Il biondo tartarugo piano piano supera la mora lepre: ovvero, la logica della lentezza - Superabile

29/03/2010 - Claudio Imprudente

Come sapete a Bologna nel mese di dicembre c’è stata la famosa kermesse di Handymatica alla quale ho partecipato con un intervento per il convegno sulla comunicazione nei mass media. Pochi giorni fa mi è arrivata una lettera da parte di un’educatrice che mi ha dato l’occasione di tornare a riflettere riguardo ad un argomento che mi sta particolarmente a cuore: la logica della lentezza. L’educatrice nella lettera lamenta il fatto che nella società odierna, invece di essere aperti a nuovi orizzonti, a nuovi scambi e modalità, si ricerchi il monopolio assoluto sui sistemi di comunicazione, tagliando fuori il linguaggio dei segni o la comunicazione non verbale, in sostanza si rifiuta tutto ciò che non è immediato, istantaneo.
La prima volta che ho sentito parlare della logica della lentezza è stato quando nel mio mangiadischi (ormai oggetto d’antiquariato) ho messo il disco di Bruno Lauzi e ho ascoltato “la tartaruga”.
Riascoltandola poi negli anni mi son sempre più convinto che questa canzone è davvero un inno alla lentezza. La tartaruga che un tempo era un animale che correva a testa in giù e filava via come un siluro, più veloce di un treno in corsa, dopo un incidente rallentò e… si accorse andando pian pianino di moltissime cose che non aveva mai notato: “un bosco di carote, un mare di gelato e un biondo tartarugo che ha sposato un mese fa”.
Questa canzone testimonia una grande verità: dovremmo recuperare la lentezza come un valore, specialmente in un mondo che va ai mille e mille all’ora. Il ruolo della diversità ha questa funzione: dimostrare che ci sono diversi tipi di velocità e andature: la lentezza può in questo senso diventare una risorsa. Il saper rallentare, il saper guardare ti dà la possibilità di cogliere delle occasioni che correndo troppo non vedresti neppure. Credo che questo sia uno dei ruoli delle persone con deficit: fare recuperare alla collettività la logica della lentezza. Già solo sentendo il termine ci viene spontaneo associarlo a pensieri negativi: noia, stanchezza, perdita di tempo, voglia di anticipare, debolezza, vecchiaia… Ma perché questo termine ha acquisito queste accezioni negative? Perché un termine che di per sé non ha connotazione negativa, nella nostra società viene naturalmente associato a queste sensazioni di pesantezza? L’esempio della moviola risulta in questo caso decisamente calzante: diciamoci la verità: le riprese alla moviola sono molto più affascinanti di quelle normali perché si possono vedere tutti i particolari: le espressioni,i gesti atletici, le gocce di sudore e gli sguardi dei giocatori…
E se la lentezza diventasse un’angolazione particolare da cui osservare il mondo? Sicuramente la diversabilità diventerebbe un osservatorio speciale ed interessante per fare emergere quei gesti, quelle parole che la velocità non permette di cogliere. Un mio gesto che potrebbe essere classificato all’interno della “lentezza” è la mia lavagnetta con le lettere tramite cui comunico col mondo. Spesso la gente mi ringrazia perché ascoltandomi può tranquillamente prendere appunti, e le frasi entrano meglio facilitando lo scambio e il confronto, dunque il dialogo. Ecco che la lentezza nella comunicazione diventa una marcia in più invece che un deficit.
Quali sono i vostri gesti lenti? Cliccate lentamente su claudio@accaparlante.it e con calma vi rispondero’!

 

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Testimonianze-Esperienze