Il digital divide

01/01/2005 - Nicola Rabbi

Il 70% circa dell’umanità non sa nemmeno cosa sia internet; solo il 5% (o forse già il 6%) ha accesso alla rete; il 97% dei siti web, il 95% dei server e l’88% degli utenti si trova nei paesi industrializzati, con una posizione degli Stati Uniti dominante. Il divario tecnologico che separa i paesi poveri da quelli ricchi sta aumentando di anno in anno.
Si parla tanto di rivoluzione digitale e di società dell’informazione ma di fatto questo fenomeno interessa solo una parte minoritaria dell’umanità: che senso ha parlare di nuove tecnologie in posti dove non arriva nemmeno l’energia elettrica o dove non è possibile acquistare un computer?
Questo è il cosiddetto “digital divide”, il divario tecnologico, un’altra barriera che separa la parte ricca dell’umanità da quella povera.

Alcuni dati

Ma continuiamo con i dati che leggiamo su un sito specificatamente dedicato (www.gandalf.it): “La ‘globalità’ della diffusione delle nuove tecnologie è molto relativa. Una grande parte del mondo è ancora isolata dall’internet. Anche all’interno di ciascuna delle zone geografiche ci sono forti concentrazioni. Il 96% della rete nel Nord America è negli Stati Uniti. Il 98% della rete in Oceania è in due paesi: Australia e Nuova Zelanda. Il 68% dell’internet dell’Asia è in Giappone (circa il 20% nell’area etnica cinese). L’88% dell’Africa in Sudafrica, l’86% dell’America centro-meridionale in Brasile e Argentina. Solo in Europa nessun paese ha più del 14% del totale; ma anche nel nostro continente rimangono forti squilibri”.
Eh già, perché il digital divide non colpisce solo alcuni paesi ma questo tipo di divario esiste anche all’interno di ogni realtà nazionale; è chiaro che la parte della popolazione non alfabetizzata informaticamente non potrà mai avere accesso a questo risorsa per il semplice fatto che non la sa usare. Molti anziani si trovano spesso in questa situazione, i disabili, ma anche le fasce della popolazione di recente immigrazione; nel nostro paese esiste anche un divario tra nord e sud in fatto di usi e consumi delle nuove tecnologie. I disabili stessi possono esseri soggetti al digital divide soprattutto quando non hanno gli ausili necessari per usare il computer e per entrare in internet.
Il problema è così evidente che nessuna autorità sia nazionale che sovranazionale può più ignorarlo, perché è oramai chiaro che lo sviluppo o è per tutti o il delicato equilibrio mondiale è destinato a essere messo continuamente in crisi.

L’ONU e l’UE si mobilitano

La necessità di attuare delle vere e proprie politiche di “inclusione  digitale” ha portato alla creazione a Okinawa nel luglio del 2000 da parte dei G8 (con questo termine si indicano gli 8 paesi più ricchi e industrializzati del mondo) della “Digital Opportunity Task Force” (www.dotforce.org), con lo scopo di analizzare e descrivere le linee di intervento sul digital divide.  Anche l’ONU ha creato un organismo analogo nel marzo del 2001, la “ICT Task Force” (www.unicttaskforce.org). Alla tristemente famosa riunione dei G8 a Genova nel 2001 viene accettato il “Genoa Action Plan” prodotto dalla Dot Force, in cui si chiariscono quali saranno le future linee di intervento mondiali sul digital divide. I partecipanti al tavolo sono  istituzioni governative, rappresentanti del mondo industriale e ONG. Sì ONG, perché da tempo oramai anche il mondo del volontariato si è specificamente dedicato a questo problema, rendendosi conto che accanto ai bisogni primari (accesso all’acqua, alimentazione, salute…) anche il tema dello sviluppo tecnologico è basilare. Alisei, una ONG italiana, ha costruito un sito (www.digital-divide.it) proprio dedicato al tema, mentre in lingua inglese esiste bridges.org (www.bridges.org).
Ricordiamo che a Ginevra, dal 10 al 12 dicembre del 2003, si è svolto il WSIS (The World Summit on the Information Society), ovvero la prima fase della conferenza mondiale dell’ONU sulla Società dell’informazione(www.wsisgeneva2003.org); la seconda fase si terrà invece a Tunisi nel 2005.