Il Piano Dell'Offerta Formativa dell'Istituto Benjamenta

01/01/2004 - Nicola Rabbi e Giovanna Di Pasquale

Qui s’impara ben poco, c’è una mancanza di insegnanti, e noi ragazzi dell’Istituto Benjamenta non riusciremo a nulla, in altre parole, nella nostra vita futura saremo tutti qualcosa di molto piccolo e subordinato. L’insegnamento che ci viene impartito consiste sostanzialmente nell’inculcarci pazienza e ubbidienza: due qualità che promettono poco o nessun successo. Successi interiori, magari sì: ma che vantaggio potremmo trarne? A chi danno da mangiare le conquiste spirituali? A me piacerebbe esser ricco, andare in giro in carrozza e aver denaro da buttar via. Ne ho parlato a Kraus, il mio compagno di scuola, ma lui non ha risposto che con una sprezzante alzata di spalle e non mi ha degnato di una parola. Kraus ha dei principi, sta ben saldo in sella, a cavalcioni della sua contentezza, e questo è un cavallo su cui chi vuole andar di galoppo preferisce non salire. Da quando mi trovo qui all’Istituto Benjamenta, sono riuscito a diventarmi enigmatico. Mi sono sentito anch’io invadere da un senso strano, finora sconosciuto, di contentezza. Sono abbastanza ubbidiente, non al punto di Kraus, che è imbattibile nel precipitarsi a seguire zelantemente gli ordini. Sotto un solo aspetto noi scolari, Kraus, Schicht, Schilinski, Fuchs, Pietrone, io, eccetera, ci assomigliamo tutti: nel fatto di essere assolutamente poveri e in sottordine. Siamo piccoli, piccoli fino a sentirci spregevoli. Chi ha in tasca un marco da spendere, lo si guarda come un principe privilegiato. Chi, come me, fuma sigarette, desta preoccupazioni per le sue abitudini spenderecce. Andiamo vestiti in uniforme: ebbene, questa circostanza di portare un’uniforme ci umilia e nello stesso tempo ci esalta. Abbiamo l’aspetto di uomini non liberi, e ciò può essere una mortificazione; ma abbiamo anche un aspetto elegante, il che ci preserva dalla profonda vergogna di coloro che se ne vanno attorno in abbigliamenti personalissimi, ma strappati e sudici. A me, per esempio, il vestire l’uniforme riesce assai piacevole, dato che sono stato sempre incerto su come vestirmi. Ma anche questo mio aspetto mi riesce per ora enigmatico. Forse in fondo a me c’è un essere estremamente volgare. O forse, invece, ho sangue azzurro nelle vene. Ma una cosa so di certo: nella mia vita futura sarò un magnifico zero, rotondo come una palla. Da vecchio sarò costretto a servire giovani tangheri presuntuosi e maleducati, oppure farò il mendicante, oppure andrò in malora.
(Brano tratto dal romanzo Jacob von Gunten di Rober Walser)

L’Istituto Benjamenta è una scuola ben strana; un luogo dove non vorremmo iscrivere i nostri figli. Il suo POF non è certo intrigante e si condensa in due parole: “pazienza” e “obbedienza”.
Del resto, ai nostri giorni non si riescono a trovare facilmente degli studenti disposti a comportarsi come Jacob von Gunten. Comunque nell’Istituto non si deve studiare molto; l’unico libro che circola s’intitola: “Quale meta si propone la scuola per i ragazzi Benjamenta?”. Gli stessi professori non incutono timore ai ragazzi anche perché, secondo Jakob, “gli insegnanti non esistono affatto, o sono ancora addormentati, oppure sembrano aver dimenticato la loro professione”. Le uniche figure educative sono Lisa e suo fratello, il direttore Benjamenta. A dire il vero anche il direttore è sempre assente, un gigante che si eclissa nelle stanze del suo appartamento segreto. A questo punto rimane solo la bella Lisa a far le veci di tutto il corpo insegnanti.
Sì, ne siamo sicuri, nessun genitore affiderebbe il suo ragazzo, qualunque caratteristiche abbia, a una scuola del genere. Ma anche i genitori qui non esistono, se non sporadicamente nel ricordo. Il tempo è incerto (quanto rimane Jacob nell’Istituto, sei mesi o sei anni?). Non c’è traccia nemmeno della natura (solo dei fiocchi di neve pesanti). L’Istituto Benjamenta è un’entità persa nel vuoto (Max Brod racconta che Kafka leggesse con entusiasmo queste pagine).
L’integrazione è uguale per tutti, non si fanno differenze, ma il destino di Jacob è diverso da quello dei suoi colleghi, fuggirà, dopo la chiusura dell’Istituto, con il direttore nel deserto.
Non si riesce proprio a collocare questo testo. È una critica a una istituzione scolastica ottusa e mortificante? Per disposizione culturale la maggior parte di noi imboccherebbe questa strada interpretativa. Ma l’Istituto Benjamenta è più misterioso. Non ha progetti complessi e obiettivi a tappe come quelli delle nostre scuole; non ha corsi aggiuntivi né crediti formativi; ha una sua strada che porterà i ragazzi a servire nelle famiglie ricche, ma che può portare anche nel deserto, fuori dalla civiltà europea. Di più forse: fuori dalla civiltà? Jacob ha aperto una porta per entrare in un mondo a sé, quello dell’Istituto dove le nostre regole non valgono più, dove prevale la negazione. Lo stesso Robert Walser, che passò gli ultimi 28 anni della sua vita in varie cliniche psichiatriche, disse una volta a un amico: “Io sono uno zero e voglio essere dimenticato”.
Nonostante l’apparente lontananza tra l’Istituto Benjamenta e le scuole attuali, molto ragazzi vivono oggi un rapporto di apatia e indifferenza con la scuola, cioè allo stesso modo del protagonista si domandano: “Che mi serve essere qui? Che cosa ne ricavo di utile per la mia vita di domani?”. Questo per dire che non basta dotarsi di “progetti complessivi e obiettivi a tappe” come tutte le nostre scuole sono tenute a fare per restituire un senso, un significato che sia compreso e vicino a chi nelle scuole sta da studente. Insomma, l’Istituto Benjamenta non è così tanto lontano da noi e tracce delle sua insignificanza misteriosa sono ben presenti anche oggi.