Il lavoro educativo nelle Comunità Terapeutiche: considerazioni su una piccola ricerca

01/01/2002 - Davide Rambaldi

HP in collaborazione con il CNCA ha distribuito agli operatori di alcune Comunità dell'Emilia Romagna un questionario sull'intervento educativo nelle tossicodipendenze.
L'interesse comune di questa ricerca non ha i termini della scientificità sociologica, ma vuole semplicemente essere un indicatore della consapevolezza e del carattere degli interventi educativi nell'ambito delle dipendenze patologiche specificamente nel contesto istituzionale delle comunità terapeutiche, un contesto diverso dai Ser.T. per molti aspetti, il primo dei quali risiede nella differenza tra residenzialità e non.
Abbiamo letto 36 questionari provenienti dalle seguenti Comunità:
Il Sorriso di Imola (BO), La Rupe di Sasso Marconi (BO), Il Quadrifoglio (BO), Centro Sociale Papa Giovanni XXIII di Reggio Emilia, Coop Sociale Il Piolo di Reggio Emilia, Ass. Nefesh di S. Faustino di Rubiera (RE).
Le domande, aperte, erano:
1. Hai la qualifica professionale? Se sì, quale?
2. Qual è il tuo ruolo di lavoro?
3. Qual è la tua anzianità di servizio nel settore della tossicodipendenza?
4. Lavorare con le persone tossicodipendenti: Come si sei arrivato? Ti piace? Perchè?
5. Sapresti esprimere il senso del lavoro educativo nelle tossicodipendenze?
6. Sapresti esprimere la differenza o la continuità tra intervento terapeutico e intervento educativo?
7. Il lavoro educativo si qualifica come un fare/stare con la persona: in cosa si concretizza questo concetto nella tua esperienza?
8. Com'è il rapporto con altri ruoli professionali?
9. Come affronti il tema del fallimento terapeutico?
10. Sapresti indicare i principali bisogni formativi dell'intervento educativo con persone tossicodipendenti?
Dalle risposte ricevute possono essere svolte molte riflessioni, di cui in questo articolo solo alcune troveranno rilevanza lasciando ad altri se lo vorranno ulteriori approfondimenti..
In primo luogo una considerazione sui dati. Su 36 intervistati la metà ha la qualifica di educatore professionale o laurea in Pedagogia/Scienze dell'Educazione, la restante metà ha una netta prevalenza di psicologi e solo una piccola parte (una decina) non hanno qualifiche professionali del settore. Ciò segna una globale formazione nell'ambito istituzionale - almeno di queste comunità - e se pensiamo che di quella decina senza titolo la maggioranza sono operatori con una esperienza più che decennale alle spalle ne esce un quadro di forte competenza professionale, almeno sulla carta. In questo in senso è ulteriormente interessante il dato sull'"anzianità di servizio" nel settore delle tossicodipendenze (nella stessa comunità o in altre): 4 anni e mezzo di media per operatore, con punte non rare di 13, 15 anni.
Entrando nel merito dei contenuti e affrontando la questione delle motivazioni, emerge con forza un dato che accomuna tutti coloro, in particolare gli educatori, che lavorano nel campo della relazione di aiuto: il piacere della relazione come potente spinta motivazionale alla scelta del lavoro, in questo caso con le persone tossicodipendenti. Se molti provengono dal volontariato o da esperienze di obiezione di coscienza, la motivazione principale è la bellezza o la sfida, del lavoro di relazione. Pochissime risposte hanno un carattere idealistico, quale: "lo faccio per aiutare gli altri"; la consapevolezza che il lavoro educativo o di aiuto è certamente una scelta civile ma in primo luogo una scelta per sé, una risposta a bisogni o desideri più o meno inconsci, accomuna quasi tutte le risposte. Non potrebbe essere altrimenti: la motivazione ideale, ricca di istanze morali e cognitive, ha la necessità di reggere il confronto con le istanze affettive ed emotive del corpo che desidera o non desidera stare in rapporto con l'altro, col piacere relazionale che alimenta il rinnovarsi del desiderio e compensa la fatica e l'ansia del contenimento della sofferenza altrui.
