Il lavoro con genitori di tossicodipendenti: uno specchio da infrangere

01/01/2002 - Stefania Scarlatti

Le difficoltà nella vita dei tossicodipendenti non possono che ripercuotersi sugli equilibri familiari, che rischiano di venire “schiacciati” sulla persona in maggiore disagio e, di conseguenza, di essere vissuti con vergogna. Come il dialogo può spezzare l’isolamento dei genitori

Lavoro come Assistente Sociale al SERT di San Giovanni in Persiceto, A.USL Bologna Nord, da dieci anni; da sempre ho dedicato particolare attenzione alle famiglie dei tossicodipendenti e ai colloqui di sostegno ai genitori.
Nel territorio in cui opera il nostro SERT, il fenomeno della tossicodipendenza sembra affondare le sue radici, più che su scontri ideologici o situazioni di degrado sociale, in un rapporto di dipendenza/vincolo con la famiglia di origine e i suoi valori.
Nel proporre progetti terapeutici non è possibile ignorare questo aspetto, e la presa in carico dell'intero nucleo familiare diventa d'obbligo. Inoltre, l'equipe del SERT di San Giovanni in Persiceto da sempre pensa che un modello di intervento eccessivamente medico-burocratico non può rispondere a pieno al malessere che spesso paralizza le famiglie che vivono l'esperienza della tossicodipendenza. Tale malessere nasce spesso da un profondo senso di colpa e di vergogna che crea un isolamento intorno alla famiglia, la quale non osa più chiedere aiuto, tentando sempre più di mimetizzare il problema anziché esplicitarlo.
Le dinamiche di dipendenza e vincolo, che possono essere causa della patologia o essere riattivate da questa, impediscono una corretta comunicazione nella famiglia ed ostacolano la capacità di farsi carico di un percorso di reale autonomia del figlio.
L’idea di attivare un gruppo genitori nasce quindi con un duplice obiettivo: da un lato mettere in rete le famiglie portatrici del problema tossicodipendenza, al fine di offrire un sostegno che faccia uscire dall’isolamento e dall’impotenza; dall’altro creare una maggiore consapevolezza e una migliore comunicazione, all’interno di ogni nucleo familiare, come ulteriore risorsa nella cura della tossicodipendenza.
Inoltre è evidente come ogni colloquio di sostegno ai genitori sia sempre caratterizzato dalle stesse paure, dubbi, rabbia, senso di colpa, smarrimento. Soprattutto una frase, ripetuta sistematicamente dai familiari, mi lasciava perplessa e impotente: “È inutile, queste cose le può capire solo chi le ha provate”. Ed effettivamente, al di là della formazione, della professionalità e disponibilità, ci si può rendere conto facilmente che il “sapere” è cosa ben diversa dall’”esserci dentro”. Perché allora non far parlare queste persone fra loro? Incontrarsi allo stesso livello con persone che vivono la stessa esperienza?
Ma il passaggio dall’idea e dalla prima proposta, fatta nel 1993, alla sua concreta realizzazione nel 1996, non è stato così semplice e veloce, per almeno due motivi:
- la fatica nel reperire uno spazio adatto,
- la scarsissima adesione e interesse da parte dei genitori (nel ‘93 accettò solo una coppia, il cui figlio era prossimo alla dimissione).
L'individuazione dello spazio è stato sicuramente un'emergenza di questa esperienza, fin dal suo inizio. Quando nel '93, all'interno del servizio, maturò l'idea di proporre un gruppo genitori, non fu possibile trovare un luogo adatto. Il SERT non aveva locali propri da mettere a disposizione, e sembrava avere un significato simbolico riunire il gruppo fuori dal Servizio, per alleggerire un senso di vergogna e di stigmatizzazione già così pesante, e anche per restituire al territorio una problematica che non può essere solo di un servizio specialistico. In tutta San Giovanni non si trovò una sala che permettesse di mettere in cerchio 15 sedie.
Nel ’96, il Comune diede a disposizione un’aula in una ex scuola superiore. Era necessario salire tre piani di scale faticose, per ritrovarsi in locali vuoti, abbandonati, in attesa di ristrutturazione, unico arredamento le sedie, raccattate a fatica. Sebbene il luogo fosse decisamente poco accogliente, i genitori capirono l’importanza dello spazio, non solo fisico, che gli veniva offerto, e dopo alcuni mesi, mossero mari e monti per ottenere/rivendicare un luogo più adatto. La loro voce fu più forte di quella di noi operatori e ottennero, sempre dal Comune, l’utilizzo di una saletta più accessibile e molto più accogliente.
Quando, nell’aprile ’98, ripresero gli incontri del gruppo, dopo un periodo di sospensione, quella stessa saletta si presentò nuovamente vuota, fredda e triste. Ma poiché nel frattempo il SERT si era dotato di spazi più ampi, dopo pochi mesi si decise di spostare il gruppo dentro le mura del Servizio.
È importante sottolineare questo, perché è molto significativo quale spazio fisico contiene uno spazio mentale; in questa esperienza la conquista del luogo è andata di pari passo con la conquista di un forte contenuto emotivo, ma al tempo stesso è fallita l'idea di poter uscire dal servizio specialistico e di utilizzare risorse più neutre per creare spazi di ascolto.
Oltre alla difficoltà di reperire uno spazio adatto, anche la scarsa adesione dei genitori fu uno dei problemi che nel ‘93 rese inattuabile il progetto. Nel ’96, quando esso fu riproposto, i tempi erano decisamente più maturi. Era uscito da un po’ di tempo il giornale L’URLO, redatto dai tossicodipendenti in cura al SERT, che cominciavano così a rendersi visibili in paese in maniera nuova, positiva e propositiva. Era stato abbattuto un primo muro di vergogna; questo probabilmente ha inciso nel dare un po’ più di coraggio anche ai genitori. Il gruppo ha lavorato da maggio a dicembre ’96, ha ripreso ad aprile ’98 ed è tuttora in corso.

