Il mercato e le relazioni educative

01/01/2000 - Marco Grana

Lo “scollegamento” come meccanismo fondamentale della vita odierna: come l’ideologia del mercato influenza le relazioni educative e persino la pratica del volontariato e dell’impegno sociale, rendendola “hobby” senza alcuna relazione con il tempo di lavoro.
- Le cose, i fatti sociali, sono scollegati l’uno dagli altri, nella vita di ognuno i momenti di lavoro sono separati dai momenti di tempo libero, l’etica e la morale stanno da una parte, la pratica da un’altra;

- noi persone comuni non sappiamo niente di preciso sui rapporti di causa ed effetto, funzione e struttura, significante e significato, la Medicina, l’Università, la Scienza sanno tutto e hanno trovato o sono in procinto di trovare le soluzioni a tutti i problemi; Medicina, Università e Scienza rispondono legittimamente solo al mercato, che a sua volta le fa progredire nel migliore dei modi;

- la vita quotidiana nelle città è facilitata da supertecnologie che la rendono preferibile ai modelli di vita quotidiana non occidentali, grazie al progresso spinto dal mercato;

- l’attuale ordine sociale non è modificabile, ci renderà onnipotenti e immortali, il progresso è inarrestabile, va nella direzione giusta ed inevitabile perchè è quella indicata dal mercato;

- l’uomo è una macchina produttiva che deve funzionare al massimo delle sue possibilità, esattamente come le altre macchine;

Il mercato è il mercato è il mercato.

Abbiamo cercato di condensare in frasi alcuni degli assiomi fondamentali che ogni cosa rappresentata, ogni fatto comunicato ci dicono in continuazione. Mass media non sono solo i mezzi di comunicazione tradizionalmente intesi: Internet, la TV, i Giornali, la Radio, sono forse meno importanti degli ipermercati, dell’aspetto delle città, dei contratti di lavoro, dell’organizzazione della scuola, del rapporto quotidiano tra la persona comune e l’esperto (il Medico, il Vescovo, l’Avvocato, il Giornalista, l’Insegnante), del far coincidere il viaggiare e il conoscere il mondo con il turismo. Si tratta di assiomi che in qualche caso si presentano anche in forma verbale, ma molto più spesso sono organizzatori di altri messaggi, che si impongono come senso comune grazie alla potenza del medium, o addirittura sono la struttura del messaggio stesso, e in questo caso sono difficilmente criticabili.
A prima vista sono indipendenti tra loro, ma si tratta di capisaldi organici tra loro del Pensiero Unico, quello che con sempre maggiore efficacia si va imponendo con la globalizzazione.
E’ importante, secondo noi, che lavorando nel sociale ci si preoccupi di vedere quale impatto hanno questi messaggi sul proprio lavoro, dal momento che (come la pioggia nei giorni dopo Chernobyl) essi ricadono su tutto: sulle relazioni individuali e ancora di più su quelle collettive (l'educatore e l'utente, gli assistenti sociali e un’altra professionalità, per esempio).

Apologia delle ideologie

Prendiamo un po’ della prima frase: i fatti sociali sono tra loro scollegati, i tempi della vita di una persona sono scollegati. Chi lo dice? Come? Perchè, a quale scopo? Che effetto ha su di noi?

Per una decina d’anni (coincidenti con gli anni ottanta) gli editoriali e le pagine culturali dei principali quotidiani italiani hanno ripetuto che le ideologie erano morte e sepolte, che non avevano più niente da dire e nessuno ad ascoltarle.
L’ideologia è una visione del mondo organica (cioè con pochi principi esplicativi generali) che consente di inserire in un ordine e in un senso i fatti del mondo (cosa siamo, dove andiamo, come stiamo insieme agli altri, eccetera), e di conseguenza consente di articolare azioni sociali significative. L’ideologia appartiene e caratterizza un gruppo e si confronta con l’ideologia di altri gruppi. E’ una forma civile e culturalizzata di tensione al cambiamento e di speranza collettiva. La delegittimazione dell’ideologia è stata la delegittimazione della presunzione, delle persone o dei gruppi (partiti, sindacati, associazioni), di avere e praticare un’idea di cambiamento di tutta la società; la delegittimazione dell’ideologia ha reso demodé la presunzione di avere un’idea (e tentare una pratica) di giustizia.

