Il corpo di Flavio

01/01/1997 - Tino Bilara

"Ho sempre sentito il suo corpo come qualcosa di separato da lui; tra i due sembrava essere in atto un lotta senza fine...". I bisogni da soddisfare, la difficoltà di accettare un corpo non "addomesticabile", le continue interferenze nella relazione educativa visti dalla parte dell'educatore.

Ho sempre sentito il suo corpo come qualcosa di separato da lui; tra i due (lui e il suo corpo) sembrava essere in atto una lotta senza fine, una opposizione a volte drammatica, a volte comica come capita talvolta di vedere in certi cartoon dove il protagonista si trova a fare i conti con una parte del suo corpo che non gli obbedisce più (la mano destra gli stringe il collo, mentre la sinistra cerca di allentare la presa). Oppure, anzi di più, i robot che per qualche cortocircuito perdono il controllo di sé, lasciandosi andare ad azioni scoordinate.

Ho conosciuto Flavio quasi dieci anni fa; colpito, si colpito, dalla nascita da una paralisi cerebrale che gli ha reso incontrollabile ogni movimento del corpo tranne l'uso della lingua e la capacità di parlare.

"Sei a posto Flavio"?

I miei rapporti con lui sono stati di vario tipo; come operatore, volontario, amico, ma certe situazioni si sono ripetute sempre uguali; i suoi bisogni come il bere, mangiare, trovare la giusta posizione sulla carrozzina, urinare ti mettevano sempre di fronte ad un corpo non addomesticabile né dal suo proprietario né dal suo operatore.
La relazione con Flavio era sempre interrotta dalle necessità di un corpo; uso il verbo interrompere perché sentivo come interruzioni le richieste che faceva nel bel mezzo di un discorso o la difficoltà di raggiungere un posto per via della carrozzina. È vero che l'handicap lo crea la società ma, ugualmente, quante volte ho desistito dall'idea di uscire con lui alla sera per via di quel corpo deficitario e delle difficoltà che avremmo incontrato solo per andare in una osteria? Interruzioni.
E quando queste richieste mancavano, veniva spontaneo rivolgergli la domanda: "Tutto a posto Flavio"?

Irritarsi e poi strofinare

Le parole che uso (e che usano anche gli altri) quando devo "trafficare" con il suo corpo sono molto significative: "Ti devo incastrare il braccio o vuoi che te lo leghi"? "Ti devo bloccare le gambe"? "Stringo più forte le cinghie!"...È la descrizione di una piccola lotta che io e lui ingaggiamo con il suo corpo; lui è il mio suggeritore, conosce molti trucchi per riuscire ad addomesticare quelle gambe troppo rigide o la testa che resiste: alla fine vinciamo.
Non è possibile però separare Flavio dal suo corpo, soprattutto quando le difficoltà provocano il malumore: nei momenti delicati (l'attraversamento di una strada, un posto pubblico...) il suo corpo diventa ancor più teso, più difficile da manovrare, sembra quasi che lo faccia apposta, anche se so che non è così.
La mia irritazione peggiora le cose e oltretutto non so bene con chi prendermela, con Flavio che non collabora o con questo braccio che non si incastra?
Anche la pipì capita, ed è sempre incontenibile, nelle situazioni meno adatte. Può sembrare strano, ma una grande parte del rapporto tra un assistente e un assistito, si gioca proprio qui, nell'urinare, nel defecare. In questi momenti, apparentemente così neutri, professionali, si comunica moltissimo, l'uno dice molte cose di sé all'altro e viceversa, tra una salvietta e l'altra.
Una volta in bagno feci una mossa sbagliata e la cacca invece di finire nella cassetta si infilò nei pantaloni. Iniziò un'affannosa ricerca che si concluse sotto una doccia; l'acqua cadeva piano sulla pelle imbrattata di Flavio ed io con la spugna pulivo accuratamente ogni zona; l'irritazione per l'imprevisto si era via via trasformata in qualcos'altro di tranquillo e di dolce a cui non so dare altre parole.

Tariffe maggiorate

Il suo corpo di uomo richiede una donna; argomento trattato fino all'ossessione con le parole che a volte ci portavano sui lunghissimi viali della nostra città. Io, davanti, guidavo il suo furgone mentre lui, dietro, con occhio da cacciatore guardava le austriache e le slave bionde, le alte senegalesi, delle giovanissime albanesi. Ben presto ci accorgemmo che per lui la scelta non era così vasta; le ragazza nere, ma anche molte altre, rifiutavano il rapporto e ci guardavano sbigottite. Le più disponibili, le italiane "over 50" e le austriache, spesso richiedevano (forse per il corpo più difficile?) delle tariffe maggiorate.
Quando la macchina ci riportava a casa filtravano dalle sue parole le domande a cui non sapeva dare una risposta: "Può piacere questo mio corpo da uomo? E a chi"?

L'occhio, lo specchio dell'anima

Flavio non riesce girare a suo piacimento la testa; il classico movimento di chi ti guarda negli occhi non gli è usuale, ma tiene la testa reclinata all'indietro facendo roteare gli occhi da una parte all'altra per avere una panoramica completa. È un diverso modo di vedere e per chi crede che gli occhi siano lo specchio dell'anima pone parecchi quesiti di interpretazione.

Miracolo

A volte immagino come sarebbe Flavio se non fosse handicappato; mi immagino che lasci quella sedia a rotelle e che cammini. Apre la porta di casa, mangia con le sue mani, va in bagno da solo, sale le scale, cade e si rialza, abbraccia una amica, scrive, si gratta, fischia, si strofina gli occhi per la stanchezza quando è sera.

Ma a questo punto non riconosco più quell'uomo. Conosco solo quel Flavio, con quel corpo non addomesticabile.

Pubblicato su HP:
1997/57