Il mandato sociale degli educatori

01/01/2000 - Stefano Siroli

Tra le difficoltà del ruolo di educatore, spicca la tentazione di ricondurre la “diversità” a modelli paternalistici e non paritari con la “normalità”, sotto la spinta di una società che vuole un’integrazione parziale e fatica ad eliminare completamente le barriere, soprattutto mentali, tra sé ed i disabili.Una partecipazione reale degli svantaggiati

Malcolm X, in un discorso tenuto a Detroit una settimana prima di essere ucciso, affermava :
“Sapete, dieci persone possono sedersi intorno a una tavola per mangiare, per cenare. E io posso arrivare e sedermi dove loro stanno cenando. Loro stanno cenando; io ho davanti a me un piatto, ma dentro non c’è niente. Perché siamo tutti seduti alla stessa tavola, saremo allora tutti a cena? Io non sto cenando, non sono un commensale, finché non mi permettono di mangiare. Allora diventerò un commensale. Il solo stare a tavola con altre persone che stanno cenando, non rende anche me uno che sta cenando, è questo che dovete mettervi in testa in questo paese.”
Gli educatori che hanno operato negli ultimi 20 anni credo possano autodefinirsi gli “operatori dell’integrazione sociale”. Prima dell’avvio degli interventi di questi operatori sociali, le strutture che si “occupavano” delle persone svantaggiate operavano in modo da segregare questi individui in strutture tristemente famose : manicomi, istituti speciali ecc...
Il lavoro degli educatori, supportato da adeguati supporti legislativi (la legge 180, la legge sul collocamento obbligatorio, l’integrazione scolastica), ha reso possibili bellissime esperienze di contatto tra persone che fino ad allora si erano tenute a debita distanza: i “normali” e i “diversi”.
Dopo questi anni di esperienza, come possiamo valutare l’attuale situazione? Il leader nero Malcolm X, nella sua provocazione citata all’inizio dell’articolo, ci fa riflettere su un punto molto importante: la partecipazione di una persona ad un evento quale può essere, per esempio, la formazione scolastica, non può definirsi compiuto per il semplice fatto di condividere lo stesso spazio (la tavola), ma deve prevedere anche una serie di esperienze che fanno sì che la partecipazione del soggetto sia reale (la cena).
L’impegno degli educatori ha portato ad imbandire una tavola dove mangiano solo le persone “normali”? Oppure ha creato delle basi solide perché la cena sia servita anche a coloro che vengono definiti a seconda dei casi: svantaggiati, disabili, gli ultimi?

Chi valuta la “vita normale” del diverso?

Per valutare se il lavoro degli educatori ha portato ad una reale partecipazione delle persone svantaggiate, dobbiamo tenere in considerazione due fattori spesso dimenticati.
Il primo riguarda l’appartenenza degli educatori al gruppo dei “normali”. Questo li differenzia in maniera ineludibile dai loro utenti, che appartengono invece al gruppo sociale dei “diversi”. Si potrebbe obiettare che la “diversità” è un concetto soggettivo, e che non si può con certezza immettere un soggetto in una categoria di diversità. Questo può essere vero nei processi psicologici, ma nelle dinamiche sociali la diversità (soprattutto se ci riferiamo a soggetti disabili psichici o malati mentali) è ben codificata e riconosciuta, ed è una delle basi della coesione sociale e del senso di appartenenza.
Gli educatori, per quanto bravi nell’avviare una relazione empatica con i loro utenti, rimangono delle persone “normali” che conducono una vita normale nella quale possono accedere a tutte le opportunità che sono concesse alla stragrande maggioranza della popolazione.
Se mettiamo in relazione questo dato di fatto con la tendenza degli educatori a farsi portavoce e difensori dei bisogni, delle esigenze e delle rivendicazioni delle persone svantaggiate, ci troveremo di fronte ad una dinamica quantomeno pericolosa, quella che si crea quando un gruppo sociale privilegiato si erge a difensore di un gruppo svantaggiato. Al di là del rapporto paternalistico che inevitabilmente viene ad instaurarsi tra i due gruppi sociali, le soluzioni dei normali saranno sempre e comunque funzionali alla esigenze dei normali, che imporranno il loro “democratico realismo”.
Il secondo fattore nascosto, strettamente collegato al primo, è legato alla valutazione della qualità della vita di una persona “normale” e di una persona disabile.
I parametri con cui consideriamo la nostra esistenza accettabile non sono certamente gli stessi con cui valutiamo la vita di un disabile come degna di essere vissuta.
Per mettere alla prova questo doppio binario di valutazione, pensiamo ad una ragazza down. Possiamo immaginare che lei senta l’esigenza di andare a ballare e ipotizzare i vari modi in cui affrontare il problema:
Uscire col gruppo di tempo libero che le ha trovato la Ausl e, se non in una festa campestre, ritrovarsi in un locale alternativo perché più accettante e perché di solito gli educatori vanno in posti sinistrorsi;
Uscire con poche amiche (magari del gruppo parrocchiale) e ritrovarsi in posti similari a quelli citati in precedenza;
Uscire con le sue amiche (quelle con le quali non ha litigato) e, andando in auto fino a Rimini, entrare nella discoteca di grido
Presentarsi per tempo in un locale della zona ed esibirsi come cubista.
Quali di queste opzioni vi sembrano realistiche? Non rifugiatevi in false difese, quali quelle che neppure noi, con i nostri fisici goffi, potremmo fare i cubisti, perché nessuno di noi sa se la ragazza down abbia un fisico all’altezza; e non date la colpa al mondo delle discoteche che è edonistico e superficiale, perché credo non ci sia uno stigma più infamante che quello di costringere le persone in mondi intelligenti, buoni e sani.
Io credo che ognuno di noi abbia un limite all’interno del quale gli risulta insopportabile l’idea che una persona “diversa” possa entrare e disturbare, e, in ogni caso, ci sono territori ed esperienze di vita che noi “normali” neghiamo a coloro che non presentano alcune caratteristiche specifiche; è per questo che la qualità di vita di un disabile viene valutata al di là di questo confine, in un territorio mentale dove ai diversi sono negate alcune opportunità senza che questo rappresenti una eventualità così drammatica. In questo modo la valutazione della qualità di vita di un disabile, anche se priva di queste opzioni, risulterà in ogni caso soddisfacente.