Non è casuale che nei nostri anni le cose, i fatti sociali siano trattati e rappresentati come se fossero scollegati, e vengono inoltre presentati come se si presentassero da soli, come se fosse la realtà autonomamente a parlare per mostrarsi così com’è nella sua potenza di oggetto:
- la TV - tutti i programmi di vita reale (dalle telenovelas con riferimenti alla cronaca alle mille declinazioni del Big Brother), i TG che rendono contigue le reti di Inzaghi ai morti del Sabato sera, l’alta moda di Milano ai morti sotto i bombardamenti in Kossovo, gli uni cancellando apparentemente la mediazione di un autore o di un conduttore, gli altri inscatolando le notizie e giustapponendole in modo da sembrare avulse l'una dall'altra;
- le corsie degli Ipermercati dove le gomme della mia macchina stanno a fianco di canne da pesca in fibra di carbonio che stanno a fianco del prosciutto di parma a fianco di un libro di Camilleri sotto uno scanner vicino al Monopoli, creano un meraviglioso paese dei Balocchi per adulti, con illusione di poter soddisfare ogni mancanza, dimostrando che è tutto sotto controllo; anche qui, come in TV, non c’è solo la giustapposizione di cose presentate finite e quindi scollegate, ma c’è anche l’apparente annullamento del mediatore: tra me e la cosa da comprare non c’è nessuno, così come non c’è nessuno tra me e il gruppo di persone comuni che vive il suo quotidiano davanti a telecamere in diretta TV;
- è ormai banale dire che anche il corpo è scollegato: è scollegato in sè, perchè tra braccia e fegato pare non esserci relazione, tra vista e nostalgia nessuna relazione, niente neanche tra polmoni e pelle; ancora di più il mio corpo è scollegato da me, che se vado dal medico non devo vergognarmi, non devo aver paura del dolore, non devo lamentarmi, devo consegnarglielo almeno fino a quando non me lo ha guarito, in questo caso non vi è l’apparente annullamento del mediatore, ma per oggettivare il processo di scollegamento viene usato un’altro meccanismo: la reificazione scientifica: il mio braccio soprattutto quando è malato non è più il mio braccio, ma un braccio sul quale ha diritto di parola solo la Scienza Medica (che comunque va estendendo il suo dominio ben al di là della malattia: il parto, la gravidanza, il sesso, l’intelligenza, sono di sempre maggiore pertinenza della medicina).

Il mercato è nudo

Lo scollegamento tra le cose è interiorizzato perchè normalmente non siamo in grado nè di decodificare l’impaginazione di un telegiornale nè la corsia di un ipermercato, casi in cui lo scollegamento è la struttura della rappresentazione: il massimo della critica che siamo capaci di fare di norma si ferma al contenuto del messaggio (questa notizia è vera o falsa, data correttamente o in modo ambiguo), difficilmente arriva alla sua struttura, ma molto spesso è proprio la struttura del messaggio a contenere il messaggio principale.

Eppure a volte il mercato frana su se stesso (perchè nonostante quello che ci racconta non è onnipotente e non ci garantisce l’immortalità), e, quando ciò succede, è costretto a esplicitare le sue ragioni e allora si deve svelare, si denuda da solo: tre sono gli esempi periodici e sotto gli occhi di tutti: le catastrofi naturali, finanziarie, sociali.

