Il mistero della diversità

01/01/1998 - Andrea Tinti, e Angela De Marinis

Intervista a Giancarlo De Cataldo autore di Il padre e lo straniero, manifestolibri, Roma, 1977.

D. Da cosa nasce l’idea di inserire l’esperienza di papà di un bambino disabile all’interno di una vicenda poliziesca? Chi è Diego Marini?
R. L’idea nasce dall’occasionale incontro con il padre arabo di un bambino handicappato nel cortile dell’istituto di neuropsichiatria infantile di Roma un sabato di primavera. L’idea nasce da un caffè e da un sorriso. Le idee catturano dettagli profondi e, attraverso l’esercizio della scrittura, si trasformano in un’energia liberatrice. Mi è stato rimproverato l’uso del "genere" poliziesco, che secondo me, invece, è il punto di forza del libro. Storie di handicap, più o meno lacrimevoli, se ne scrivono tante. Volevo sfuggire a un cliché. Sono stato punito (editorialmente) da una serie di rifiuti: nell’atteggiarsi della gente di fronte all’handicap c’è una fortissima quota di rimozione che richiede rassicurazione: gli handicappati parlino di se stessi, al limite, ma non pretendano di raccontare "storie". E’ come se si temesse (paradossalmente) l’affabulazione in negativo che può generare da una condizione di diversità. Nel libro si piange poco e si lotta molto (queste, almeno, le intenzioni). Fortuna che Marco Bascetta, editore della "Manifestolibri", è una persona in carne, ossa e coratella e non appartiene alla mala genia dei redattori-consulenti editoriali. Il cambio di passo (tra la prima e la seconda parte del romanzo) mima un passaggio esistenziale: dalla disperazione inerte all’azione. Diego Marini è un personaggio-simbolo, di un disagio esistenziale e di una condizione di passività ai confini della depressione: all’inizio della storia, Diego non sa vedere un futuro, non ha prospettive, è nella notte nera. Poi cambierà. Il suo è un viaggio, per certi versi, eroico, una discesa agli inferi che si conclude con la palingenesi. In questo caso, la nuova nascita è anche concreta, reale, è la procreazione di un altro figlio.

D. Quali i punti in comune tra l’autore del libro e Diego Marini?
R. Molti e pochi. Molti per via della condizione comune (io ho una figlia con un handicap gravissimo), pochi per estrazione sociale, reazione individuale, prospettive di vita. Personalmente ho vissuto l’handicap, dopo il primo momento di sgomento, come un’occasione di rilancio. Ho pensato a come lavorare di più, guadagnare di più, assicurare alla famiglia (e a me stesso) condizioni di vita migliori. Di tanti risvolti, primo tra tutti l’angoscia del "dopo", preferisco non occuparmi. La rimozione aiuta sicuramente a guardare con occhi meno cupi il futuro. Del resto, siamo tutti in balia di demoni bizzarri, di quel Dio presente nelle discussioni tra Diego e Walid che si diverte a colpire uno a caso, uno ogni tanto, e con il quale è difficilissimo impostare una seria e leale negoziazione. In fondo, non amo il martirio.

D. Quanto di terapeutico contiene la trasposizione sulla carta di una tale esperienza personale?
R. Molto, anzi, moltissimo. "Il padre e lo straniero" resterà il libro che amo di più, quello più sincero, anche negli aspetti sgradevoli, quello meno ruffiano. E’ un libro che ha cambiato la mia vita, mi ha dato un feedback, continua a darmelo: ho ricevuto lettere e conosciuto presone sensibili che ne hanno penetrato lo spirito. Fratelli di viaggio, che ti fanno sentire meno solo. Come outing, a me è servito enormemente.

