Il gatto e la gabbianella

01/01/1998 - Cinzia Migani

Ho letto di recente un famoso romanzo di Luis Sepùlveda che mi ha colpitoper la grazia e la forza con la quale rimandava ad alcuni temi, certamente notia chi quotidianamente opera a stretto contatto con le situazioni di disagio,emarginazione e di asimmetria contrattuale, fra questi come intervenire persostenere chi vive condizioni di disagio e dipendenza favorendo occasioni diautonomia e di legami che si trasformano parallelamente al cambiamento deidiretti interessati, senza che la modificazione sia vissuta come tradimento macome occasione di disvelamento di nuove risorse. Forse chi ha letto il raccontoè già in grado di immaginare a cosa mi riferisco. Per chi non l'avesse fattoricordo l'antefatto: a un gatto nero grande e grosso di nome Zorba unagabbianella morente affida un uovo, non prima di avergli strappato tre solennipromesse. Se per mantenere le prime due, non mangiare l'uovo e averne cura,sarà sufficiente l'amore del gatto, per la terza , insegnargli a volare,bisognerà potere contare sull'aiuto di tutti e su una idea maturata a partiredai saperi e dalle risorse conosciute per risolvere una situazione singolare.Fortunata, questo è il nome scelto per lei, imparerà a spiegare le ali e -dopo avere superato la paura del volo- a conquistarsi il cielo. E dopo averlasostenuta e appoggiata con l'aiuto di tutti "Zorba rimase a contemplarlafinché non seppe se erano gocce di pioggia o lacrime ad annebbiare i suoi occhigialli di gatto nero grande e grosso, di gatto buono, di gatto nobile, di gattodel porto".
L'impresa consueta di volare per chi è destinato a farlo diventa certamentedifficile là dove si inceppa il meccanismo disegnato dalla natura. Ma la"parabola" sottesa al racconto di Sepulveda mostra che non è unpercorso impossibile se si riscoprono le risorse a disposizione. E' sicuramentequesto l'ideale al quale tende o dovrebbe tendere chi a titolo diverso si occupao convive quotidianamente con chi soffre di disagio psichico. Là dove questoideale sembra irraggiungibile spesso si cela - come ho scoperto documentandomima, soprattutto, in anni di lavoro a stretto contatto con le associazioni difamiliari e utenti- una visione distorta del problema.
L'eredità lasciata dal passato ha alimentato una visione poco rassicurante dichi soffre di disturbo mentale e della malattia mentale. Nel tempo ci è stataconsegnata un'immagine di malattia incurabile e pericolosa da gestire. E credoche sia sufficiente ricordare due cose: chi veniva ammesso in manicomio -comerecita l'articolo 4 della legge Giolitti del 1904- era considerato"pericoloso a sé e agli altri" e vedeva annotare sulla sua cartellaclinica con certezza la data di ammissione mentre, con esito meno scontato,quella assai più rara di dimissione. L'esperienza recente ha mostrato che ifallimenti del passato erano fortemente dovuti alla desoggettivazionedell'internato, alla matrice custodialistica dell'intervento e alla mancanza diinterventi mirati alla cura. Oggi a vent'anni dalla riforma psichiatricasappiamo che guarire dal disturbo mentale non è una chimera ma una realtà. Maper facilitare il percorso verso lo stato di benessere di chi soffre ènecessario superare le paure ancestrali che ancora alimentano i nostristereotipi e pregiudizi. E' per questo che bisogna favorire una correttaconoscenza del problema, rispondere ai bisogni di avere e dare informazioni suchi vive il problema direttamente o indirettamente.
E' in questa direzione che è stato pensato il primo workshop"L'informazione sociale nel campo della salute mentale per accrescere lecompetenze della comunità": un momento di lavoro comune fra esponenti diassociazioni, esperti del settore e specialisti dell'informazione. A questomomento ne seguiranno sicuramente altri perché tanta è la strada da percorrereper ridurre le asimmetrie - non certamente le differenze- fra i diversi attori,tanto il lavoro da fare per capire come trattare argomenti scomodi senzafavorire false ideologie, per permettere di comprendere che non sempre le ideecondivise dalla maggioranza sono frutto di una adeguata conoscenza del problemae per padroneggiare con competenza gli strumenti che sono alla base dellacomunicazione sociale.
Il workshop sull'informazione sociale nel settore della salute mentalerappresenta l'avvio di un progetto più ampio -promosso dall'Istituzione "G.F.Minguzzi"-che porterà alla sperimentazione di una sezione specifica di documentazionesulla salute mentale rivolta ai "non professionali" per accrescere lecompetenze della comunità e per individuare e perseguire finalità dicambiamento. Se è, infatti, condivisa da molti l'idea che è giunto il momentodi superare i pregiudizi legati alla malattia mentale, meno scontato è come eattraverso quali strumenti farlo. Di qui la necessità di incrementare laricerca per individuare e conoscere le strategie sperimentate a livellointernazionale in questo settore; di coinvolgere nell'individuazione dei bisogniinformativi- in parte già delineati- i familiari, gli utenti primari, isoggetti chiave del mondo della scuola e i cittadini; di sperimentare strumentiinformativi; di valutare, infine, se e come incidono nello sviluppo dicompetenze comunitarie, di processi di cambiamento e, soprattutto, di autonomia.
Il percorso verso l'autonomia come suggerisce il racconto di Sepulveda, anche seè irto di ostacoli, bisognoso di atti di amore, della competenza e del supportodell'intera comunità, può essere sicuramente tentato. L'acquisizione dicompetenze per chiedere e dare informazioni, sicuramente rappresenta uno deiprimi tasselli per costruire processi relazionali là dove c'è solitudine, permettere in rete le risorse a disposizione e per chiedere ciò che è dovuto. Eallora sarà possibile staccare il volo verso la libertà, la "libertà -come ha suggerito recentemente uno psichiatra- per rischiare di vivere, peresistenze singolari in tessuti collettivi, per percorsi di emancipazione nellarete dello scambio sociale; libertà per cercare di agire la propriacittadinanza".

Parole chiave:
Letteratura, Salute Mentale