensione esaltata e dunque pornografica della corporeità ed è un rischio che le nuove generazioni, pur senza fare delle generalizzazioni, corrono in misura particolare.
D. E da questo scollamento può nascere un atteggiamento più violento?
R. Certamente quando i due momenti non sono in un rapporto significativo la violenza ha più possibilità di affermarsi.
D. Veniamo ad un ultimo punto: violenza sessuale ed handicap, quali similarità e quali differenze si possono notare?
R. Premetto che non sto esprimendo un giudizio medico ma vorrei sottolineare un concetto: la nostra idea di sessualità è fondata su un principio prometeico di prestazione e spesso è intrisa di elementi di volgarità e di luoghi comuni espressamente osceni. Tutto questo significa che noi ospitiamo all'interno stesso della nostra cultura l'idea della violenza; perciò si può dire che eventuali soggetti con turbe psichiche o altri problemi che lascio giudicare ad altri, trovino già un terreno predisposto, con un concetto di sessualità che si presta ad essere vissuto nella violenza.
D. E l'altra faccia di questo problema, cioè l'handicappato o handicappata come vittima di violenza?
R. Credo che rappresenti una realtà di fatto; è l'estremizzazione di quello che abbiamo finora detto: se la donna viene concepita come oggetto e quindi passività allora l'azione violenta è quasi legittimata perché la violenza sessuale parte proprio dall'idea che ci sia un soggetto attivo forte, l'uomo col suo principio prometeico di prestazione, e un soggetto debole che la violenza la subisce. La può subire nell'ambito della legittimità e all'interno quindi di rapporti codificati, oppure in condizioni delegittimate.
L'handicappato e il bambino sono all'estremità di questo rapporto in quanto rappresentano il soggetto del tutto indifeso che può risultare ancora più scatenante rispetto ad una "fantasia" definita secondo questo schema. Soggetto-oggetto tanto più indifeso in quanto difficilmente ne prende coscienza e ancor più raramente trova il modo di denunciare questo tipo di atteggiamenti.

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Sessualità