D. Perché ritiene che in generale il padre faccia più fatica della madre ad accettare un figlio handicappato?
R. Non so se questo sia del tutto vero. Io non faccio fatica ad accettare un figlio handicappato, faccio fatica ad amarlo. Perché rappresenta la negazione di un futuro possibile e "normale", perché cristallizza la mia immagine come in uno specchio fallimentare. Quel che è certo è che le madri soffrono con maggiore intensità: la loro bellezza (avete mai fatto caso a quante donne belle e intelligenti sono madri di bambini handicappati?) e la loro forza sono come per sempre offuscate. La ferita non si potrà mai rimarginare, per loro. Per questo sono terribilmente ammirevoli, le madri.

D. Il comune destino di sofferta paternità unisce, nel libro, i due protagonisti. Ma è solo questo? O ci sono altri elementi quali il desiderio di evasione di Diego o il desiderio di quotidianità di Walid?
R. Quel che veramente unisce i due amici è il profondo senso di condivisione. Ho catturato i miei protagonisti al culmine di un "fatal flow", all’apice di una crisi di vuoto interiore che soltanto una carezza fraterna può sperare di colmare. Ci sono situazioni-limite in cui non esistono diversità ne di classe, ne di età, ne di abitudini, mentalità, credo religioso. Esiste solo un calore animale, un’empatia irrazionale, un trasporto quasi mistico che annulla ogni distanza. Walid esiste: io l’ho conosciuto e ci ho preso insieme un caffè, non so se sia una spia o un terrorista, probabilmente è solo uno dei tanti stranieri che frequentano Roma. Ma è, soprattutto, un padre come me, e dovunque si trovi adesso gli auguro ogni felicità.

D. Durante la lettura del libro, uno degli intervistatori, disabile, ha pensato: "Avrei desiderato un padre come Diego Marini". Quanto l’atteggiamento del padre di un bambino disabile influisce sul suo futuro rapporto con la realtà?
R. Non so se sono un buon padre. Sicuramente potrei fare di più, certo ho scelto una via di mezzo tra l’indifferenza e il martirio. Ho scelto di non precipitare nella mistica della diversità, di continuare ad occuparmi del mio lavoro, di mia moglie, ho voluto (abbiamo voluto) un altro figlio in una decisione che sta tra il risarcimento e i bisogno di riversare le proprie cure e il proprio amore su qualcuno che non fosse solo Francesca. Il futuro... e chi ne sa niente?

D. Il figlio disabile come portatore di sofferenza o di nuove opportunità. Può un vissuto iniziale di sofferenza profonda convertirsi in energia positiva e creativa?
R. Ho spesso incontrato genitori che sono un autentico esempio di orgoglio della diversità. E’ un sentimento che provo anch’io, di tanto in tanto. Sarebbe a dire: che ne sapete voi, che non avete attraversato lo Stige, e parlate, parlate, ma vi manca questa esperienza cardine del dolore. Ne avrei fatto volentieri a meno. Tuttavia, da quando c’è Francesca i momenti di felicità sono enormemente più intensi, i piaceri vissuti meglio, l’energia più creativa, e il tempo per occuparsi delle banalità semplicemente abrogato.

D. In che misura la nascita di un figlio handicappato funge da cartina di tornasole per il rapporto di coppia? Disgrega o consolida?
R. La madre ama da subito, senza riserve, il padre deve imparare ad amare. Si crea inevitabilmente un solco. Se non lo si colma subito, le distanze si fanno infinite e la rottura è assicurata. E’ un esercizio duro e quotidiano. A me e a Tiziana (mia moglie) è andata bene, soprattutto grazie alla decisione di fare un secondo figlio. La nostra complicità è granitica, anche se i problemi non mancano mai. In ogni caso, cerco di non dare mai giudizi, visto che una parte di me comprende e giustifica chi si sente così profondamente pressato dal richiamo della vita (e della vitalità) da gettare la spugna. Non condannerei mai chi non ce la fa ad affrontare una situazione così difficile. Se c’è qualcuno da condannare, sono gli indifferenti e gli ipocriti.

