Il gioco delle parti tra affetti e conflitti

01/01/2000 - C. Capello, M. T. Fenoglio (*)

La corporeità del rapporto educatrice-bambino può implicare dinamiche complesse e suscitare la gelosia e la rabbia del piccolo gruppo dei bambini esclusi: il «privilegio» della relazione a due si accompagna al piacere del possesso e del contatto e a profonde, reciproche emozioni.
Spesso le operatrici intuiscono il vissuto ansioso delle madri, sentono che possono essere gelose del nido e di loro, che per tutto il giorno le hanno sostituite accanto al proprio figlio in un modo sicuramente non neutro: i bambini infatti mostrano senza pudore il proprio attaccamento affettivo all'educatrice, anche di fronte alla madre.
«Come si sveglia, Giovanni chiama Letizia e vuole andare al nido» diceva alla direttrice una madre, con espressione soddisfatta per il buon inserimento nel nuovo ambiente: « Ci viene volentieri!... » «Forse fin troppo » commentano spesso tra loro le educatrici e pensano a certi bambini.
Alcuni infatti vengono recapitati o ritirati senza effusioni, o addirittura a volte senza saluti... La madre forse è imbarazzata a mostrare affetto, si difende dalle emozioni connesse alla separazione, e l'operatrice, lì, tra i due, fa da terzo, con funzioni riparative e compensative («Saluta la mamma che va a lavorare!», «Andiamo incontro a mamma che torna») oppure di complicità con la donna, per proteggere il bambino dalla gelosia e dall'invidia (il bambino dice a una educatrice: «Mamma non va a lavorare: è a casa col fratellino»).
Chi è il terzo escluso, tra i tre? Sovente è l'educatrice che deve rimanere o tornare nello sfondo. Ma in altri casi è la madre a notare gli atteggiamenti affettuosi e docili del proprio figlio nei confronti dell'educatrice: «A casa non lo fa!... Con me tante volte è più testone, non mi ascolta mai ». A volte la madre scopre momenti di intimità tra il bambino e l'educatrice.
La reazione può essere impercettibile, ma spesso l'imbarazzo è maggiore in chi è stato sorpreso a dare e prendere affetto dal bambino: quasi fosse un tradimento o un furto. L'intimità mette in luce una reciprocità di affetti: la donna che cambiando i pannolini a un bambino gli parla e lo vezzeggia ricorda troppo la vera madre, e così quando tiene in braccio un bambino che si appoggia al suo viso, come se lo cercasse. Sono momenti in cu la relazione professionale si contamina di troppo affetto per non provare piacere misto a imbarazzo. La madre, se è presente tende a riprendere il suo ruolo, incoraggiata spesso proprio dal l'altra donna che le cede il posto, quasi per rassicurare entrambe.
A volte l'educatrice intuisce che il bambino gioca la sua strategia, che è attivo nelle sue proposte affettive, che è lui a tirar i fili della relazione: vuole farsi chiamare, rincorrere, cercare dalla madre, vuol farla aspettare e ingelosire, forse per farle provare quello che ha provato lui nell'essere lasciato. Le madri sovente stanno al gioco, ma altre volte cercano di controllare la situazione che, per qualche aspetto, sfugge loro: prescrivono allora al bambino le affettuosità di rito per il commiato della sera: «Dà il bacio a Rosina e agli altri bimbi». A volte è il bambino il terzo escluso. La mamma si rivolge solo all'educatrice per le informazioni sulla giornata oppure per parlare di tutt'altro, di cose sue, come se cercasse un momento di sfogo, tutto per sé, con una persona sentita come disponibile. Il bambino continua a giocare oppure cerca di attirare l'attenzione di una del due. La madre che tarda a riprendere in consegna il suo bambino, perché ha bisogno lei stessa di essere ascoltata, mette l'educatrice in una posizione limite: l'altra segue con lo sguardo bambino, aspettando discreta che la mamma lo possa riprendere in tutti ì sensi, proprio come sulla porta conserva la responsabilità per quel che accade dentro e si attarda tra il dentro il fuori della relazione professionale col bambino e la madre.
L'educatrice sa bene, forse per averlo vissuto lei stessa, che la donna che lavora si sente sempre un po' in colpa nel lascia il proprio figlio, specialmente all'asilo nido, e che per questo vive quasi sempre sentimenti di inadeguatezza, invidia e gelosia nei confronti delle educatrici. L'attaccamento al bambino c'è ma è molto difficile mettersi in contatto con lui dopo una giornata di lavoro, sapendo che a casa c'è altro lavoro da fare, c'è un marito e a volte un altro figlio.
Anche l'educatrice può sentire il peso di una giornata di lavoro con i bambini e conoscendo gli orari di lavoro delle madri tende a vivere ogni ritardo come disinteresse per il bambino, che in effetti è già in attesa, magari da ore. Qualche volta questa diffidenza nei confronti della madre viene fatta pesare sul bambino. Oppure succede che il bambino rimanga ultimo e da solo per molti minuti. La madre giunge desiderosa di trovare un figlio sereno, sorridente e affettuoso, che le vada incontro felice, che si lasci vestire senza fare storie. Il più delle volte non è così: fughe, abbracci disperati alla educatrice di turno, pianti per farsi vestire, lotte per portarsi a casa un giochino del nido, per poter continuare un'attività, ancora un bicchier d'acqua, il bombo, una corsa...
Se la cura educativa è individuata in alcuni attimi, che abbiamo visto condensarsi attorno ad alcuni elementi, è importante chiedersi dove appare: in quali luoghi, in quali contesti, in quali spazi, in quali tempi, attraverso o dentro quali oggetti. t importante chiedersi in quali confini essa si mostri, oltre che come. Perché qui, forse, si coglie appieno la sua materialità, il suo essere iscritta in azioni "incarnate" oltre che nelle intenzioni, il suo essere di fatto ciò che quel muri, quegli oggetti, quel tempi, quegli spazi consentono che sia. Perché anche i muri, l'organizzazione dell'ambiente e l'articolazione del tempo veicolano un'immagine di cura e influiscono sulla pratica, forse in maniera silente, ma non per questo meno significativa.

(*) tratto da C. Capello, M. T. Fenoglio, Perché mai mi curo di te?, Rosenberg &Sellier, TO, 1992

Pubblicato su HP:
2000/76