Il piacere di giocare

01/01/1999 - Rosanna De Sanctis

Ciascun gioco ha significato, anche quello di tipo più “normale”; i bambini a partire da un’età molto precoce, utilizzano il gioco come un mezzo per esprimere la loro relazione con il mondo che li circonda e con le altre persone.
Intervista a Licia Vasta psicopedagogistaNel 1921 la Klein aveva cominciato ad interessarsi al modo in cui l’apprendimento, un’attività presumibilmente intellettiva, potesse subire l’interferenza di blocchi causati da fantasie e paure inconsce.
Successivamente s’interessò non solo ai blocchi, ma all’attività stessa d’apprendimento, e affermò che tutto quello che il bambino fa nel suo gioco è un’espressione della sua fantasia inconscia. Ciascun gioco ha significato, anche quello di tipo più “normale”; infatti, proprio nel gioco libero l’accento passa dalla domanda “ che cosa fa quest’oggetto” alla domanda “che cosa posso fare io con quest’oggetto”. Winnicot afferma che solo giocando il bambino o l’adulto ha la possibilità d’essere creativo e di sfruttare pienamente la sua personalità; il gioco permette di ottenere un piacere, vale a dire una soddisfazione e uno scarico mediato e indiretto dei moti pulsionali attivati.
I bambini a partire da un’età molto precoce, utilizzano il gioco come un mezzo per esprimere la loro relazione con il mondo che li circonda e con le altre persone, e per affrontare le difficoltà sia fisiche sia emotive. Il gioco è così un primo passo nella formazione del simbolo. E' la capacità di digerire, elaborare e riflettere su un’esperienza importante. Tramite il gioco, i bambini nella vita di tutti i giorni possono entrare in contatto con i propri sentimenti e avere l’opportunità di elaborare eventi esterni o interni a loro stessi.
Poiché questi sono in gran parte inconsci, i bambini non saranno capaci di parlarci direttamente del loro significato, anche se sono capaci di parlarci delle azioni e degli eventi che sono riprodotti nel gioco.
Il gioco si mostra dunque carico di significato, ed è un veicolo a tutti gli effetti per l’espressione delle fantasie infantili, vale a dire i pensieri e i sentimenti inconsci che stanno dietro alle azioni.
Di questo tema ne parliamo con Licia Vasta psicopedagogista: coordinatrice psicopedagogica servizi per l’infanzia, socia del Centro italiano di psicoterapia psicoanalitica per l’infanzia e l’adolescenza di Bologna.

Il tuo intervento a chi è rivolto con quale metodologia e orientamento?

La mia esperienza professionale mi porta a lavorare con la primissima infanzia 0/6 anni riconoscendo il gioco come primo strumento di comunicazione/osservazione.
Dopo la laurea ad indirizzo psicologico, il mio percorso di formazione è stato in pedagogia psicoanalitica e questo mi ha dato la possibilità di Ri-conoscere nell’indirizzo psicoanalitico un mio modo di rapportarmi all’altro, in particolare al bambino. Uno degli autori ai quali la Scuola di Formazione (C.I.Ps. Ps. I.A.) fa riferimento è Winnicot e quello che lo psicoanalista racconta nei suoi testi, dal mio punto di vista, è stato incisivo per incontrare il mondo interno del bambino.
Come psicopedagogista mi trovo spesso a lavorare in situazione, o ad incontrare i collettivi per supervisionare i casi. E’ importante definire il mio ruolo ed il mio intervento perché non rientrano in un campo perfettamente “terapeutico” ma in un percorso di “prevenzione “ al disagio. Riuscire a leggere i segnali che un bambino, anche di soli 14/15 mesi, presenta attraverso il corpo mi dà una sensazione di piacere. E’ la disponibilità dell’educatore, quell’adulto, che può muovere un cambiamento nell’altro. Solo attraverso il godimento dell’esperienza, del non farsi intrappolare dal dolore del bambino si può capire, o meglio sentire, il bisogno di questo. Ritengo il “piacere” la prima parola chiave che uno psicopedagogista dovrebbe tenere nella propria mente per sostenere l’altro. Il bambino può crescere solo attraverso una relazione, ma una relazione si sviluppa solo c’è la reciprocità del piacere.
Proverò a raccontare che tipo d’intervento faccio tenendo presente alcuni presupposti, sia quando sono io direttamente a giocare con il bambino, sia, quando sono le educatrici dei servizi educativi che seguo. Ormai sappiamo che ogni bambino c’è rivelato attraverso il gioco. Il gioco è anche osservazione, è la capacità di mantenere quella giusta distanza emotiva che mi fa osservare, ma anche osservarmi. Ascoltandomi posso differenziare me dall’altro, riconoscere ciò che posso temere io o teme l’altro. L’interpretazione del gioco, del transfert, come c’insegna Winnicott, è quasi totalmente interno a me, minimamente coinvolge verbalmente il bambino. Più il bambino è piccolo, più la lettura del gioco, i movimenti del gioco si ricercano nel pre-verbale. Quello che interpreto durante il gioco mi deve servire per modificare l’ambiente.

Perché è importante utilizzare il gioco in età evolutiva?