D. Cosa si sentirebbe di comunicare ad una coppia che ha da poco appreso la situazione di grave handicap del figlio?
R. Se potete, fatene un altro, due, tre, fatene una barca, di figli. E se non potete, adottatene uno. E se nemmeno questo vi è possibile, non dimenticate comunque mai di pensare a voi stessi. Se non vi amerete più, come potrete amare il bambino?

D. Cosa ne pensa in generale dell’handicap nella letteratura e in particolare nella narrativa italiana?
R: Il tema è scabroso, l’ho accennato prima. Il libro è anche circolato in ambienti di cinema, e un paio di registi, dopo un iniziale interesse, si sono ritirati, spaventati dall’idea di affrontarlo. Come se non avessimo già visto "Totò l’hero" o "L’ottavo giorno". Comunque, nessuno ne ha parlato meglio e con più commozione e lucidità di Kenzaburo Oe (penso alla storia di Tori-bird e a "Insegnaci a superare la nostra pazzia"). In Italia mi piacciono molto alcune cose di Clara Sereni (una grande scrittrice) e resta una pietra miliare la paginetta di Flaiano con l'apologo della seconda resurrezione di Cristo (guarisce gli storpi, converte un prete, poi il padre di un handicappato gli chiede di insegnargli ad amare suo figlio, e lui risponde: questo non posso farlo).

D. Al termine del libro Diego Marini decide di avere un secondo figlio. In che misura, in generale, la scelta di un secondo figlio può essere influenzata dalla non completa accettazione del primo figlio disabile?
R. Credo di aver già risposto: un altro figlio significa, in termini di autogratificazione dei genitori, che anche in una famiglia particolare è possibile un inserimento di "normalità". Poi andrebbe fatta un distinzione sui tipi e generi di handicap. Dal mio punto di vista, un figlio paraplegico, o cieco, o un ragazzino con la spina bifida sarebbero un paradossale fortuna. Un bambino gravissimo non è e non sarà mai autonomo, autosufficiente, inserito in un tessuto lavorativo e via dicendo. Per gli adulti handicappati gravissimi, venuta meno la tenera bellezza del pargolo, le cose diventano ancora più complicate. Un altro figlio ti aiuta a dividere il peso della corazza che devi costruirti per affrontare una società che non ama particolarmente i diversi.
Intendiamoci: sempre meglio la sopportazione della rupe Tarpea o dei lager (sapete, Hitler, prima ancora che dagli Ebrei, cominciò dagli handicappati) e comunque non vorrei mai che mio figlio Gabriele dedicasse la sua vita alla sorella: per quello ci siamo io e la madre.

D. Perché Walid organizza una festa in occasione della morte del proprio bambino?
R. E' la prima volta che me lo chiedono. Bravi. C'è, nella scena, un particolare esotico (l'arabo che festeggia) frutto di antiche letture di antropologia e della mia origine di terrone al 100%: da noi, come dagli ebrei osservanti, la morte è - o era fino a qualche tempo fa - un evento collettivo da celebrare alla stregua di una festa. Io credo fortemente che i morti abbiano bisogno dello strepito delle nostre voci, perché vanno a stare al buio e si portano appresso parecchie nostalgie. Anche quei morti, come il piccolo Yusuf, che apparentemente non hanno niente da rimpiangere perché si presume che non abbiano sentimenti. E invece, se c'è un terreno sul quale il bambino con handicap gravissimo può darci lezioni è proprio quello dei sentimenti e dell'affettività. E poi, nella scena affiora questo grande rimosso di tutti noi "normali" che quotidianamente conviviamo con la diversità: il desiderio di morte. Negarlo sarebbe ipocrita, ci si deve convivere, sino ad annientarlo, con la forza della ragione ma più ancora con la forza del sentimento. Io me lo sono portato dentro, questo desiderio oscuro, finché Francesca non è stata a un passo dal lasciassi. E’ stato durante un ricovero in ospedale, quando le condizioni erano davvero critiche, che ho capito davvero che preferivo la sua presenza al fantasma della sua perdita.

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Letteratura