Il centro Zanichelli

01/01/1998 - Maria Rachele Via (*)

La nascita con un ristretto gruppo di utenti, la crescita e la progressiva apertura sul territorio grazie ad attività esterne. La storia e le trasformazioni di un centro diurno a San Lazzaro, alle porte di Bologna
Il centro è nato nel 1980, si è partiti con un gruppo di cinque utenti per arrivare, nel 1985, e quindici utenti, divisi in due gruppi ben distinti, adolescenti e adulti con dodici educatori. Ora, nel 1998 due educatrici del centro diurno sono distaccate dall'organico del centro ed integrate al Servizio Handicap Adulti del Distretto; otto tra educatori e educatrici garantiscono la conduzione del centro socio-riabilitativo, mentre una nona unità, avvicendandosi sul centro, svolge quotidianamente attività educative e di laboratorio con ragazze con handicap medio-grave del territorio; mentre entro la fine dell'anno verranno attivati due ulteriori nuovi servizi, un gruppo "educativo-abilitativo" per utenza con deficit definiti come "intermedi" ed un "laboratorio protetto e di transizione al lavoro" per chi, handicappato, conclude i percorsi formativi ma necessita di una ulteriore presa in carico dai servizi per tentare un avviamento lavorativo.
Tutte queste molteplici realtà, pur godendo di una propria autonomia e specificità, sono e rimarranno comunque riconducibili ad un comune nucleo di "pensiero" e di regia educativa, che nasce ed ha come punto di riferimento il centro socioriabilitativo. E' questo a nostro avviso uno degli aspetti originali e qualificanti la nostra esperienza. Nel disegno che stiamo progressivamente delineando, infatti, verrà mantenuto un alto livello di scambio e di elaborazione condivisa fra le diverse realtà, tutte riconducibili all'ambito della rete dell'offerta complessiva del servizio handicap adulto di Distretto; collocandoci in una mappa che vedrà il centro socio-riabilitativo, il gruppo 'intermedio", il laboratorio, funzionare in modo integrato ed in raccordo costante con gli interventi sul territorio. In questo modo pensiamo davvero di "essere in rete" dando a questa espressione un significato pieno, di costruzione di un pensiero ricomposto ed in evoluzione attorno ai bisogni globali ma originali espressi dalla persona handicappata.

Una elaborazione sviluppata "passo passo"

Andrea Canevaro, direttore del Dipartimento di Scienze dell’Educazione dell’Università di Bologna, individua nel bisogno di mettersi in comunicazione con gli altri una delle ragioni fondanti del servizio di rete (1); possiamo ritrovare in questa affermazione lo stesso bisogno che ha mosso il gruppo di lavoro del Centro Zanichelli , sia nel dare visibilità alla riflessione condotta sul proprio lavoro quotidiano, con la scrittura del libro "Essere adulti, essere handicappati" e gli altri materiali di documentazione ad esso seguiti (2), sia nel proporsi con forza come "partner dialoganti" nei confronti del servizio handicap adulto (nato nel 1992).
La cosa che più ci preme sottolineare è il tipo di percorso effettuato: non una scelta di orizzonte teorico effettuata "a monte", e dalla quale far discendere una metodologia di lavoro e delle linee operative, ma una elaborazione sviluppata "passo passo", per tentativi e riformulazioni, a partire dall'esperienza concreta, da circostanze favorevoli e dall'incontro fra operatori di servizi diversi e fra questi ed i bisogni reali espressi dagli utenti. E' stato questo percorso, sostenuto dalla tensione all'apertura degli operatori, a produrre nei fatti la costruzione, ancora tutta "in progress", di una visione di rete rispetto alla presa in carico delle persone e alle prospettive di vita da costruire con loro.
E' possibile riscrivere questo stesso racconto usando categorie concettuali diverse.
La prima è il riconoscimento, da parte della responsabile e dei referenti territoriali del servizio sociale di distretto, della professionalità maturata dagli operatori del centro. Questo ha significato individuarci come interlocutori non solo per tutto quanto ruotava e ruota ancora attorno alla vita del centro, ma anche per la presa in carico in senso più ampio delle persone adulte con problematiche di handicap, grave ma non solo. Ha voluto altresì dire la capacità di assumersi, in veste di interlocutori, una richiesta forte di apertura e messa in circolo di riflessioni, di esperienza, di elaborazioni che sempre più sono andati orientandosi verso percorsi concreti intrecciati e condivisi.
La seconda riguarda la caratteristica della territorialità che noi abbiamo avuto fin dalla nascita, in quanto centro diurno, ma che nel tempo ha assunto connotati sempre più reali e ci ha orientato nel nostro cammino di apertura e di incontro con il servizio handicap adulto. Se guardiamo le cose nell'ottica del centro, il termine territorialità ha assunto per noi, oggi, una forte connotazione di senso, che è andata a sostituire il vecchio slogan, ormai consunto, della socializzazione. Non abbiamo più bisogno di rincorrere la socializzazione, perché siamo noi stessi che oggi ci riconosciamo come "sociale" all'interno della socialità più ampia che ci contiene e con la quale, in una dinamica aperta e circolare, scambiamo "quotidianità"; si tratta di un mosaico di piccoli gesti che vanno dalla presenza ormai costante di utenti diversi da quelli "storici" con cui siamo partiti e dei loro famigliari, agli oggetti che creiamo, produciamo, esponiamo e vendiamo, al giornalino nel quale ci raccontiamo per l'esterno, alle collaborazioni con realtà diverse, come il servizio di volontariato Ausilio (sostegno alle persone anziane o impossibilitate a muoversi da casa) o il WWF, ed altre ancora.

