Il luogo comune dell'handicap psichico

01/01/1988 - Stefano Cifiello

Questo contributo vuole toccare un aspetto del “problema” handicap a
cui credo, per una serie di cause che cercheremo di esaminare, non si è ma
prestato sufficiente attenzione. Cercheremo di domandarci, infatti, attraverso quale
storia quale percorso persone che non presentano né menomazioni
genetiche, fisiche o sensoriali neppure apparenti, i cosiddetti
“handicappati psichici”, possono approdare a questo ruolo. perché,
dunque se un bambino presenta una serie d sintomi psichici, è più spesso
considerato handicappato che non ossessivo psicotico, fobico ecc.


L'attuale uso estensivo del concetto di handicap, anche ad individui che in etàgiovanile presentano distorsioni della personalità, ha l'effetto di velare lapossibilità di una definizione più esatta e, nella sua imprecisione,diminuisce la quantità di conoscenza, più che aumentarla. L'uso improprio diquesto termine trova una prima spiegazione molto generale. Il concetto dihandicap, diffuso e socialmente accettato, riferito però propriamente a"casi" di disabilità fisica di qualsiasi età, è esteso ad un'arealimitrofa con cui ha in comune, non una caratteristica fondamentale: ladisabilità, ma una secondaria: la giovane età. Esaminando, poi, lo sviluppodella "carriera" (Goffman, 1968) di alcuni soggetti con "handicappsichico" si può notare come emergano delle costanti nel suo dispiegarsi:la teoria del trauma immaginario e la teoria della storia triste.
Dal racconto dei genitori di alcuni emerge spesso un momento legato all'ambitodella salute fisica: una piccola operazione chirurgica, una malattia infantile,un lieve incidente, che si è invece impresso con fosche tinte nella memoria. Da tale momento ilgenitore si troverà a far dipendere la condizione di "handicappsichico" del figlio.
La particolarità è che di questo possibile errore o incidente non vi è poitraccia nelle cartelle cllniche, anche se spesso i medici, consultati nel tempo,avvallano (senza riscontro oggettivo) la teoria del trauma organico. L'altramodalità è la "storia triste" di cui dice sempre Goffman (1968). Siesplicita nella strenua tendenza ad aggravare, piuttosto che minimizzare, ladiagnosi del figlio o con velati accenni alle teorie dell'ereditarietà, o allostato psico-fisico dei propri ascendenti, o alle proprie attuali condizioni disalute.
Dove si riscontrano i cosiddetti "problemi a grappolo" si tratta didescrizioni vere, ma spesso la storia triste che ha da "raccontare" lafamiglia dell'handicappato psichico, ci sembra si fondi:
- o sul mal celato senso di indispensabilità legato ad un ruoloiper-protettivo;
- o sulla trasformazione del figlio in strumento di difesa e di mantenimento(anche economico) di sé e del proprio stato;
- o su una cattiva interpretazione e conseguente distorsione dei suggerimentiterapeutici (Boileau, 1972). Si può osservare anche come uno dei due genitoriabbia un ruolo di guida nella produzione della storia triste. Esso occupa ilposto che Goffman chiama della "persona di fiducia", con tutte leambivalenze comportamentali connesse a questa posizione. Il perché taleconcezione, distorta, di "handicap psichico" si sviluppi lungo isuddetti percorsi è stato oggetto di vari tentativi di spiegazione. Una èquella proposta da Hollingschead (Canestrari, 1975) secondo cui le persone poco abituate all'introspezioneed all'analisi psicologica considerano più spesso la malattia mentale come unamalattia somatica. Un'altra proviene dai lavori di Heider (1958) sullacasualità personale ed impersonale. Egli afferma che nel senso comune siconsidera colpa personale autentica solo quella intenzionale, e là dove siritiene (o si spera) che non esista questa intenzionalità si vede lasituazione, piuttosto, come l'effetto di casualità impersonale (la malattia, lasfortuna, la miseria, ecc.), con una conseguente negazione. In ambitopsicoanalitico si ipotizza, invece, che i tentativi distorti di comprensionedella realtà del figlio handicappato, da parte della sua famiglia, sianol'effetto dello strutturarsi di responsabilità immaginarie, in cui l'in-
venzione di quei fatti traumatici (come simboli) trae origine da questioniirrisolte nel passato psico-affettivo dei due genitori (Musarti, 1949). Un'altraipotesi è quella proveniente dagli studi sul processo di categoriz-zazione e dicostruzione di una rappresentazione sociale. In questo ambito la distorsione dicomprensione dipenderebbe dalla necessità di garantirsi la chiarezza cognitivanecessaria per dominare un contesto complesso e oscuro; il tentativo diritrovare un certo equilibrio, come risposta a tensioni psichiche, anche ascapito della realtà.
Da questo insieme di teorie si può certamente dire che l'effetto direin-terpretazione del "problema" o figlio con disturbi dellapersonalità o
a - figlio con handicap psichico -sia determinato dal tentativo di"prendere le distanze" da un fatto sentito come o troppo invadente odopprimente. In particolare sembra emergere costantemente lo sforzo di annullareuna certa dose di "senso di colpa" per lo stato del figlio.
Per questo si osserva, spesso, che un intervento psicoterapeutico di appoggiosia alla famiglia sia al singolo caso non è accettato, in quanto è più semplice e meno coinvolgente negaredecisamente l'idea di colpa e produrre la teoria dell'handicap psichico.
Rilanciata da una cellula così fondamentale della società l'immagine prodottanella famiglia avrà l'effetto di strutturare una ipotesi che è sempre più"luogo comune" e non spiegazione scientificamente fondata del fatto.

Pubblicato su HP:
1988/3