Il leone e la zebra

06/07/2011 - Roberto Ghezzo

Parecchi anni fa ho visto un documentario sulla vita animale nella savana, uno di quei classici documentari che ogni tanto fa bene guardare perché si vede un mondo pre-umano, come se l’uomo non fosse mai vissuto su questo pianeta (il che a conti fatti sarebbe stato meglio per tutti gli altri esseri viventi, dato che sono tantissime le specie che si stanno estinguendo a causa della nostra acuta intelligenza). Il documentario descriveva le varie tattiche che molti erbivori mettono in pratica per difendersi dai predatori: una di queste è tipica delle zebre. La fatidica domanda che ci chiediamo dalle scuole elementari – “Ma perché le zebre sono juventine? Perché sono a strisce bianche e nere?” – finalmente ha una risposta. Attraverso la selezione naturale, le zebre hanno sviluppato il loro caratteristico manto per essere meno individuabili dai predatori e per un motivo semplice e molto interessante. Quando il leone di turno scatta dietro a un branco, il fatto di vedere passare decine di zebre tutte uguali, centinaia di righe bianche e nere in movimento, gli fa perdere la concentrazione, non riesce cioè a concentrarsi su una zebra in particolare... per cui finisce quasi subito per spomparsi e lasciar perdere... almeno qualche volta. Se non c’è una zebra che abbia una qualche particolarità, che sia ad esempio più isolata dal branco, o resti indietro perché è più lenta, per il leone è difficile fissare le sue energie su una in particolare e alla fine questa tecnica di fuggi-fuggi di massa, di confusione di massa funziona.
È molto interessante questo meccanismo psicologico, ed è lo stesso, credo, di quello che accade quando consideriamo le ingiustizie su questo pianeta: nel loro insieme ci sembrano una massa indistinta e il nostro possibile apporto per trovare una soluzione sembra veramente una goccia nel mare. Migliaia di bambini muoiono ogni giorno per fame, ma questo fatto non emerge nemmeno più da questa massa indistinta: come si dice, non fa notizia. Qualcosa qua e là emerge, quando fa rumore, per poi quasi subito inabissarsi nell’oblio. Oggi sono i tragici fatti che accadano in Birmania, gli stessi che abbiamo visto nel 1989 sulla piazza di Tien An Men. Ma ancora il Darfur, il Tibet, l’Iraq... e via così finché la nostra attenzione si perde, si spompa, per magari approdare a cose più terra terra, alle quali alla fine applichiamo una attenzione maggiore, come il rigore non dato (come al solito) proprio alla Juventus.

Numeri come zebre
Prendo in mano un numero della rivista “Amici dei lebbrosi” (per l’esattezza il n. 7/8 di quest’anno), organo dell’AIFO, la ONG degli amici di Raoul Follerau. Ci trovo un articolo di Giampiero Griffo che ci informa che: “Le persone con disabilità sono circa 650 milioni e l’82% di loro vive in paesi in cerca di sviluppo. Il 98% di queste persone non ha accesso ai servizi riabilitativi. Nel mondo più dell’85% delle persone con disabilità non ha un impiego e solo il 2% dei minori ha una educazione formale”.
Cosa di prova a leggere una cosa del genere? 650 milioni? Sono circa un decimo della popolazione mondiale! A leggere questi numeri ci si sconforta, si è presi da una sorta di apatia e di rigetto. Anche perché è evidente che nel Sud del mondo la disabilità non è frutto del caso, non è frutto di processi che non sono ancora sotto il nostro controllo. Anzi. A differenza della maggior parte dei casi che si presentano nei nostri paesi, nel Sud del mondo la disabilità è frutto di ingiustizia. Si stima che il 50% delle disabilità sono prevenibili e direttamente causate dalla povertà. Fame, malnutrizione, disabilità e povertà sono legate; la malnutrizione causa circa il 20% delle lesioni. Ma come se non bastasse ci sono anche poveri di serie A e poveri di serie B. Leggiamo infatti poco più avanti: “La condizione di disabilità è causa ed effetto di povertà perché le persone con disabilità sono soggette a discriminazioni e a mancanza di pari opportunità che limitano la loro partecipazione sociale e violano i loro diritti. La visione negativa che la società trasferisce sulle persone con disabilità produce un fortissimo stigma sociale che ha conseguenze nella vita economica, culturale, politica e sociale. In caso di guerra, di catastrofi naturali e umane le persone con disabilità sono le prime a patire le terribili conseguenze delle emergenze, spesso con la morte e la mancanza di attenzione alla loro condizione. Per questo le persone con disabilità rappresentano i più esclusi fra gli esclusi, i più discriminati fra i discriminati, i più poveri tra i poveri”.
Povertà e disabilità sono strettamente correlate ed entrambe sono frutto di una ingiustizia di fondo, quella che vede una non distribuzione della ricchezza tra gli abitanti di questo pianeta. La Banca Mondiale stima che le persone con disabilità sono comprese tra il 20% dei più poveri dei poveri.
La disabilità riguarda non solo gli individui ma anche le loro famiglie e le comunità. Si ritiene che la vita del 25% della popolazione nella regione Asiatica sia influenzata dalla disabilità.
Il leone a questo punto si ferma. Quando si parte con l’intento di colpire preciso, di essere efficaci, di dare una zampata alle ingiustizie, anche le buone intenzioni di fronte a questo disastro restano sconcertate, non si sa da dove partire. La massa di milioni di poveri resta lì, indistinta, imprecisa e il senso di impotenza ci invade.