La qualità di vita

Nel libro del centro Maura Forni parla della "avventura della crescita e del cambiamento che chiama alla prova gli educatori e le educatrici all'interno del servizio"; penso che sia stata proprio la necessità di riconoscere ed assumere fino in fondo questa sfida, la molla che ha permesso di saper vedere come si modificavano nel tempo le caratteristiche ed i bisogni delle persone di cui ci si prendeva cura. Compiere questo primo, decisivo passo ha inevitabilmente messo in moto un processo di trasformazione sia del servizio, sia del modo di lavorare al suo interno. Oggi, accanto alla forte proiezione esterna prima descritta, rimane il quotidiano impegno degli educatori delle educatrici per il mantenimento della qualità di vita all'interno del Centro Zanichelli.
Dare concretezza all'espressione "qualità di vita" ha voluto dire in primo luogo prestare la massima attenzione alle caratteristiche dell'ambiente concreto, quotidiano, all'interno del quale la vita del centro si svolge, operando in una direzione di sempre maggiore "facilitazione dell'esistenza", una organizzazione di tempi e spazi quotidiani in grado di garantire al contempo stabilità e flessibilità; la composizione dei gruppi di convivenza e di attività basata sulla reciproca compatibilità e piacere di stare insieme, quindi oltre gli stretti vincoli anagrafici o di "patologia".
In secondo luogo sottolineiamo l'importanza del "lavoro di gruppo", nella sua duplice accezione: sia come spazio dato alla verifica-elaborazione condotta nel gruppo di lavoro e con il supervisore; sia nel senso di arrivare ad essere, nel tempo, un "gruppo che tiene", ossia un gruppo addestrato ad essere elastico, a rivedere e modificare continuamente le proprie teorie e strategie, ad avere un pensiero unitario, una "mente di gruppo che sostiene e supporta l'azione del singolo; le sue angosce e i suoi momenti di impasse" (3).
Cogliere il processo ricorsivo tra passato, presente e futuro, e farlo proprio, dà la possibilità di costruire una storia con radici e con una crescita che si alimenta appunto con la riflessione sulle cose fatte, che integrano e supportano il presente ed alimentano le ipotesi future.

Le fatiche del cambiamento

Mantenere sempre aperta questa "doppia finestra" costa sicuramente qualcosa, in termini di investimento di energie, a tutti noi educatrici ed educatori. Probabilmente sarebbe più facile, più rassicurante, rimanere dentro i confini già conosciuti delle singole situazioni, ognuno su di un'isola non soggetta a ridefinizioni, sollecitazioni, anziché questo lavorio continuo che fa si che sul consolidato si innesti periodicamente il nuovo, l'incerto.
Eppure e proprio questa la sfida; da un lato non lasciare che la routine si appiattisca in monotonia, mantenere la tensione verso il possibile anche nel nostro lavoro al centro, con gli utenti "storici", presenti da tanti anni, fare in modo che ciò che si muove all'esterno possa trasformarsi in opportunità anche per l'interno. Parallelamente, lavorare sulla costruzione del nuovo al di fuori di noi permette non solo di "esportare" delle competenze ed un sapere, ma offre anche opportunità di cambiamento e ricarica a chi da tempo lavora nei servizi diurni. Se fatica c’è, pensiamo comunque che ne valga la pena.
Nell'articolo ripreso da Askesis, Canevaro concludeva con una osservazione che facciamo nostra e che ci piace proporre come punto di arrivo e, insieme, nuova partenza del nostro percorso: "La logica dei servizi a Rete può essere moltiplicazione delle risorse e razionalizzazione, non in senso di taglio e nel senso della penalizzazione del sacrificio delle risorse stesse, ma della valorizzazione delle competenze e del loro incontro con le realtà di base" (4).


(1) "Dagli elementi al sistema - servizi a rete, disagio sociale, educatore professionale", Askesis, anno IV, n° 11/12,, pag. 4-6.
(2) USL San Lazzaro di Savena, "Essere adulti essere handicappati", 1984, EDB Bologna . E’ il libro scritto dal gruppo di lavoro del Centro Zanichelli.
(3) "Tracce di vita quotidiana" ; "Il metodo e la memoria" ; "Handicap e invecchiamento"; "Intervenire nella cronicità" sono i titoli di altre documentazioni prodotte in questi anni e disponibili richiedendoli presso il centro stesso (051/622.42.11)
(4) "Dagli elementi al sistema...", cit.

(*) Educatrice Professionale