Gli obiettivi che questo strumento terapeutico si pone sono:
- offrire uno spazio di confronto/comprensione fra persone che vivono lo stesso problema ("chi non ha provato queste cose non può capire");
- riflettere sul ruolo genitoriale e su come questo influisca in maniera significativa nel percorso di cura della tossicodipendenza, restituendo al genitore una propria identità;
- superare il senso di colpa e di vergogna;
- stare meno male;
- creare nuove relazioni.
La metodologia da me proposta faceva riferimento inizialmente alla concezione operativa di gruppo della Scuola Psico Sociale Analitica argentina (Bauleo, Pichon Riviere), che vede costituirsi il gruppo intorno ai quattro cardini del setting: spazio, tempo, ruolo, compito.
Riguardo al tempo, il gruppo si è incontrato inizialmente tutte le settimane per un'ora e mezza; da oltre un anno gli incontri sono divenuti quindicinali. Solitamente l’estate è l’interruzione che permette un momento di bilancio e di progettazione per la ripresa autunnale. I ruoli inizialmente erano ben chiari e vedevano me come coordinatore, con il compito quindi di aiutare il gruppo a lavorare sul compito proposto, rilevando le resistenze, aiutando a superare gli ostacoli, facilitando la comunicazione gruppale attraverso delle segnalazioni, delle sottolineature (il ruolo del coordinatore non è quindi di dare consigli, soluzioni pronte, né parlare dei singoli casi).
Il compito che avevo proposto ai partecipanti del primo gruppo era stato “parlate delle problematiche che vivete come genitori di tossicodipendenti”. La riflessione fatta al termine dell’esperienza fu che questa consegna non aveva permesso di uscire da quella logica di etichettamento tipica delle istituzioni sanitarie, che identificano la persona con la sua malattia. Fu molto faticoso spostare l’attenzione dai loro figli a loro stessi; emersero molte problematiche legate alla tossicodipendenza ma i singoli membri uscirono poco allo scoperto, non riuscirono a esprimere completamente il loro personale malessere. Per questo, quando riproposi il gruppo, decisi di lasciare un compito più generico: “parlate di quelli che pensate siano i vostri problemi, e di ogni altra cosa riteniate opportuna”. Il non fare diretto riferimento alla patologia ha permesso di uscire sempre più dall’idea di essere solo genitori di tossicodipendenti.
Fare una precisa scelta metodologica mi ha permesso di gestire con strumenti chiari questa esperienza, non ha impedito però di raccogliere le esigenze e le aspettative che, il gruppo da un lato e il SERT dall’altro, stavano sempre più depositando su questa esperienza.
Mantenere un setting molto rigido, continuare ad accentrare sull’operatore il compito di gestire il gruppo, avrebbe offerto uno strumento terapeutico importante, ma probabilmente avrebbe reso più difficoltosa una graduale impostazione del gruppo in termini di auto/mutuoaiuto, desiderio che sembrava nascere nel gruppo.
Il mio ruolo è stato inizialmente molto attivo, dovendo continuamente sollecitare la discussione e riportando sul compito la conversazione che rischiava di diventare chiacchiera banale pur di non affrontare argomenti senz’altro dolorosi. Pian piano sono passata ad un ruolo di ascoltatore; chi frequentava il gruppo da più tempo era sempre più in grado di farsi carico degli ultimi arrivati, di creare un clima sereno, accogliente ma non superficiale. Il mio ruolo è diventato sempre più quello di stimolare ulteriori passi avanti, di dare strumenti concreti per tradurre i loro bisogni. Ad esempio, la proposta di un brainstorming sui desideri legati al gruppo ha fatto emergere il bisogno di avere informazioni, ma anche momenti piacevoli.
Mi sono quindi incaricata di chiamare esperti sulle varie problematiche richieste e di stimolare nei genitori iniziative che mai il SERT potrebbe fornire, come trovarsi per mangiare una pizza, farsi una telefonata semplicemente per sentire come va.
Il gruppo genitori è stata quindi una concreta esperienza di incontro e integrazione fra formale e informale, fra tecnicismo e umanità, che ha permesso a chi ha partecipato di passare dalla paura, dalla diffidenza, dalla vergogna ad un clima di solidarietà, vicinanza, intimità. Ha permesso anche di passare da una inconsapevolezza, una confusione di ruoli, al riconoscere che, da un lato i figli dipendono dall’eroina, ma dall’altro i genitori dipendono dai figli. È stato possibile per alcuni ritrovare un’identità genitoriale, che ha permesso ad alcuni di scoprire quanto è importante, ma anche difficile a volte, dire no, porre delle distanze.
Il buon esito di questa esperienza, al di là di valutazioni tecniche e professionali, lo si può misurare anche da alcuni altri elementi più frivoli ma non meno importanti: dopo un po’ di tempo, il gruppo ha cominciato a concludersi con un piccolo rinfresco, iniziativa e realizzazione dei genitori stessi; se all’inizio, alle 18,45, si cominciavano a guardare gli orologi, ora alle 19,30 si è ancora spesso lì a chiacchierare; i genitori si telefonano per darsi appuntamenti anche esterni al gruppo creando così una rete sociale che può offrire un sostegno anche al di là del tempo del gruppo.