Le catastrofi naturali

A seguito di qualunque catastrofe naturale si sviluppa sempre lo stesso dibattito: di chi è la colpa?. Se la catastrofe è avvenuta in un paese povero la colpa è sempre dell’uomo, che essendo là povero (o ignorante, o negligente) non si è premunito, se, invece capita in un paese ricco la colpa è di qualcuno che ha non ha rispettato qualche legge. Non viene mai presa in considerazione l’ipotesi di una Natura disarmonica al Mercato, al contrario si tenta di dimostrare che nell’applicazione delle Leggi del Mercato c’è stata qualche sbavatura, e solo per questo la catastrofe ha provocato vittime. La promessa dell’onnipotenza rischia così di essere svelata.
Vi è poi la questione più grossa, lo scollegamento: nell’analisi delle responsabilità e delle colpe viene sempre data la parola ad ambientalisti che non perdono occasione per far sapere a tutti che c’è un legame tra cemento, benzina, automobili, opulenza e catastrofi. Il mercato è costretto a difendersi, e come fa? Prima lascia parlare gli ambientalisti, fino a quando non diventano noiosi (anche questa è tecnica di comunicazione), poi fa partire un Gran Premio di Formula 1.
Quando a Soverato un’ondata di fango sommerge una dozzina di persone, si rimanda l’elezione di Miss Italia. Perchè? Qual’è il collegamento tra le splendide ragazze di Miss Italia a Salsomaggiore e i disabili di Soverato coperti di fango? I collegamenti sono due: il primo è il collegamento che non c’è: per non collegare a nessun nostro comportamento l’ondata di fango, anche se sospettiamo che centri qualcosa col buco dell’ozono o con l’effetto serra, paghiamo pegno limitandoci a scollegare per una volta due emozioni che stanno insieme in ogni telegiornale (l’eccitazione per la bellezza e la paura della morte, di cui ogni TG è saturo). Il secondo collegamento è quello vero: Soverato, come tutte le catastrofi, sollecita angosce individuali e collettive, e ai nostri giorni l’elaborazione del lutto collettivo può avvenire anche attraverso la televisione: un giorno di attesa per Miss Italia ed ecco che il lutto è elaborato. Il prossimo Gran Premio a Monza farà il resto e le parole degli ambientalisti saranno teorie che entreranno nella logica scollegante del “sarebbe bello se..., ma...”.

Le catastrofi sociali

Lo stesso schema si riproduce poi analogo nelle catastrofi sociali, quando un addetto alla sicurezza, per esempio, muore durante un Gran Premio: in questo caso i portavoce del Mercato sono costretti a spiegare, a dire, che la velocità, la passione per i motori (cioè la devozione al dio mercato) non è legata alla morte di quell'uomo, che è morto perché certamente una certa regola per la sicurezza non era stata rispettata, per poi confermare che al di là di tutto ci sono i soldi, e l'elaborazione del lutto è compiuta attraverso una megacolletta tra miliardari a favore della famiglia. (In realtà nel caso di Monza un giornalista in tv si è spinto a dire che l'addetto era stato ucciso dalla sua passione per i motori, ma se questa considerazione fosse detta e presa sul serio, forse si scoprirebbe che dietro la Formula 1 non c'è la passione per i motori, ma la passione per la morte, proprio lei, la grande rimossa nella religione del dio mercato).