E’ una risposta breve ma è tutto poter affermare che il bambino mentre gioca ci porta il suo mondo interno, si presenta, ci racconta i suoi affetti, ci dice come le due energie di base (libidica e aggressiva) si muovono dentro/fuori di lui. Nel gioco è il non verbale che “entra in gioco”; gioco sta a significare “giocare dentro” e solo con un ascolto costante e continuo posso giocare, comprendendo l’altro nella comunicazione, nella disponibilità a tollerare dentro di me la diversità che incontro fuori.
Solo all’interno di questo rapporto è possibile la regressione, cioè il poter rimettere “in gioco” mancanze, frustrazioni per gestirle, non compensarle. Chiedersi quando si è con un bambino quali legami il bambino sente con l’ambiente, cosa ci sta narrando attraverso il gioco, come usa l’oggetto e lo spazio, a cosa sta dando importanza, quali sentimenti si stanno muovendo tra me e il bambino è di vitale importanza fra narrare il gioco, poter guardare se stessi mentre si guarda il bambino giocare.
Non c’è solo la tecnica nel gioco, c’è il sentimento nell’esperienza, il cambiamento in un bambino avviene dal momento che l’altro (l’adulto) coglie i suoi segnali e riesce a stare in contatto con l’ipereccitabilità, l’assenza, l’aggressività con affetti faticosi per il bambino.
Quando il bambino sente che l’adulto non scappa, il bambino si sente visto, letto, accolto, investito, celebrato anche nella parte non cosciente. In un movimento di questo tipo ritorna la parola chiave “piacere”, piacere di stare con l’altro e potersi permettere di cambiare; magari cambiare trasgredendo, condividendo un’esperienza di contatto e non di solitudine.
Questo, nel mio lavoro, mi dà la possibilità di muovermi non per situazioni che richiedono interventi terapeutici, ma che si attivano all’interno delle istituzioni educative (come asili nido e scuole materne) nelle lettura della prevenzione del disagio.
Alleggerire gli aspetti giudicanti, arricchire di immagini e di emozioni l’altro e condividere i “casi” all’interno del gruppo facilita il veicolare delle emozioni.
Il contatto con il bambino è decisivo nel nostro lavoro, ma sappiamo anche come certi atteggiamenti e movimenti possono diventare “pericolosi” se non filtrati dalla supervisione.
Altro passaggio nel gioco con il bambino è il dare un significato ai comportamenti del bambino; se l’adulto nei servizi educativi non propone un’organizzazione, se nella propria mente non ha una trama il gioco non si sviluppa, la fantasia non è feconda, non c’è sequenza narrativa, c’è solo la solitudine del bambino, perché ogni bambino ha dentro di sé una storia.
Per giocare deve raccontarla a qualcuno che lo sta ad ascoltare e le storie dei bambini sono legate alla quotidianità delle loro esperienze familiari. La presenza dell’adulto di quando gioca con un bambino, è il dare un significato allo stare insieme nei gesti quotidiani. L’educatore dovrebbe rispettare il sentimento vero del bambino, perché l’esperienza vera ha bisogno del suo tempo per costituirsi.
Il contatto presuppone il rispetto, l’ascolto, l’attesa.
Mentre gioco è il clima relazionale che “nutre” che trasforma e accoglie, che fa accedere nell’immaginario del bambino, alleggerendolo delle sue ansie. Il “buon gioco” è legato all’atmosfera che si crea nel rapporto con il bambino, alla capacità di contenere il disagio, le emozioni, la solitudine del bambino.

Qual è il tuo ruolo durante il gioco

Dipende dalla situazione; il mio ruolo, di solito all’interno di un piccolo gruppo con 2/3 bambini, può essere diretto o di “osservatore partecipante”; è sempre però attento ad aiutare quel bambino a trasformare le sue azioni senza significato in atti aventi un significato ludico.

Come?

Facendo da “specchio”, accettando e sottolineando con gesti e voci la propria presenza senza che sia intrusiva; rilanciando gli “spunti” del gioco, riprendendo le espressioni dei bambini. Integrando ed estendendo i movimenti ludici del bambino.

Mi puoi parlare di una tua esperienza?

Vorrei brevemente narrare un’esperienza con una bambina della sezione grande di un nido che coordino. Sara, così la chiamerò, si presentava come una bambina competente, attenta a tutto ciò che la circondava. Sara manteneva però un “muro invisibile” tra lei e i bambini, tra lei e l’educatrice; se a casa aveva un’ottima competenza linguistica, al nido si rifiutava di parlare.
A seguito di diversi colloqui con la coppia emergeva un quadro di separazione (dai genitori) non del tutto risolta. Il mio intervento, come in altri casi, è stato quello di intervenire sulla bambina ma pensandola dentro a quella specifica dinamica della coppia genitoriale. Sara al nido non godeva dell’esperienza del gioco, l’uso dell’energia libidica e aggressiva erano quasi assenti. Il mio intervento, durato quasi tutto l’ultimo anno di nido, con scadenza quindicinale, era integrato dall’educatore di riferimento. Ogni mese con le educatrici ci ritrovavamo a leggere le osservazioni, discuterle, formulare ipotesi e individuarne strategie.
Un primo intervento sul gioco (nello specifico era il gioco della bambola) che si è rilevato fondamentale per incontrare Sara è stato quello di restituirle le “emozioni che la bambola provava” come ad esempio “la bambola piange perché vuole la mamma..”.
Il mio ruolo inizialmente è stato di un Io ausiliario. Il gioco di accudimento alla bambola ha portato via via Sara a ri-conoscersi in quei movimenti, a permettersi delle emozioni che inizialmente nel mondo esterno (nido) potevano essere estranee e sconosciute. Fidandosi e affidandosi all’adulto si è permessa un movimento di separazione, si è potuto esplorare gli affetti della bambina.
Spesso il mio ruolo era silenzioso dove l’attenzione era rivolta ai gesti, alla postura ecc. ma questo non sarebbe stato possibile se a monte non ci fosse stata un’alleanza psicopedagogica con i genitori. In quel caso l’elaborazione di un’esperienza faticosa come la separazione è stata rivisitata con una lente d’ingrandimento restituendo a Sara il piacere del gioco, del movimento ad andare avanti, dove separarsi non è perdersi e sparire, ma ri-incontrarsi con altre modalità.