Spazio Calamaio - Il bello che esce dalla danza ti fa diventare bello

11/07/2011 - a cura di Roberto Ghezzo

Intervista a Paola Palmi, coreografa e direttrice dell’associazione “Lavori in corso” di Bologna
Già da qualche anno stai realizzando degli spettacoli di danza che inizialmente erano dei saggi di fine anno del laboratorio con il gruppo di ballerini Down, e mano a mano stanno diventando dei veri e propri spettacoli. Iniziate anche a fare delle tournée...

La cosa importante è che loro acquisiscano pian piano padronanza dello strumento, di come si agisce in scena, di come controllare e gestire l’emozione di stare in scena. La gioia di entrare in scena, già dal primo spettacolo, era tale che mi scappavano dentro in palcoscenico. Ho dovuto chiedere a due educatrici che non erano danzatrici di contenerli. All’inizio la gioia era tale che non consideravano il gruppo e il lavoro. Adesso sono serissimi, sono professionali.

Tu quindi lavori molto sulla consapevolezza di essere danzatori, di rispettare dei tempi, dei riti, le entrate, le uscite...
L’obiettivo e il grande sogno sarebbe quello di creare una compagnia con loro, che possa lavorare a livello professionale perché se lo meritano, sono diventati bravi. Con una compagnia hai tutto il tempo necessario, tutta la tranquillità, senza ritagliare del tempo a qualcos’altro, ma dire “quello è il mio lavoro”. Penso che alla fine l’esecuzione sarebbe professionale. Io ho sempre lavorato con in testa quella meta. Vorrei creare un gruppo di ballerini Down ma misto, con ballerini Down sempre più autonomi, che possono ballare da soli o assieme ad altri ballerini.
In quest’ultimo spettacolo il pezzo tra Giovanni, un ballerino Down, e Jessica è stato emozionante. Jessica mi ha confidato alla fine di non aver mai danzato così con nessun ballerino.
Io seguo degli altri gruppi di normodotati [ride] che per certi versi sono indietro anni luce, anche solo come rispetto del lavoro. Questo credo di essere riuscita a passarglielo. Io con loro lavoro come in qualsiasi altro corso che faccio. Non ho mai fatto distinzione. Chiaro che ci vuole un po’ più di tempo per la questione della memoria dei movimenti, della comprensione. Rispetto al lavoro uso con loro un linguaggio un pochino più semplice, però sempre tecnico: di energia, di ascolto, dell’energia che passa da una persona all’altra... e quindi non è subito diretto. Richiede da parte loro una elaborazione, che però passa attraverso il lavoro. Verbalizzi sì, ma anche lavori e verbalizzi, verbalizzi e lavori. Vedo che ci sono stati ottimi risultati.

Vedo che ogni ballerino ha un suo modo di muoversi personale. Il gesto parte da un’improvvisazione loro?
Il gesto parte sempre da improvvisazioni che fanno loro. Io lo correggo, aggiusto, elaboriamo insieme. La prima traccia di lavoro è un’improvvisazione, a volte libera perché così capisco che tipo di energia hanno in quel giorno lì, perché mica tutti i giorni sono uguali, e a volte invece facciamo una improvvisazione con tema che è un gradino avanti. La musica è fondamentale.

Spesso le persone Down hanno dei gesti stereotipati. Influenzano secondo te la loro danza?
Durante le pause dal lavoro sì, ma non vengono fuori nella danza. La tendenza a ripetersi nell’improvvisazione libera c’è… ma questo accade a tutti. Io cerco di portarli a lavorare anche in altre direzioni. Sono partita dal valorizzare quello che di più bello veniva fuori da loro, in tutti i sensi, non solo esteticamente ma da quello che è sincero e vero. Pian piano stiamo andando a costruire delle cose che sono un po’ distanti da loro perché è giusto e naturale. Parti da te, dal tuo mondo e pian piano ti allontani per cercare, sempre con il tuo approccio, però per cercare altro. In quest’ultimo spettacolo volevo entrare un po’ di più in quello che emoziona, perché hanno una età che è quella delle grandi emozioni, che scoppia il cuore, che piangono all’improvviso. Tendenzialmente si cerca sempre di comunicare una visione serena, una dimensione gioiosa, che loro possiedono…ma c’è anch’il rovescio della medaglia. C’è l’aggressività, ci sono le violenze che subiscono. Volevo scavare un po’ lì.