Per quanto riguarda i contenuti specifici del lavoro educativo, anche qui vi sono sostanziali concordanze nell'identificare l'intervento educativo come un accompagnamento e un sostegno per un pezzo di vita di una persona in difficoltà, per cercare di mobilizzare le sue risorse e consentirgli di vivere meglio. I classici poli della riflessione pedagogica tra crescita dell'individuo e dimensione culturale (norme valori stili di vita) è potentemente presente nelle risposte, sancendo a volte non una dialettica ma una antinomia. Da chi parla di accompagnamento fondato per far trovare all'individuo la sua strada, compresa quella della riduzione del danno, a chi parla della ristrutturazione della personalità (evidentemente modellata su valori, norme, modi di chi ha potere e sa qual è la giusta via) la forbice è grande. La maggioranza cerca però una dialettica tra i due poli, in maniera variegata e a volte confusa, in cui sostanzialmente l'idea è che l'individuo tossicodipendente, per guarire dalla sua patologia, debba da una parte acquisire o riacquisire fiducia in sé stesso e valorizzare le sua risorse, dall'altra sviluppare relazioni adattandosi o aderendo a vincoli sociali e culturali che gli possano consentire di muoversi nel mondo affrontando il disagio e la fatica che comunque la vita sempre pone.
La misura e lo strumento principale dell'intervento educativo è la quotidianità, riconosciuta da tutti gli operatori delle comunità: quotidianità come allenamento a relazioni costruttive, come prova di sé, come occasione di elaborazione, come lento adattamento ai ritmi e agli stili della normalità sociale, come luogo di incontro, scontro e superamento dei conflitti, come luogo del fare per cambiare. Essa rappresenta il "setting" specifico dell'intervento educativo, strumento privilegiato per perseguire il cambiamento, spazio e tempo della strutturazione di norme, ruoli, modi di comunicazione ed elaborazione funzionali alla crescita del soggetto tossicodipendente e all'abbandono di pratiche di vita e risposte personali al disagio che lo hanno messo in forte difficoltà. Per contro, nessuna risposta ha messo in evidenza altri aspetti metodologici, quali ad esempio il progetto come strumento di intenzionalità e valutazione del lavoro. Probabilmente le due domande sul senso dell'intervento e sul fare hanno indirizzato le risposte sugli obiettivi e sulla praticità e non globalmente sugli strumenti. Peccato, perché sarebbe stato interessante sapere quanto le comunità terapeutiche lavorano per progetti, quali strumenti di osservazione, analisi del bisogno e valutazione per definire la qualità dei loro interventi.
Potente è l'accento sulla necessità di competenze relazionali come fondamento dell'intervento educativo: l'ascolto, la lettura dei bisogni, fondare la fiducia, l'appartenenza, la partecipazione come modalità centrali della relazione educativa.
La domanda relativa alla differenza tra intervento psicoterapeutico ed intervento educativo ha trovato impreparati gli intervistati: nessuno si è arrischiato - se non alcuni in maniera un po' confusa - ad analizzare teoricamente la differenza; molti non hanno risposto, oppure in modo molto generico hanno sottolineato una continuità che non chiarisce nulla in quanto non si capisce rispetto a quali ambiti e quali contenuti differenti tale continuità si sostanzi. In realtà la confusione è grande sotto il cielo del lavoro sociale e vi sono ambiguità profonde sui significati dell'intervento di aiuto e che riguardano in primo luogo le rappresentazioni istituzionali e culturali di ciò che è educativo o terapeutico. Non è una novità la debolezza culturale, epistemologica e sociale, dell'educazione, una debolezza che è spesso patrimonio comune anche di chi per mestiere fa l'educatore, che confonde rispetto ai propri presupposti teorici e rispetto al confronto con altri saperi più forti. E' forse più facile per tutti discriminare tra gli strumenti piuttosto che tra i contenuti, nel senso che i "setting" di intervento sono facilmente distinguibili e rigidamente differenziati, per cui se è vero che entrambi gli interventi lavorano sul cambiamento, psichico e relazionale, della persona - cambiamento inteso come miglioramento delle sue condizioni esistenziali - e quindi sulle difficoltà del soggetto nel suo rapporto con sé stesso e la realtà, lo psicoterapeuta lo fa attraverso una significativa relazione con il paziente centrata sulla costante elaborazione delle rappresentazioni e dei significati interni che questi produce nella relazione e utilizzando il linguaggio verbale come strumento privilegiato di intervento; l'educatore gioca il processo di cambiamento su altri piani, in primo luogo cercando di rispondere a bisogni fondamentali della persona (identità, autostima, autonomia, appartenenza, socialità, rassicurazione) costruendo contesti normativi e relazionali non esclusivamente centrati sul linguaggio ma spesso sul "fare" che intervengono nell'organizzazione interna del soggetto a prescindere dalla consapevolezza o dall'elaborazione dei significati e dalle rappresentazioni che egli si dà, offrendogli modelli, stili, opportunità di vita che di fatto modificano i significati e le rappresentazioni che egli ha di sé. L'ambiguità tra i due interventi risiede nel concetto di cura, che appartiene ad entrambi gli ambiti, ma se è chiaro che l'intervento terapeutico cerca di guarire o comunque ristabilire un compromesso rapporto del soggetto con la realtà, tale che gli ha dato un forte disagio, l'intervento educativo certamente non guarisce ma, quando è interpellato nel campo dei servizi di aiuto, ugualmente cerca di ristabilire anch'esso, con altri strumenti , un equilibrio accettabile della persona in difficoltà. Certamente l'intervento educativo è un lavoro sporco, per i setting meno strutturati, per i rischi di coinvolgimento emotivo (lavorare ore e ore insieme agli utenti - quello che a volte viene definito "maternage"), per le inconscie implicazioni ideologiche e culturali degli operatori , dei gruppi , delle istituzioni nelle quali gli educatori sono invischiati e che rischiano di non essere affatto controllate e gestite nelle relazioni asimmetriche - di potere - con gli utenti. Ma qualcuno lo dovrà pur fare.