Un mandato sociale di esclusione

Poste queste premesse, che senso ha parlare di integrazione sociale?
Io credo che la società richieda agli educatori un’integrazione ad uso e consumo delle persone normali; sta agli educatori valutare se accettare o rifiutare questo mandato sociale.
Franco Basaglia, il padre della nuova psichiatria in Italia, nel 1968 scriveva : “La depsichiatrizzazione è un po’ il nostro leitmotiv. E’ il tentativo di mettere tra parentesi ogni schema, per agire in un terreno non ancora codificato e definito. Per incominciare non si può che negare tutto quello che è intorno a noi : la malattia, il nostro mandato sociale, il ruolo. Neghiamo cioè tutto ciò che può dare una connotazione già definita al nostro operato. Nel momento in cui neghiamo il nostro mandato sociale, noi neghiamo il malato come malato irrecuperabile e quindi il nostro ruolo di semplici carcerieri, tutori della tranquillità della società; negando il malato come irrecuperabile, neghiamo la sua connotazione psichiatrica; negando la sua connotazione psichiatrica, neghiamo la sua malattia, depsichiatrizziamo il nostro lavoro e lo iniziamo su un terreno nuovo, tutto da arare.”
Basaglia ci invita a rifiutare il mandato sociale che voleva allora segregare i malati mentali nei manicomi. Da allora sono passati più di 30 anni, e la società è sicuramente cambiata. Oggi qual è il mandato sociale degli educatori? E gli educatori rifiutano o accettano questo mandato?
A mio avviso noi, società dei normali, abbiamo solo spostato il confine, ma esiste ancora una barriera che ci separa dai “diversi”. Noi normali abbiamo concesso alcuni spazi fisici a persone che prima erano completamente separate da noi, ma in ogni caso abbiamo bisogno che i “diversi” siano compresi all’interno di contenitori che possono essere fisici (centri diurni, gruppi appartamento) o mentali (pensare che ci sia qualcuno che si occupa della loro presenza tra noi).
Questi contenitori fisici e mentali sono gli educatori e le strutture nelle quali lavorano.

Le difficoltà di un “orgoglio disabile”

Dobbiamo allora pensare che l’impegno degli educatori sia completamente inutile? Penso proprio di no, semplicemente perché credo che sia molto peggio vivere per anni in un manicomio rispetto a passare la propria esistenza in un gruppo appartamento in compagnia di educatori, magari di sinistra.
Ma se vogliamo analizzare l’efficacia sociale degli interventi degli educatori, dobbiamo renderci conto che i gruppi sociali non si integrano in modo così meccanico, e che coloro che si trovano in una posizione di svantaggio e di stigmatizzazione, per poter accedere al maggior numero di opportunità sociali ed esistenziali, non devono seguire un percorso di integrazione, bensì di emancipazione. Questo percorso trova la sua genesi nel riconoscimento reciproco dei componenti di un gruppo sociale e nell’esaltazione delle caratteristiche del proprio gruppo come invidiabili. Il gay pride (l’orgoglio gay) o il “nero è bello” sono stati i primi passi fatti dagli omosessuali o dagli afroamericani, non per farsi accettare o integrare nella società dei bianchi eterosessuali, ma per imporre la loro presenza nella società dei “normali”, per inserire la propria variabile tra le variabili già riconosciute nella società.
La difficoltà dei disabili e dei malati mentali sta nel fatto che vengono definiti e riconosciuti attraverso una caratteristica che universalmente viene definita negativa: la malattia.
Un altro punto debole è che questo gruppo sociale viene codificato e definito dal gruppo sociale avverso: i “normali”, ed è come se i neri americani avessero fatto combattere le battaglie razziali solo dai bianchi democratici.

“Giocatori smarcati”

Quello che voglio affermare è brillantemente descritto da Malcolm X nel discorso già citato all’inizio dell’articolo:
“Quando giocate a pallone e vi hanno intrappolato, non tirate via la palla, la passate a quello dei vostri compagni di squadra che è libero. Questo fecero le potenze europee. Erano intrappolate nel continente africano, non potevano restare lì; erano visti come colonialisti e imperialisti. Quindi dovevano passare la palla a qualcuno la cui immagine fosse diversa, e passarono la palla allo Zio Sam. Lui la raccolse e da allora continua a correre. Era libero, non era visto come uno che avesse colonizzato il continente africano. A quell’epoca, gli africani non potevano capire che sebbene gli Stati Uniti non avessero colonizzato il continente africano, avevano colonizzato ventidue milioni di neri in questo continente. Perché noi siamo completamente colonizzati quanto qualsiasi altro popolo colonizzato (Applausi).
La palla fu passata agli Stati Uniti, nel periodo in cui John F. Kennedy arrivava al potere. Lui la raccolse e aiutò a prendere la fuga con lei. Era il più brillante giocatore smarcato che la storia ricordi”.
Lui parlava degli afro-americani a degli afro-americani, ma questo meccanismo può essere trasposto nei rapporti tra normali e diversi.
Possiamo affermare che gli educatori sono i giocatori smarcati dei nostri tempi.

Pubblicato su HP:
2000/78