Il mito del "buon disabile"

06/07/2011 - Stefano Toschi

Al di là dei frequenti episodi di bullismo delle cronache recenti, parallelamente, e forse per reazione, va alimentandosi una visione falsamente buonista dell’handicap, che finisce spesso col rivelarsi deleteria per le persone con deficit.
Per esempio nel cinema capita spesso di osservare questa percezione piuttosto edulcorata. Facendo una piccola ricerca su internet, si nota subito la quantità di titoli che vedono fra i protagonisti soggetti con qualche disabilità, soprattutto sensoriale o psichica. Ma poche sono le commedie che trattano questo argomento, i più sono film drammatici che insistono sulle condizioni di svantaggio dei soggetti disabili e sulle difficoltà che la loro debolezza comporta. Come nel Settecento esisteva il “mito del buon selvaggio”, così oggi esiste il “mito del buon disabile”. Quest’ultimo sembra essere una sorta di santo nell’immaginario collettivo, che non può fare nulla di male o che, comunque, non risponde direttamente delle sue azioni se, per esempio, ha qualche handicap mentale. Ma il fatto che chi è immobile in carrozzina o in un letto non abbia libertà di azione, non significa che non abbia pensieri sbagliati o che, potendo, non farebbe qualcosa di male. Racconterò al riguardo un piccolo aneddoto: mi trovavo a Loreto in compagnia di mia madre quando due anziane signore si sono avvicinate con un’espressione eloquente a metà fra la compassione e la tenerezza. Dopo avermi salutato con il tono di chi parla a un bambino di cinque anni, hanno cominciato a toccarmi, più o meno come si fa con la reliquia di Sant’Antonio da Padova, dicendo che volevano portare con sé un po’ della mia santità, perché sicuramente io godevo di una considerazione particolare da parte del buon Dio e avrei concesso loro, per intercessione, qualche grazia! Insomma, neanche Padre Pio gode di tanta fiducia! Se avessi saputo prima di avere a disposizione questo “canale privilegiato” ne avrei sicuramente approfittato per qualche piccola richiesta personale, o per dispensare grazie ai bisognosi! Scherzi a parte, non è da sottovalutare questo “mito del buon selvaggio” in versione del “buon handicappato”: infatti, il primo veniva usato, in epoca coloniale, per coprire i maltrattamenti e le vessazioni di cui erano vittime gli indigeni del Nuovo Mondo.
L’incontro col diverso è sempre ambivalente: se da un lato il confronto intimorisce, dall’altro ci si figura una persona immobile in una carrozzina al pari di un “selvaggio” fermo allo stato di natura, innocente e non sottoposto alle diverse cause di corruzione dell’uomo che vive in società. Spesso ci sono persone e correnti politiche che, apparentemente, si battono per i diritti dei “diversi”, per poi magari sostenere idee abortiste o a favore dell’eutanasia, quindi che colpiscono i più deboli fra i deboli, perché totalmente indifesi. Ecco allora di nuovo la contraddittorietà dei tempi delle grandi scoperte geografiche: da un lato si promuove il mito del diverso come più felice nella sua invidiabile e incorrotta innocenza, dall’altro si cerca in tutti i modi di “civilizzarlo”, portando quella corruzione del progresso che non aveva apparentemente subito prima.
Anche il cinema offre la stessa visione buonista del “selvaggio – handicappato”: quest’ultimo è sempre presentato in uno stato di natura, in una situazione di innocenza incorrotta. Poi, i cosiddetti “normali” intervengono e macchiano il candore del “diverso”. Quasi tutti i film sull’argomento presentano in maniera simile il soggetto disabile, sia che abbia qualche deficit fisico, sia mentale. L’incontro con la normalità sconvolge gli equilibri, e il disabile diventa, a seconda dei casi, vittima o carnefice, mai equilibrato o saggio, e neppure realmente cattivo. Tutte le azioni che, nella pellicola, il disabile compie, sono giustificate dalla sua impossibilità di fondo a “peccare”, o a fare del male volontariamente, o a essere ritenuto totalmente colpevole del proprio operato.