La domanda circa i rapporti con gli altri ruoli ha trovato una pressoché unanime risposta positiva e forse, vista la sostanziale omogeneità dell'équipe in senso psicosociale (educatori e psicologi) poteva essere un dato scontato. E' più facile infatti riscontrare conflitti, nell'ambito delle dipendenze patologiche, tra il settore sanitario e quello psicosociale che non all'interno delle singole appartenenze epistemologiche. La positività dello stato delle relazioni tra i ruoli nelle comunità terapeutiche non oscura però la complessità del lavoro di équipe, individuato come uno dei bisogni formativi primari per gli operatori.
Il tema del fallimento ha visto in assoluto la più completa eterogeneità di risposte: da chi se lo vive come un esclusivo problema personale (dell'operatore) a chi lo riversa completamente sull'utente a chi lo giudica come una questione istituzionale e d'équipe. Qui sembra emergere, proprio per la varietà di risposte, una insufficiente elaborazione istituzionale del problema del fallimento, nel senso che nel contesto delle tossicodipendenze i servizi hanno un compito imprescindibile di non lasciar soli gli utenti e gli operatori di fronte al fallimento degli interventi terapeutici. La valutazione di una ricaduta, di un abbandono di un programma, è sempre una questione istituzionale e tutti gli operatori devono averne consapevolezza. Riguarda infatti la validità o meno degli approcci relazionali, degli impianti normativi, delle risposte terapeutiche che un servizio mette in atto per aiutare una persona in difficoltà e dunque non può mai essere un esclusivo problema dell'utente, che sappiamo per definizione resistente alla cura, né tantomeno dell'operatore, che pure può sbagliare, od essere insufficientemente preparato ad una relazione che può essere faticosa e frustrante.
Come accennato, tra i bisogni formativi quello che di gran lunga viene identificato come una necessità forte è l'approfondimento dei processi e delle dinamiche di gruppo e dei relativi corollari della gestione dei conflitti, della conduzione dei gruppi e della leadership. E' comunque molto variegata la richiesta dei bisogni formativi e spazia da aspetti di approfondimento della relazione educativa e terapeutica a questioni legate specificamente alla dipendenza patologica, quali il tema della doppia diagnosi, le nuove droghe, l'alcol e il gioco d'azzardo.
Per fare qualche considerazione conclusiva, da operatore che lavora in un Ser.T. e quindi con le comunità terapeutiche lavora quotidianamente e non può certamente avere uno sguardo oggettivo su quanto ha letto, la sensazione è che queste comunità abbiano degli operatori globalmente preparati, a un discreto livello di consapevolezza della complessità e dell'impegno che necessita per affrontare un materia articolata e difficile come la dipendenza patologica e infine sufficientemente attrezzati per affrontare la diversità dei bisogni individuali che gli utenti pongono e i cambiamenti che sta attraversando il consumo di sostanze nella società. Il valore dell'intervento educativo nelle tossicodipendenze credo risieda proprio nella capacità di adattare e costruire risposte diversificate a seconda dei bisogni del soggetto: non tutti sono malati, non tutti guariscono, non tutti possono accogliere valori norme stili della normalità sociale. Chi crede di avere una risposta valida per tutti coloro che nella loro esistenza hanno incontrato i maniera distruttiva le sostanze credo si sbagli di grosso e finisca per alimentare una società manichea in cui vi è posto solo per i normali e per chi vuole o riesce a guarire; per gli altri rimane solo esclusione e morte