Il Grande Fratello "mongoloide" - Superabile, febbraio 2010 - 1

26/03/2010 - Claudio Imprudente

Qualche giorno fa ho ricevuto una lettera da parte di un signore, Romano, che riporto qui sotto:
Salve signor Claudio,le scrivo dalla Calabria. Ho 37 anni e sono affetto da amiotrofia muscolare spinale II. Sono tetraplegico.
Abito in un piccolo comune e mi conoscono, ammirano, compatiscono e vogliono bene, tutti. Sto chiedendo da tempo all'amministrazione comunale un lavoro e finalmente ''pare'' che ci sia in progetto l'apertura di uno sportello per affrontare il problema del disagio giovanile.
Si sono presentate a casa due signore (una che lavora a contatto con le carceri minorili, l'altra un assistente sociale) e vorrebbero usare la mia situazione come esempio da dare ai ragazzi. Vorrebbero fare un vero e proprio servizio giornalistico su di me.
Secondo lei è giusto?Vorrei un consiglio su cosa fare.
Poi, due giorni dopo, sbagliando canale, mi imbatto in questa scena molto “Grande Fratello”, nella quale una concorrente reagiva a qualcosa (cosa?) esclamando, con intento offensivo e all’indirizzo di un collega (di cosa?), la parola “mongoloide”. Da lì in avanti il gruppo domestico più famoso d’Italia ha adottato l’espressione con grande entusiasmo e, come dire, era abbastanza affascinante vedere dall’esterno queste persone che si davano del “mongoloide” a tutto spiano, senza differenza di sesso e religione. Non ricordo se utilizzavano variazioni sul tema, del tipo “handicappato” o “spastico”…mi sarei sentito onorato! Cosa c’entra la lettera di Romano con questo episodio? A me è sembrato che stiano in un rapporto quasi paradossale: il ragazzo calabrese si preoccupa dell’ “eticità” di un semplice servizio a lui dedicato (la cui diffusione immagino non sarà così capillare e reiterata come quella del Grande Fratello), chiedendosi se ha senso parlare di un disabile come di un individuo esemplare, una sorta di possibile guida o modello, e quindi renderlo un oggetto-spettacolo, a suo modo, a partire da un dato involontario, come quello della disabilità. Qui interessa che Romano si sia posto la domanda, al di là della “grandezza” del servizio che dovrebbe vederlo protagonista: che intenti avranno le due persone che intendono realizzarlo? C’è un modo per raccontare e rappresentare in modo più giusto ed inclusivo una persona con deficit o, in generale, la disabilità? Come si racconta, eventualmente, la normalità di una persona con deficit e ha senso raccontare una normalità? Mi chiedo se la televisione si ponga questo tipo di domande e se sia consapevole dei danni che alcune “disattenzioni” possono provocare a livello del sentire comune e della cultura diffusa. Vanificando in parte, in pochi minuti catodici, il lavoro lento e paziente di tante realtà e singole persone che credono nella possibilità di realizzare mattoni d’integrazione. E lentamente costruirci qualcosa. Ora, non voglio insistere troppo su questioni nominali, ma credo sia pacifico che la televisione abbia un enorme potere di influenzare e, cosa forse peggiore, che non dia la possibilità di una risposta esterna immediata; lo spettatore è per certi versi passivo di fronte al flusso di immagini e suoni e in questo c’è una differenza enorme con Internet, e i vari strumenti che consentono qualche forma di interazione, la quale può anche assumere la forma della reazione e della sanzione. Credo sia quasi scontato che un programma così pensato e realizzato come il Grande Fratello punti molto, per la sua stessa sopravvivenza, a creare situazioni esasperate (non solo nel senso del litigio), in cui l’insulto è uno degli strumenti privilegiati di relazione, confronto ed è garanzia del mantenimento di tempi, diciamo così, televisivi. E’ il programma che lo richiede e, indubbiamente, è anche il pubblico a casa ad aspettarselo. Pubblico che, in larga parte, è un pubblico giovanile, per cui più sensibile al tipo di educazione che il mezzo televisivo può veicolare. Ecco che la parola, le espressioni assumono una portata diversa, perché è il contesto stesso a determinare in parte il loro peso. Le parole non sono svincolate dall’esperienza, non hanno quasi mai un significato “in sé”. Né lo stesso potere, se pronunciate in situazioni diverse. Ecco, quindi, che la televisione ha, o dovrebbe avere, una percezione più fine delle sue responsabilità. Non so se leggete mai la rubrica “Parabole” di Adriana Zarri su “Il Manifesto”: inizia sempre segnalando un esempio di errore/orrore lessicale: l’utilizzo apparentemente innocuo di alcuni termini si rivela per quello che è (una scelta del senso che si vuole comunicare) e descrive in modo vivido la società che ne fa uso. Se in una trasmissione come “Il Grande Fratello” si utilizza ripetutamente un’espressione come “mongoloide” in senso offensivo, questo non può che rafforzare un comportamento e una tendenza (magari già diffusi), anziché ridurli: in questo caso quelli di associare alla persona “mongoloide” caratteristiche quali l’incapacità, la debolezza, l’inadeguatezza a stare al mondo…Offendendo direttamente, come scriveva l’AIPD (Associazione Italiana Persone Down) nella sua nota di protesta, “49 mila persone con la sindrome di Down e le loro famiglie che vivono in Italia” e restituendo (a tutti gli spettatori) una rappresentazione della realtà infedele e meschina ("Avere la sindrome di Down- continua l’AIPD - vuol dire avere un ritardo mentale, ma essere comunque persone, persone che vanno a scuola, che si sforzano di acquisire una certa autonomia, che qualche volta lavorano, che ridono, che piangono, che hanno dei sentimenti, che sanno dare e ricevere"). Un suggerimento ad Alessia Marcuzzi, per riparare in modo più costruttivo a quanto successo: silenziare e oscurare per una sera i concorrenti del “Grande Fratello” e mandare in onda, al loro posto, uno dei bellissimi documentari prodotti dall’AIPD stessa (tra gli altri, “Lavoratori in corso”, “A proposito di sentimenti”, “Futuro presente”), interessanti anche dal punto di vista formale. Sarebbe un ottimo modo per fare cultura, svelare una parte di realtà di cui la televisione tende ad occuparsi raramente e spesso in modo inappropriato e proporre “prodotti” di qualità che meriterebbero un passaggio in prime time.
Scrivete come sempre a claudio@accaparlante.it, cercate il mio profilo su Facebook e procuratevi i documentari dell’AIPD…da vedere, dalle 21:00 in poi, ogni lunedi!
Claudio Imprudente