Il problema del copyright

01/01/2005 - Nicola Rabbi

Il fatto è capitato nel 2003, l’esponente radicale Paolo Pietrosanti, non vedente, ha messo on line  il romanzo “Harry Potter e l’Ordine della Fenice” per permettere anche a chi non vede di poter ascoltare (tramite uno screen reader e un sintetizzatore vocale) il libro della Rowling. Chi lo voleva leggere doveva pagare solamente la somma spettante per il diritto d’autore, circa il 20% del prezzo di copertina. L’iniziativa non è passata inosservata e Pietrosanti ha dovuto retrocedere perché è stato citato dall’editore Salani dinanzi al Tribunale civile di Milano.
Questo esempio ci illustra come le nuove tecnologie possano garantire ai disabili quei diritti che non vengono rispettati (in questo caso l’accessibilità a un’opera letteraria). Questa possibilità di fatto è stata negata per una questione di copyright; in questo articolo vogliamo parlare proprio del diritto d’autore, dei cambiamenti cui esso va incontro con l’avvento dei nuovi strumenti di comunicazione digitale e di come la normativa si stia modificando e spesso non nella direzione dell’interesse del singolo cittadino (abile o disabile che sia).

Il diritto d’autore al tempo di internet

Il mezzo digitale permette una riproducibilità di qualunque opera (testuale, sonora, visiva), una riproducibilità veloce, dove le copie sono identiche all’originale e la distribuzione è immediata. Questa situazione permette, come mai è stato possibile in passato, la condivisione delle conoscenze, ovvero la possibilità di dare a chiunque (chiunque sia collegato alla rete beninteso) degli strumenti adeguati per comprendere e agire nel mondo che lo circonda. Questa idea di condivisione dei dati e di cooperazione senza fini di lucro è, d’altronde, uno dei tratti costitutivi della rete telematica. Fin dai suoi esordi, internet (ma allora non si chiamava così) si è caratterizzata proprio per lo spirito di condivisione delle risorse e del libero scambio di informazioni e dati; la rete è stata sviluppata e popolata da ricercatori che credevano nella cooperazione al di là degli interessi privati.
Ma la rete allora ha mantenuto le sue iniziali promesse di condivisione di beni immateriali per tutti? No, non è proprio così: esiste un problema, anzi un diritto a essere precisi, ed è il diritto d’autore, il copyright, ovvero la legittima aspettativa dell’autore di un brano musicale o di un testo di vedere un riconoscimento economico del proprio prodotto intellettuale. A dire il vero a farsi sentire di più non sono tanto gli autori, ma i detentori di quei diritti, ovvero l’editore, la casa discografica, ecc. Dato che il rispetto del copyright non riguarda la singola nazione, ma oramai si pone in un ambito planetario (globale), esiste una tendenza normativa a proposito; dice Franco Carlini, giornalista, nel suo libro Divergenze digitali (Roma, Manifestolibri, 2002): “Negli ultimi 20 anni le protezioni si sono fatte molto più robuste, con la tendenza a diventare eterne e impenetrabili, e non già a vantaggio del pubblico e nemmeno dei creativi artisti, ma a esclusivo beneficio degli editori dei nuovi e vecchi media”.

Il file sharing

I casi di cronaca più eclatanti a proposito di rispetto del copyright nel tempo di internet riguardano la musica e il sistema di file sharing. I programmi di file sharing sono quelle applicazioni che permettono di condividere delle risorse di ogni tipo (dati audio, video, animazioni, testi). Quando le si installa nel proprio computer richiedono quale parte della memoria della tua macchina vuoi condividere; in quella parte metteremo tutti quei dati che noi “doniamo” agli altri, e quella parte, solo quella, sarà la parte visibile della memoria del nostro computer ogni volta che noi ci colleghiamo alla rete. Così vale per ogni utilizzatore di questi programmi, ciascuno ha una parte della memoria della sua macchina che “offre” all’esterno e in quella parte mette le cose che probabilmente più gli piacciono. Le risorse offerte si sommano in un’immensa banca dati e, quando gli utenti diventano milioni, noi abbiamo milioni di sezioni di memoria in cui ricercare i brani musicali, i video o i testi che desideriamo.

Che fare?

Ho usato il verbo cercare perché questi programmi sono una specie particolare di motori di ricerca (come quelli che troviamo sul web), ma più specializzati e anche più efficaci.
Questo sistema è stato duramente attaccato da editori, case di produzione musicali, ecc., ma al di là del diritto legittimo del copyright, è venuto il momento di rendere più elastico questo diritto in un panorama dove le nuove tecnologie di comunicazione hanno cambiato le carte in tavola. Bisognerebbe inventare una normativa che oltre a preservare questo diritto, non ostacoli la condivisione delle conoscenze, ma anzi la promuova.
Torniamo all’esempio dei disabili o di quelle persone che lavorano nell’ambito non profit (insegnanti che fanno cd-rom con gli studenti, prodotti multimediali di associazioni o cooperative sociali…): non sarebbe il caso di pensare a forme di pagamento più leggere o addirittura a forme gratuite di utilizzo? Anche in questo caso, le motivazioni riguardanti l’interesse economico privato non possono essere l’elemento centrale da cui partire ma solo un aspetto da affiancare a quello, altrettanto importante, dei diritti umani e dei diritti dei cittadini (abili e disabili, del nord e del sud del mondo).