Il pastore che apre i recinti - Il Messaggero di Sant'Antonio, settembre 2008

26/03/2010 - Claudio Imprudente

Era una domenica di aprile, il cielo nuvoloso come il clima politico dell’Italia chiamata a votare per le elezioni. Dopo aver espresso il mio voto mi sono recato, come ogni domenica, a messa. Il Vangelo proposto era il famoso brano di Giovanni che recita: «Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore una per una e le conduce fuori. E quando ha condotto fuori tutte le sue pecore, cammina innanzi a loro, e le pecore lo seguono, perché conoscono la sua voce». La mia attenzione è subito caduta sulla manovra del pastore, una mossa davvero rischiosa. Mio padre, abruzzese, da piccolo mi portava sulle sue montagne a vedere le pecore, che a sera i pastori portavano dentro il recinto. In fondo un pastore ha paura che le sue pecore scappino, che si allontanino, o che si mescolino con altri greggi. È proprio una mossa strana quella descritta dal Vangelo… È un’immagine di liberazione: il pastore fa uscire le pecore dallo steccato, dal recinto dove sono state rinchiuse fino a quel momento. Anche il sacerdote, don Maurizio Marcheselli, nell’omelia ha messo l’accento sul termine «condurre», spiegando che si tratta soprattutto di spingere fuori gli animali, perché di per sé una pecora non esce da sola: bisogna sospingerla, e si fa anche fatica.
In fondo il recinto è un luogo sicuro e comodo, dove si può mangiare, bere e riposare. Cosa significa questo spingere fuori dai recinti? E soprattutto: di quali recinti si tratta? Il fatto è che noi viviamo all’interno di molti recinti: culturali, politici, religiosi, psicologici, morali, e chi più ne ha più ne metta. In fondo, anche la disabilità può diventare un recinto all’interno del quale ci si sente protetti e sicuri. Un recinto all’interno del quale nessuno può metterci in discussione e che, allo stesso tempo, evita agli altri di mettersi in gioco criticamente. Conosco molte persone diversabili che dietro lo steccato ci stanno proprio bene e che non ne vogliono sapere di uscire; anzi, il recinto è praticamente casa loro.
Ma che cosa vuol dire oltrepassare lo steccato? Ognuno nasce in un contesto culturale che non si è scelto e che, volente o nolente, lo condiziona. Ciò non significa però che questo contesto debba rimanere immutato per tutto l’arco della vita. È possibile uscire, sperimentare realtà, contesti e recinti diversi. Non per «digerire» passivamente tutto quello che si incontra, ma per scegliere criticamente ciò che la vita propone e per proporre noi stessi alla vita un personale contributo di idee e azioni.

È possibile costruirsi da soli il proprio edificio culturale, meglio se senza recinti o steccati invalicabili. Come una casa dove gli altri possono entrare e uscire quando e come vogliono lasciandoci, a ogni transito, la possibilità di scegliere se accogliere, assecondare o rifiutare le variazioni e le imprevedibilità che ogni passaggio umano può comportare. Molte cose estranee alle nostre abitudini possono non piacerci o non convincerci appieno, ma se, supponiamo, il mio vicino ha una spezia particolare, in grado di migliorare la mia ricetta preferita, sarebbe stupido non provarla. Ma torniamo al pastore del Vangelo. Se spinge fuori le pecore, significa che non ha paura di perderle. Anzi, vuole che sperimentino situazioni diverse da quella nella quale si trovano. Il pastore ha un trucco: chiama le pecore per nome. Le conosce una per una, ha fiducia nelle loro potenzialità e anziché imporre un’unica strada, un unico pensiero, un imperativo dogmatico, scommette sulle loro capacità di apprendere e conoscere grazie a esse. Solo così è possibile evadere dai recinti.
E voi, quanti steccati avete oltrepassato? C’era un pastore fiducioso ad aiutarvi o avete abbandonato il vostro recinto da soli? Scrivete a claudio@accaparlante.it
Buona «evasione» a tutti!