Per capire meglio l’importanza di questa esperienza, possiamo riprendere alcuni elementi che Paola Di Nicola sottolinea a proposito delle reti di auto/mutuoaiuto: il self help come forma di educazione di sè, come forma di aiuto che rende possibile contenere la propria sofferenza: “condividere il dolore, assumere il peso del dolore degli altri significa sentirsi momento di un dolore comune: si rovescia, si ribalta la logica della separazione che il dolore produce”.
Lo strumento attraverso cui si realizza l’autoaiuto è la parola: “La “dicibilità” del dolore presuppone la parola come mediazione. Nelle pratiche di auto/mutuoaiuto il “dire” è il presupposto per il fare, per il cambiare.”
La forza della parola permette anche di rompere il muro della privacy che, abbiamo detto più volte, nella tossicodipendenza è particolarmente forte.
Queste riflessioni possono essere la chiave di lettura di alcuni passaggi significativi del gruppo genitori del SERT di San Giovanni in Persiceto, che qui di seguito vengono presentati.
Come si è già detto, il problema della difficoltà a reperire una sede adeguata non ha aiutato il gruppo a sentirsi legittimato: ai primi incontri c'è un'aria un po’ carbonara, il senso di vergogna pesa ancora di più. Quando ad aprile ‘98 riprendono gli incontri, i partecipanti al precedente gruppo si siedono vicini, si guardano attorno, c’è un po’ di imbarazzo, bene o male tutti si conoscono o meglio si riconoscono; ma bisogna pur presentarsi: “Sono la mamma di…” “mio figlio è…”. L’unica risposta al compito dato: “parlate di quelli che pensate siano i vostri problemi, e ogni altra cosa riteniate opportuna”, sembra essere inizialmente: “l’unico nostro problema è la tossicodipendenza di nostro figlio”.
I primi incontri vengono spesi per parlare dei loro figli e della storia di tossicodipendenza; solo questi due aspetti sembrano dare loro un’identità in questo gruppo.
Una delle frasi più ricorrenti è “noi viviamo di riflesso; se i nostri figli vanno bene noi stiamo bene e viceversa”.
È subito evidente, e molto presto anche loro lo riconoscono, come la dipendenza dei genitori dai figli sia molto forte. Dipendenza che spesso confonde i ruoli e le responsabilità: i figli prendono le multe ma sono i genitori a pagarle, i carabinieri perquisiscono la casa, ma sono anche gli armadi dei genitori ad essere messi sotto sopra, i figli fanno una terapia farmacologica ma sono i genitori ad attivarsi nel rapporto con l’ambulatorio.
Così i genitori dimostrano anche una grande conoscenza del "mondo tossico" e ne tracciano una mappa ben precisa: quali sono i punti di spaccio, gli orari di incontro dei ragazzi per andare "in piazza", l’organizzazione delle macchine ecc. E, ancora una volta, si ha l’impressione che stiano parlando i figli e non i genitori. Uno specchio sembra essere ciò che divide, confondendoli nei suoi riflessi, i genitori dai figli. Come infrangere questo specchio, per restituire loro un’identità, un ruolo, una funzione?
Qualcosa comincia a succedere quando iniziano a domandarsi dove abitano, finalmente emergono conoscenze comuni, punti di riferimento precedenti la tossicodipendenza dei figli. Finalmente cominciano a tracciare una mappa del loro "mondo sano". I cambiamenti sembrano essere stati due: da un lato quello dal raggruppamento al gruppo, dall'altro quello da un gruppo di genitori di tossicodipendenti ad un gruppo di adulti genitori. Diventa infatti significativo il riscoprire come si era prima della tossicodipendenza, sia in senso temporale che in quello personale. Emergono quindi le loro storie: "sono rimasta orfana a sei anni…","con mio marito non c'è mai stato un vero rapporto...", "ho anche degli altri figli….","mi è sempre piaciuto ballare…".
Con le loro storie riemergono anche i loro desideri: il gruppo risponde bene a questo passaggio e il piacere di condividere diventa così forte che, di loro iniziativa, cominciano a portare dei dolci da mangiare al termine del gruppo.
Lo specchio sembra cominciare ad incrinarsi, anche se la frase "sto così bene perché adesso mio figlio sta bene… se dovesse ricadere non so neanche se verrei qui a parlarne...", a turno viene pronunciata da tutti.
C'è però un evento significativo che evidenzia la capacità di tenuta del gruppo anche rispetto al fallimento: inaspettatamente, il figlio di una coppia ha una ricaduta, il padre ne parla in gruppo in termini completamente nuovi: "con questa ricaduta mio figlio ha voluto dirmi qualcosa…". Forse per la prima volta parlano della tossicodipendenza dei loro figli non solo in toni distruttivi e, soprattutto, con una chiarezza di ruoli un po' nuova, che stupisce loro stessi. Ed è un nuovo passaggio: il gruppo ha retto rispetto al piacere ma anche rispetto al dolore e al fallimento.
A questo punto avanzo una proposta: "forse questo gruppo può pensare di costruire un progetto…". L'idea incuriosisce e spaventa: "certo avremmo molte cose da dire ad altri genitori… alle istituzioni… ma non sappiamo come fare".
È necessario dare una nuova cornice al gruppo, che, una volta al mese, non ha più solo il compito di confronto e sostegno ma, più concretamente, quello di pensare a come realizzare un'idea per uscire un po’ allo scoperto. L'occasione di un convegno organizzato dal SERT è buona, e insieme si scrive una relazione da presentare in pubblico e da pubblicare su “l’urlo”. Ed ecco un ulteriore significativo passaggio: "chi leggerà in pubblico?". La richiesta è che sia io a leggere per loro; non rifiuto, suggerisco una contraddizione su cui è importante riflettere: nella relazione scrivono che il gruppo li ha aiutati a capire che non si devono vergognare; è proprio vero?
Questo stimolo ha un buon effetto: infatti uno di loro, per la prima volta, legge in pubblico. Il gruppo, partito con stile “carbonaro”, si conclude ufficializzando e pubblicizzando la propria esistenza.
Al convegno “La cultura giovanile. Vizi e virtù”, organizzato dal SERT di San Giovanni in Persiceto, la relazione sul gruppo fu a due voci, e fu proprio uno di loro a leggere la parte che si riporta di seguito:

“Per raccontare l’esperienza del nostro gruppo forse è meglio partire da quando il gruppo non esisteva ancora, partire dal momento in cui ognuno di noi ha scoperto la tossicodipendenza di suo figlio.
Quasi per tutti non è stato un fulmine a ciel sereno, si è dovuti passare dalla certezza che a nostro figlio non sarebbe mai successo, al dubbio, poi al sospetto e infine alla certezza che era capitato proprio a noi. Una certezza che sapevamo ma non volevamo ammettere e, chi per una telefonata anonima, chi per un provvedimento dei carabinieri, abbiamo dovuto affrontare il momento più difficile: la conferma diretta dei nostri figli. La sensazione è stata la stessa per tutti “È crollato il mondo”.
Poi l’illusione: basterà un ricovero, in sette giorni sarà già finito tutto. Non sapevamo quel che ci aspettava, non sapevamo che cosa fare. Abbiamo però presto capito che era una battaglia difficile. Sono iniziati innumerevoli tentativi, prima soli poi con l’aiuto del SERT, e ad un certo punto gli operatori ci hanno proposto di partecipare ad un gruppo per genitori.
Abbiamo accettato tutti con poco entusiasmo e con la stessa motivazione: “lo dobbiamo fare per i nostri figli, per dimostrare loro che anche noi facciamo la nostra parte, anche se ci costa fatica”. Perché è stato davvero faticoso superare la vergogna, la paura di essere riconosciuti, di scoprirsi di fronte ad altri. Noi che fino a quel momento c’eravamo ben guardati dal parlarne con chiunque, di farlo sapere anche solo ai nostri parenti.
C’era però anche qualche aspettativa di aiuto “ci diranno cosa dobbiamo fare con i nostri figli, ci sentiremo meno soli”.
Ognuno di noi aveva pensato ai primi incontri con un po’ di timore “chi ci sarà, ci conosceranno, di cosa dovremo parlare, potremo fidarci?”. Eravamo tutti pesci fuor d’acqua, spaesati, imbarazzati e anche un po’ delusi. Delusi perché nessuno, nemmeno l’operatrice, aveva una ricetta per la tossicodipendenza, una soluzione pronta ed efficace, delusi e angosciati dovendo ascoltare storie a volte più dolorose e faticose delle nostre, che anziché dare speranza deprimevano ancora di più.
Ma dopo i primi incontri è stato sempre più facile parlare, aprirsi, confidarsi; perché è vero, solo chi lo ha provato sa di cosa stiamo parlando.
Dopo diversi mesi di gruppo possiamo fare un bilancio e dire che le nostre aspettative iniziali sono state deluse solo in parte. Abbiamo scoperto molte altre cose: questo gruppo è servito prima di tutto a noi, a ritrovare noi stessi, l’interesse per la nostra salute, per i nostri desideri dimenticati da tempo, abbiamo costruito una rete di solidarietà, di comprensione, di consolazione. Una rete che ci ha permesso di mettere in comune i momenti duri delle ricadute, di poterci sostenere a vicenda. Per alcuni poi ha voluto dire trovare nel gruppo la forza per prendere e mantenere posizioni forti verso i figli e quindi aiutarli a guarire. Soprattutto ci siamo sentiti meno soli, e se oggi diciamo queste cose forse è perché ci siamo aiutati anche a vergognarci di meno.
L’invito che ci sentiamo di fare a chi come noi sta vivendo questo problema è di parlarne, di non restare isolati, di non pensare di farcela da soli. Trovare il metodo giusto per guarire dalla tossicodipendenza è difficile ma possibile, trovare un po’ di solidarietà è più facile di quanto sembri.”

