Il differente che vive

01/01/1987 - Cesare Padovani


Vorrei cominciare così: "Datemi una bella maestra d'appoggio e visolleverò il mondo..." Sarebbe ora di usare un po' di ironia.
Nel parlare dell'handicap provo lo stesso fastidio, in termini capovolti, che hala bella donna che vuole essere valorizzata per la sua intelligenza. Nel miocaso il desiderio è di essere valorizzato quale uomo. In fondo tutta la miavita è stata una lotta nella difesa della mia dignità di uomo.
Ha ragione Pasolini quando nel '53 mi scriveva:
"Bada che la tua posizione è pericolosissima non c'è niente di peggio didivenire subito della "mercé". Se tu dipingi e scrivi poesie sulserio, per una ragione profonda e non solo per consolarti delle tue disavventurefisiche (o magari come dicono per ragioni terapeutiche), sii geloso di quelloche fai, abbine uno assoluto pudore..."
Preferisco pertanto parlare della cultura della differenza. Definisco, percomodità linguistica, Handicappato la persona bisognosa di assistenza, che hauna struttura passiva del corpo e dell'esistenza, essere che va aiutato asopravvivere.
Sopravvivendo a tutti costi, gli viene a mancare ogni possibilità di identità:non riesce nemmeno a iniziare il processo, appunto perché vive questa visionedel mondo totalmente assistenziale e di dipendenza. Spesso gli altri, e propriole persone più vicine, contribuiscono a relegarlo nel suo ruolo di dipendenza:proprio perché in tal modo utilizzano il suo bisogno per valorizzare la lorocapacità ad essere utili, e anche perché, generalmente, qualora l'handicappatoesca dalla propria dipendenza e dal proprio ruolo, nonostante l'handicap, vienea sovvertire gli schemi esistenziali degli altri. Le tensioni corporee edemozionali della persona così relegata al proprio ruolo, sono costantementerivolte ad ogni aspetto di identificazione (sociale, sessuale, comportamentale).Così che coprendo e uccidendo tutte le possibilità della propria diversitàespressiva, rimane in continua attesa. A prescindere dal tipo di minorazione, ildiscorso vale anche per qualsiasi persona che non abbia raggiunto o che non siadentro al processo per raggiungere una autonomia tale da garantire le propriepossibilità di comunicazione. In questa dimensione esistenziale, l'handicappato(come il non dotato che non vive l'armonia delle proprie caratteristiche) non hauna sessualità completa né una affettività rassicurante e questo quando:
a) la sua corporeità non è mai totalmente presente nel rapporto con sé e congli altri.
b) Manca, in ciò, disponibilità di attesa in quanto gli manca l'abitudine allatranquillità dei tempi di opportunità, e) La sua economia affettiva rispecchiala sua economia corporea nel rapporto con lo spazio esterno: la sua psiche sistruttura così sulle organizzazioni di uno spazio corporeo non organizzato.Questa è la storia della negazione della identità.
Definisco invece differente la persona, con handicap o no, che valorizza leproprie potenzialità nonostante le sue difficoltà, attuando veramente ilprocesso di identità, in quanto ha coscientemente presente le proprie capacitàespressive. Non sopravvive, ma vive e si scontra continuamente con le cecitàdella norma: vive o soccombe ma comunque è persona viva.
In questo senso il differente si contrappone a tutti gli handicappati, sianoessi normodotati oppure no. Schematicamente, entrambi, l'handicappato chesopravvive e il differente che vive, hanno due storie culturali alle spalle: ilprimo quella dei grandi compromessi e sottomissioni mentre il secondo ha quelladelle grandi scelte.
Il sopravivente, rassegnato, che non accetta leproprie diversità, dipendente, e con visione assistenziale dell'esistenzaaffonda l'antefatto della propria storia culturale nella figura dell'Edipo: nona caso il nostro secolo l'ha reso emblematico. Egli, come tutti i suoidiscendenti handicappati, non ha mai accettato la propria diversità, si èaccecato per sopravvivere, per non vedere e per non vedersi, ha rifiutato sia laRupe Tarpea sia la lotta col proprio contesto sociale. Ha aperto così il grandeciclo dei venti: dai melodrammi alla cultura crepuscolare (Pascoli compreso) atutte le macchine assistenziali, non ultima delle quali è senz'altro l'U.S.L.
L'altra faccia, quella della difesa della differenza, accettata per la quale silotta garantendo la conquista dell'identità, ha costruito il proprio retroterraculturale sullo scontro: ne è emblema la Rupe Tarpea e la visione tragicadell'esistenza. Figure come Medea, Giovanna D'Arco e Pasolini, ne rappresentanola continuità. In queste figure, di diversi, non esiste l'ombra del compromessoentrano tutte nella densità esistenziale del vivere la propria vita.
Se ha ancora un senso parlare di "speranza", questa vale per quellepersone la cui diversità è sommersa e per cui il processo di riconoscimentodella propria identità è ancora lontano, ma possibile.


LA CULTURA DELLA DIFFERENZA

Ma che cosa si è fatto per queste persone?
Nell'ultimo trentennio, la cultura della differenza ha mutato più volte la suavisione.
Negli anni sessanta, l'handicappato era considerato "migliore deglialtri", era addirittura esaltato (ricordo la pubblicità"Progresso": loro sono migliori di noi). Gli anni settanta hannosegnato l'epoca dell'uguaglianza e dei diritti; in questo clima egalitariorespiriamo ancora la tendenza, come se i problemi esistenziali, l'affetto, lacomunicazione, la sessualità, il senso della vita fossero risolvibili con ildiritto, la legge e il dibattito. Solo recentemente sta affiorando un sensonuovo di questa tendenza anche se non è ancora diventata cultura: è quello percui l'attenzione e il problema non riguardano questa o quella persona,l'handicappato o il non handicappato, ma riguardano il rapporto tra personediverse, comunque differenti tra loro con differenze evidenti e scoperte e condifferenze nascoste o non emerse. Questo senso più nuovo e più autentico offreuna visione nuova dei rapporti interpersonali, offre un maggior distacco dalle situazioni, e volendo raggiungel'ironia. L'interesse culturale a queste problematiche mi è servito a nonviverlo solo in quanto calato dentro, ma ad analizzarlo come problematica cheriguarda anche altri, e perciò con maggior serenità, talvolta con ironia. Avolte forse si parla troppo di questi problemi, quasi ci fosse il bisogno diesorcizzarli.
Infatti parlare di queste comunicazioni profonde, come la sessualità, è comevoler puntare gli occhi su una stella rara si rischia di non vederla o diperderla. Meglio esplorare l'universo attorno, la fetta di cielo che comprendequel clima di comunicazione, per gustarne la bellezza. Ma per questo occorrequella rara capacità di entrare nell'autenticità dell'altra persona.
Così, avvicinandosi e scoprendo le diversità degli altri, si impara aconoscere e a gustare la ricchezza delle proprie diversità riscoperte.
L'abitudine alla cultura dell'handicap è oggi un contributo all'allargamentodell'orizzonte della sensibilità umana sulle differenze.
Questo anche in prospettiva di tutto ciò che la vita può riservare ad ognunodi noi: chiunque può da un momento all'altro ritrovarsi handicappato fisico opsichico.
Il gioco delle differenze, dei moti imprevedibili, delle metafore che sonoproprie della poesia verrebbero a perdere il loro valore qualora mancasse unadisponibilità anche culturale al gusto della ricerca delle varianti espressive.Accettando il dramma della diversità si accetta anche la poesia della vita.

Pubblicato su HP:
1987/4
Parole chiave:
Creatività, Cultura