Il magico Alvermann - Il segno è una metafora meravigliosa

12/07/2011 - a cura di Valeria Alpi

Il corpo è per l’artista un Teatro di Operazioni, l’ambito di una ricerca, un modello sempre a portata di mano e a buon mercato, un Robot, l’avvio d’una investigazione, la verifica del gesto, il veicolo dell’Arte e le arti altre. Perciò, io NON amo il mio corpo in quanto di serie A, ma per la tenerezza che mi fa quando mi saluta denutrito un mattino allo specchio che non mi guardavo da molto tempo. I muscoli, drappeggiati come veline sulle ossa.
Il giorno dopo l’espressione del mio corpo è cambiata, totemica, o vetro senza speranze, ma mai più giovane come una volta, a meno di non condurre una vita sostanziosa, che mi ingrassa psicologicamente e sottende salute, ma mi inurbana la faccia, questo sì.
Quando disegno un corpo, io disegno o il mio antenato Arcadio Paz, o un corpo degradato, o migliorato, o flamenchizzato, o insensualito, ma sempre il mio corpo.
Nelle occasioni sociali convinco il mio corpo a sembrare meno alto e se ci sono delle ragazze ballo e mi dimeno per attirare la loro attenzione. Ma i miei veri grandi ammiratori sono i miei amici maschi con i quali il gioco delle valutazioni sullo stato delle cose nel corpo è schermaglia molto amata nell’ovunque ritrovarsi.
Mi apprezzo di più vestitissimo ma tendo a finire in mutande al primo gioco della bottiglia, o al primo accenno di caldo.
Belle ho le mani, per le quali aborro lavori pesanti o pericolosi.
E le spalle. La carnagione invernale è colore dell’olio d’oliva, d’estate un india molto scuro. Nel complesso sono sempre un pelo sotto peso e anche sotto tono, c’è da dire che il corpo tutto è sotto sequestro.

(Brano tratto da Andrea Pazienza [a cura di Vincenzo Mollica], Paz, Torino, Einaudi, 1997, pp. 149-150)

Un giorno stavo riordinando la mia camera, e tra i mucchi di foglietti sparsi con vecchi appunti di cose da fare e già realizzate o forse mai veramente realizzate, ho trovato un foglio dove, in una data x, avevo ricopiato una frase di Andrea Pazienza: “Il segno è una metafora meravigliosa”. La memoria è subito corsa a quell’anno di Università in cui ebbi la fortuna di conoscere i fumetti del Paz, e fu empatia immediata. Con un po’ di nostalgia, ho ripreso in mano il catalogo di una mostra antologica che nel 1997 Bologna dedicò a uno dei suoi più celebri fumettisti (o forse bisognerebbe dire che uno dei più celebri fumettisti dedicò molti anni a Bologna pur non essendo un bolognese doc). C’era un Pazienza inedito in quella mostra, una persona che aveva fatto non tanto del fumetto quanto della capacità espressiva di usare forme e colori una sintesi di comunicazione sociale sugli anni ’70 e ’80.
Quel giorno, il giorno del ritrovamento del foglio con la frase, era il 16 giugno 2008 e appresi dai mass media di lì a poche ore che ricorreva l’anniversario della morte di Andrea Pazienza: 16 giugno 1988. Vent’anni, e come ogni cifra che termina con uno zero, è d’obbligo la commemorazione a opera dei più. Ammetto che mi ha un po’ sorpreso ritrovarmi a pensare al Paz proprio nel giorno esatto dell’anniversario della sua morte, ma ancora più sorprendente è stato scoprire che sul sito di Youtube esiste una quantità piuttosto consistente di filmati di Andrea Pazienza: alcuni in bianco e nero, molti a colori, stralci di interviste, riprese di lui che disegna o dipinge. Il Paz è on line, pur essendo scomparso quando Internet era lontanissimo dalle nostre case e dal nostro modo di vivere. E così mi è venuta voglia di inserire il Paz anche su “HP-Accaparlante”: lo so, lo so, sembra una forzatura, ma se si leggono con attenzione i suoi fumetti tanti discorsi sulla diversità potrebbero scaturirne. E se si legge con attenzione questo brano che propongo, si può trovare un parallelismo con la disabilità. Certo, il corpo di Andrea Pazienza era sotto sequestro non per motivi di disabilità, ma per una vita un po' disordinata. Ma quella frase, io NON amo il mio corpo in quanto di serie A, ma per la tenerezza che mi fa quando mi saluta denutrito un mattino allo specchio che non mi guardavo da molto tempo, mi fa pensare alla disabilità.
Siamo prima di tutto un corpo, fatto in un certo modo, con dei confini fisici ben precisi con i quali esperiamo ciò che ci circonda. Molto di ciò che siamo come persone deriva anche dal corpo, è il corpo il nostro primo “strumento” di conoscenza della realtà. Essere estroversi, vivaci, allegri, tristi, depressi, rinchiusi in se stessi, avere fiducia in sé e negli altri, sono tutti modi di essere e di agire che ci derivano dall'avere un corpo fatto in un certo modo o dalla percezione che abbiamo del nostro corpo. Quando su un corpo intervengono dei limiti oggettivi come i deficit, la persona può per esempio avere meno fiducia in se stessa, o essere un po' demotivata, o provare un senso di rifiuto per il proprio corpo percepito come non bello perché non simile ai corpi degli altri. La disabilità passa prima di tutto dal corpo, è un corpo diverso; e valorizzare ugualmente il proprio corpo, nel senso di dargli comunque un valore per quello che ci fa essere, può risultare un'operazione non molto semplice per una persona disabile. Lo stesso guardarsi allo specchio, e piacersi, sembra spesso impossibile. Che poi, quest'ansia da specchio o il non sentirsi a proprio agio nel proprio corpo o il desiderare un corpo diverso non è solo di chi è disabile; si tratta di percezioni che accomunano molte persone. Invece – à la Paz – bisogna amare il proprio corpo non in quanto di serie A, oggettivamente bello e perfetto e piacevole, ma in quanto è il nostro corpo, pur denutrito, ossuto, storto, grasso, manchevole... Dobbiamo provare tenerezza, che non significa compassione. E magari trovarvi alcune cose che ci piacciono molto, anche piccole cose: il sorriso, la forma delle labbra, il taglio degli occhi, le ciglia lunghe, la forma del naso, i capelli, le ginocchia, i piedi...
Belle ho le mani [...] E le spalle.
Ciao Paz, grazie per il tuo segno.

 

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Letteratura