Diffusa è l’idea che l’innocenza dipenda anche dall’immobilità fisica o culturale, che fa rimanere le persone come bambini. A me, per esempio, è capitato non solo di essere creduto molto più giovane di quanto io non sia in realtà, ma addirittura che mi scambiassero per il figlio di un mio collaboratore, più giovane di me di vent’anni! Inoltre, si tende sempre a dare del tu alle persone disabili, e in generale a coloro che appaiono in condizione di debolezza e inferiorità: per esempio, spesso le persone anziane si sentono chiamare “nonno” anche da perfetti sconosciuti, nei negozi come negli ospedali o per strada. Tendenzialmente il “tu” si usa per simpatia ma, se usato fra due adulti che non si conoscono, senza esplicito consenso di uno dei due, sottolinea un rapporto percepito come non paritario. Nel caso degli adulti con deficit, essi vengono sempre chiamati “ragazzi”, anche quando hanno cinquant’anni, proprio come i selvaggi, che a nessuno verrebbe in mente di chiamare “signore”! L’appellativo “ragazzi” usato per le persone con disabilità è diventato quasi un luogo comune: anche gli ospiti dei centri, delle comunità o simili vengono sempre, genericamente definiti “i Ragazzi”, e talvolta sono proprio i loro stessi genitori che tendono a mantenere il figlio disabile in questa sorta di eterna fanciullezza, in un limbo in cui le potenzialità, anche se limitate, di autonomia della persona disabile vengono azzerate, dato che i genitori si sentono più tranquilli nel seguire personalmente il proprio figlio. Frequentemente, anche nel caso di giovani perfettamente normali, si vivono con eccessiva apprensione le manifestazioni di indipendenza dei propri figli, talvolta limitandone le scelte e l’autonomia. A maggior ragione, dunque, i genitori dei ragazzi disabili tendono a essere iper protettivi, e il fatto di mantenerli sempre “ragazzi”, anche solo a parole, dà loro l’idea di poterli meglio proteggere. Addirittura, è di non molto tempo fa la notizia di due professionisti americani che hanno sottoposto la figlia disabile di nome Ashley a una serie di interventi e trattamenti ormonali per mantenerla per sempre bambina nel corpo, come lo è nella mente. Questo è stato fatto soprattutto per poterla meglio gestire dal punto di vista dell’assistenza, quindi con una motivazione fondamentalmente egoistica. Tuttavia, essi hanno giustificato la loro decisione proprio sostenendo di voler proteggere la piccola Ashley dai pericoli che il mondo esterno riserva alle giovani donne e dai fastidi che si sarebbero aggiunti con la pubertà al suo già sofferente corpicino. Anche molti genitori di figli perfettamente normali li chiamano “il mio bambino” anche a cinquant’anni, e questo nomignolo affettuoso in realtà influisce sulla percezione di sé e sulla psiche dei soggetti, regalando la convinzione di essere davvero ancora bisognosi dell’aiuto della mamma, o comunque di essere legittimati a ricorrere ad aiuti esterni di fronte a ogni minima difficoltà.
Abbiamo paragonato la visione attuale dell’handicap a un “mito”. La funzione del mito dovrebbe essere quella di spiegare, in termini più facilmente comprensibili, realtà complesse riguardanti l’uomo e il mondo che lo circonda. L’handicap stesso, con la sua “trasparenza”, può svolgere una funzione simile, quella di rendere evidenti limiti e caratteristiche della natura umana, palesandoli come sotto una lente di ingrandimento, rendendoli più chiari, proprio perché l’handicap non può nascondersi, a differenza delle mancanze dei cosiddetti “normali”, che spesso vengono celate molto abilmente agli occhi degli altri. Nell’antichità classica, i poeti usavano il mito per dare risposte agli interrogativi fondamentali dell’uomo (anima, mondo, Dio, ecc.), e raccontavano favole che spiegassero concetti elevati anche ai semplici. I primi filosofi ionici basarono il loro pensiero filosofico sulla critica prepotente di questo sistema, affermando che solo la scienza, la filosofia, potesse dare risposte vere a questi grandi interrogativi, mentre i poeti, con i loro miti, confondevano le idee alle persone comuni, ingannandole sulla realtà delle cose, mescolando fantasia e verità. Platone, poi, restituì dignità al mito, utilizzandolo come strumento didattico per eccellenza. Più tardi, il Gesù dei Vangeli si esprimerà spesso per mezzo di parabole, proprio per far arrivare il suo messaggio a tutti. Ecco perché la sua “trasparenza” rende il disabile, buono o cattivo che sia, un “mito” vivente... in senso (non solo) pedagogico!
 

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Testimonianze-Esperienze