Da azione a relazione
Ma nello stesso numero di “Amici dei lebbrosi”, troviamo una via di uscita dallo stallo. Troviamo una risposta. L’AIFO è una ONG che è riuscita a mettere in piedi tantissimi progetti di aiuto basati su quella che viene chiamata la Riabilitazione su Base Comunitaria, partendo cioè dalla consapevolezza che l’unico modo di operare un cambiamento in positivo è fare leva sulla comunità. Non serve tanto costruire un ospedale nel deserto ma è molto più efficace dare la formazione e gli strumenti per la riabilitazione innanzitutto ai disabili stessi, alle loro famiglie, agli insegnanti del villaggio, agli operatori sociali che vivono lì.
Dai milioni di poveri, dalla massa indistinta di disabili, attraverso la finestra della rivista “Amici dei lebbrosi” emergono invece delle storie, delle persone, dei volti, come quello di Pupala Satyavati, una ragazza che è riuscita a vincere la lebbra. Veniamo a sapere della possibilità di creare gemellaggi come quello tra la scuola primaria di Dolceacqua (IM) e la scuola Naye Asha in India. Oppure ancora troviamo esperienze concrete come quella straordinaria dei “Tambores do Tocantins”, di Porto Nacional in Brasile, che quest’anno hanno fatto una tournée proprio qui in Italia e che sono nati con lo scopo di contribuire alla preservazione delle tradizioni brasiliane, particolarmente nell’area della percussione. Si sono così resi accessibili a bambini, giovani e adolescenti il contatto e la conoscenza delle proprie radici musicali attraverso la riscoperta delle tecniche di costruzione degli strumenti, salvando dalla scomparsa alcuni di questi, come il tamburo di Rabo o Roncador, il tambor de barro.
Non più una massa grigia e indistinta ma persone e volti, colori e storie.
Il grande salto si fa poi quando dalla logica dell’azione passiamo a quella della relazione, e anche la logica dell’aiuto diventa un’altra. Non è più la logica del leone che aggredisce e colpisce. Nella relazione avviene uno scambio e il gioco delle parti non è più a senso unico, si ribalta. Anche i numeri cambiano: la relazione si può avere solo con poche persone. Don Milani, che pure era un uomo dal cuore aperto, diceva che non si può amare più di 40 persone! L’aver cura, dice il teologo brasiliano Leonardo Boff, è quello che ci rende umani, è la cifra del nostro essere. Individualmente possiamo aver cura solo di poche persone, la relazione avviene solo con chi ha un volto, la relazione si dà tra persone che hanno deciso di fare un cammino insieme. Madre Teresa di Calcutta, a chi le chiedeva qual era la persona più importante della sua vita, ha risposto: “Quella che ho davanti in questo momento”. Non serve quindi andare a cercare tanto in là, ognuno di noi incontra persone ed è a partire da queste persone cui abbiamo iniziato a voler bene che possiamo attuare un cambiamento. È come dire che il vero cambiamento parte da noi stessi, in quanto ci lasciamo cambiare dalle persone che abbiamo incontrato. Paulo Freire diceva: “Nessuno libera nessuno. Nessuno si libera da solo. Ci liberiamo insieme nella comunione”. La risposta è nell’essere comunità, abbandonando la logica del primo mondo che come un leone vuole colpire la zebra, vuole arrivare in un paese del Sud del mondo e cambiarlo in meglio, senza avviare un confronto con la comunità e in questo confronto ridisegnare i propri obiettivi e atteggiamenti. Max Robson, un educatore brasiliano di Vila Esperança, che è uno dei tanti progetti aiutati da AIFO, lo ha detto bene durante un incontro in una scuola elementare di Casalecchio di Reno (BO): “Non ci sono bambini poveri e bambini ricchi. Ci sono solo bambini ricchi, alcuni dei quali poveri di soldi”. Aiutare vuol dire quindi scoprire questa ricchezza, viverla insieme, scoprire che, per dirla sempre con le parole di Robson, la persona non è il problema ma la soluzione del problema.
C’è sicuramente un livello politico sul quale dobbiamo fare pressione perché ci sia un cambiamento di attenzione e prospettiva. Basti pensare che perfino le attività di cooperazione internazionale allo sviluppo non si occupano delle persone con disabilità (una ricerca ha fatto emergere che nei paesi della Unione europea solo il 2-5% dei fondi è destinato a progetti sulla disabilità).
Ma c’è un altro livello, ed è alla portata di tutti noi. La domanda allora non deve essere più: “Cosa fare e come farlo?” – ma dovrebbe essere: “Sono disposto a incontrare l’altro e a fare un cammino di strada insieme a lui?”.
 

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Mondo e Terzo Mondo