Quando, a settembre, ripresero gli incontri, non fui più io a proporre ai genitori la frequenza del gruppo, ma loro stessi a promuovere questa iniziativa.
Passare da raggruppamento a gruppo, da gruppo di genitori di tossicodipendenti a gruppo di adulti, da gruppo nascosto a gruppo ufficiale, è quanto si è ottenuto finora. Il porre la relazione al centro di questo intervento ha senz'altro prodotto benessere per queste persone che, da tempo, non riuscivano a dedicare a sé stesse alcuna attenzione.
In un contesto come questo, dove l'assoluta "normalità" e l'apparente anonimato sembrano permeare qualunque cosa, rendere visibile un gruppo di genitori di tossicodipendenti può essere un interessante stimolo di cura "della comunità" e "nella comunità"..
In questa prospettiva ci si potrebbe augurare che non solo la patologia renda possibile esperienze di sostegno e confronto; pensando a quanti sono i momenti critici nel normale rapporto genitori/figli (la scuola, l’adolescenza, ecc.), a quanto sia il bisogno di momenti di confronto fra pari, è importante che chi si occupa di prevenzione e salute pubblica si interroghi su quanto spazio viene normalmente offerto per questo.

BIBLIOGRAFIA

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DOCUMENTAZIONE VARIA
SCARLATTI S., Tesi di Laurea "DROGA, LAVORO E FAMIGLIA: L'ANORMALITA' DELLA NORMALITÁ", Università degli Studi di Trieste, Facoltà di scienze della Formazione, Corso di Laurea in Servizio Sociale.