Le catastrofi finanziarie

L'evidenza più grande è costituita dalle catastrofi finanziarie, che invece di essere logicamente considerate la prova definitiva della non onnipotenza del mercato (che non funziona neanche al suo interno, pur seguendo le sue stesse regole), sono presentate come il suo vero punto di forza: la loro ciclicità e prevedibilità infatti è usata per dimostrare la potenza della Scienza degli Economisti (vestali del dio mercato), la loro realizzazione è il più grande affare dei veri padroni delle economie: ad ogni crollo di borsa, per ogni paese che collassa, c'è sempre un ristretto gruppo che aumenta il suo potere in proporzione all'entità della catastrofe.
Nonostante questo, nei momenti di crisi finanziaria, il Mercato deve scoprirsi ed esplicitare le sue argomentazioni: il progresso è inarrestabile, la vita di uomo o di un popolo è meno importante del funzionamento del mercato, ha diritto di vivere chi è più bravo a stare sul mercato, si può crescere all'infinito (il racconto che il Gatto e la Volpe fanno a Pinocchio per fargli seppellire i suoi soldi nel Campo dei Miracoli è lo stesso che viene fatto ai pensionati per fargli seppellire i risparmi in Borsa), e infine: il fatto che una azienda viva di guerre e di mine antibambino o affami un intero continente (rubandogli il diritto di piantare i suoi semi) non è in relazione alla possibilità di guadagnare con la crescita del valore delle sue azioni. Il valore delle azioni finanziarie di una azienda è scollegato dalle sue azioni sociali. I soldi non hanno odore, il mercato è il mercato è il mercato.

Critica del volontariato

Crediamo ai Gatti e alle Volpi perchè lo scollegamento tra le cose è ormai interiorizzato, lo avevamo già interiorizzato quando il messaggio si presentava come oggetto, e nel momento in cui è esplicitato non abbiamo più la capacità di reagire, o almeno di balbettare che non può essere così.
Addirittura siamo pronti a riconoscere che anche la nostra personale esperienza quotidiana è parcellizzata, che l'orario di tempo libero 19:00-23:00 è scollegato dall'orario di lavoro 9:00-19:00: in questo modo, per esemplificare una conseguenza tra le tante, è stato possibile radicare in Italia una cultura del volontariato dove l'idea di solidarietà è talmente concreta e compartimentata da essere slegata sia da un idea generale di pratica di promozione sociale, sia dal resto della propria esperienza quotidiana.
Vediamo meglio questi due aspetti.
Molte delle forme di volontariato più diffuse si caratterizzano per specializzazione e utilità immediata: la protezione dell'ambiente, l'aiuto ai disabili, l'assistenza agli anziani, la cura dei tossicodipendenti, l'accoglienza agli stranieri. E' raro incontrare organizzazioni di volontariato (con pochissime eccezioni, una è "Libera") che elaborino e addirittura tentino di praticare idee orientate al cambiamento del contesto sociale, al contrario viene sempre più spesso esaltata e valorizzata la soluzione immediata: hai freddo ti do il cappotto, hai fame ti do da mangiare, sei solo ti faccio compagnia. E' bellissimo, ma non si collega al fatto che il lusso di poter aiutare gli altri è dovuto allo squilibrio sempre più enorme e intollerabile nella distribuzione di risorse come la salute, l'affetto, la cultura: io volontario ho dentro di me tanto amore da poterne regalare a chi non ne ha, solo perché da qualche altra parte, e in modo molto più grande, io stesso, o qualcun altro per me, si è accaparrato anche quello degli altri.
Il volontariato, spesso, al posto di interrogarsi e agire su questo squilibrio, o lottare contro l'accaparramento, funziona da compensatore emotivo: con una mano prendiamo tutto, con l'altra restituiamo un'elemosina.

Al tempo stesso, la pratica sociale sembra essere uno dei tanti hobby che è possibile scegliere per il tempo libero: lavoro, magari in una banca, o in una finanziaria, e poi nel tempo libero partecipo alle manifestazioni per la pace. Il fatto che il mio datore di lavoro faccia i suoi affari migliori investendo in fabbriche d'armi è indifferente. L'impegno, la partecipazione sociale, il volontariato rischiano di centrarsi non sul presunto obiettivo di cambiamento o di promozione, ma sulla figura un po’ eroica e un po’ narcisistica del volontario stesso, e così la contraddizione risulta meno sensibile.

Torneremo nei prossimi interventi a prendere in considerazione la separazione tra tempo libero e tempo di lavoro, partendo anche dagli assiomi che abbiamo elencato all'inizio.

Pubblicato su HP:
2000/78