Il limite come risorsa

01/01/2003 - Emanuela Borrelli Bacci

Tempo fa sono stata invita a partecipare ad un incontro che un parroco organizzava per le coppie della sua parrocchia dal titolo: “Il limite come risorsa”. Sono laica e non frequento chiese, ma

 

il “Don” forse mi ha invitata perché conosce e sa che ho una figlia autistica e forse, chissà, ci teneva ad ascoltare anche una voce fuori dal coro. In quell’incontro c’erano altre due famiglie a raccontare ai catechisti le loro storie e mentre ascoltavo ero a disagio perché sapevo che non avrei usato parole altrettanto poetiche, dolci e amorose come: “Questa figlia down che ho adottato è stata per me una benedizione dal cielo!”. “E’ lei che c’insegna ad amare veramente”, ecc. Quando è toccato a me parlare ero molto emozionata e mi sentivo particolarmente sola, esposta all’evidente consapevolezza che la diversità in quel momento era solo mia, non c’era nemmeno mia figlia a giustificare con il suo deficit la mia fragilità. Ho letto con voce tremante la relazione che avevo preparato a casa: Nella mia esperienza “il limite”, appena riconosciuto, non può essere considerato da quel momento una risorsa. Può diventare una risorsa solo dopo aver affrontato alcuni passaggi che per me sono stati obbligatori: • comprensione della natura e dimensione del limite (che ancora oggi faccio fatica a definire); • sopportazione del dolore per aver perso quasi tutto di ciò che sarebbe stato possibile vivere se non ci fosse stato quel limite; • capacità di controllare la rabbia di vedersi negata quell’idea di vita in cui si credeva; • accettazione di tutto questo. La consapevolezza di avere dei limiti mi rende a volte poco cosciente delle mie risorse. A volte ho cercato protezione proprio restando in quel limite… una condizione che facilita e giustifica la paura di uscire dal guscio e di agire all’esterno. Ho preferito starmene nella mia condizione difficile ma giustificata, piuttosto che rischiare un confronto con l’esterno. Ho provato a calmare la mia ansia e la mia impotenza con “impacchi” di rassegnazione. Altre volte invece mi sono ribellata e ho considerato il limite un’insopportabile forma d’ impotenza. Mi chiedo se è possibile una terza via. Se ci troviamo nel buio in un ambiente infinito è più difficile capire come muoversi e dove andare, ma se l’ambiente è limitato, anche se buio, è possibile riconoscere elementi essenziali e definire i confini. In sintesi potrei sostenere un’ipotesi di questo tipo: per me è stato possibile trasformare il limite in risorsa eliminando o trasformando qualche elemento di troppo. Per esempio, l’orgoglio, gli ideali… e ho rimesso in discussione il modo di giudicare gli altri rispondendo alla domanda: “Perché una cosa del genere è capitata proprio a me?”.“Perché a me no?” ho risposto. Questa risposta mi ha “guarito” da quel sentirsi onnipotenti e invulnerabili fintanto che non ti succede qualcosa a provare il contrario. Il contrario dell’onnipotenza per me oggi non è l’impotenza, ma l’umanità, un’autentica risorsa che appartiene a tutte le persone del mondo, di cui mi sento di far parte soprattutto quando mi sento sola, piccola e indifesa e non riesco a trovare soluzione ai grossi problemi che la vita mi ha posto e continua a pormi.