Noto che negli spettacoli ci sono musiche leggere, come Farfalle di Modugno. Ma in genere inizi lo spettacolo con un pezzo bello tosto, tragico, ad esempio quel tema, di Bach credo, che si sente anche nel film Barry Lindon di Kubrick.
È un gioco che faccio io. Lo spettatore va catturato subito, va tenuto lì... poi la tensione si può allentare e sbloccare un po’, ma poi si deve richiudere con un finale poetico, forte, intenso. All’interno ci possono essere momenti più delicati: in uno spettacolo è difficile mantenere sempre una tensione, ci sono dei momenti che cadono, e allora è meglio che ciò accada all’interno. Solitamente poi uno si ricorda l’inizio e la fine di uno spettacolo.

Perché fai questo lavoro?
Perché fondamentalmente mi piace esplorare l’essere umano e mi sono ritrovata attraverso questo percorso di danzatrice, a coreografare e dirigere gruppi, a sperimentare vie parallele come lo shiatsu, lo yoga. L’incontro con questo gruppo di ragazzini mi permette di continuare l’esplorazione dell’essere umano e la danza è uno strumento per tirare fuori il meglio.

Come si sposa questa ricerca con la bellezza?
Tutto ciò che è vero e sincero è bello, qualunque forma abbia. Il bello che esce dalla danza ti fa diventare bello anche se esteticamente non sei un Adone. Ti illumini, non so come dire... Quando riesci a tirar fuori quella gioia chiunque diventa bello, bellissimo. Questa è la potenza dell’arte e, per l’esperienza che ho sia con la disabilità, che non, rimane dentro di te tantissimo, ti dà fiducia, ti fa crescere, ti fa trovare la tua strada. Ho incrociato tanti giovani e ognuno ha trovato la sua strada. Al di là del prodotto artistico, c’è il bisogno creativo di canalizzare l’energia in quello.
La cosa che mi dispiace è che non sono bravissima a valorizzare tutto il nostro lavoro, ma forse venderlo è un’altra professione, ci sono quelli che riescono a farlo. Assieme al gruppo dei ragazzi Down dell’associazione Ceps di Bologna abbiamo fatto degli spettacoli: se ci fosse più risonanza sarebbe importante per loro e per tutti. I ragazzi delle scuole dovrebbero vederli; gli adulti e gli operatori vanno bene, danno fiducia, però secondo me dovrebbero vederli i coetanei. Farebbe capire ai ragazzi quante potenzialità ognuno di noi possiede. Questa diversità è la diversità. Punto. Non è un’inferiorità.

Ti esprimo adesso un pensiero-domanda un po’ contorto perché non mi è chiaro nemmeno in testa. Il diverso esprime bellezza, d’accordo, ma secondo te è possibile per un Down farsi accettare esclusivamente come ballerino e non come ballerino Down? Ti chiedo questo perché è difficile disgiungere le due immagini, derivanti dall’essere ballerino e dall’essere Down. Un ballerino Down danza in un modo che lo espone al pubblico in una maniera particolare e speciale.
Lo stereotipo del ballerino è quello che vediamo in televisione… ma spesso in televisione siamo abbastanza lontani da tutto quello che è cultura e arte. Alla fine la bellezza nasce dall’essere totalmente in quello che stai facendo. Se ci credi, se quel gesto è intenso e vero, allora perdi l’immagine del Down, del brutto, del grasso, dell’alto, del basso, del magro... vedi tutt’altra cosa. È quella la bellezza: non consiste esclusivamente nel riuscire a tirare la gamba fino a qui o girare su se stessi venti volte. Poi se c’è anche questo, va bene, tanto meglio, il virtuosismo non fa mai male. Ma la danza è arte, non ginnastica, non è dimostrare quanto posso saltare o girare, non è dimostrare quanto il mio corpo sia agile e snello e mi permette di fare questo o quell’altro. L’arte è altra cosa, all’arte interessa di che cosa carichi questo gesto, questo movimento, che qualità di energia emana. Se c’è un corpo fatto in un certo modo meglio, ma, ripeto, alla fine non te ne accorgi. Se il gesto è potente, sincero, perdi i confini, ti arriva totalmente l’emozione, al di là del fatto se sei Down. Più persone che hanno assistito allo spettacolo mi han detto che se non lo avessero saputo che i ballerini erano Down non se ne sarebbero accorti.
Alcuni di questi ballerini stanno crescendo, stanno migliorando. Poi c’è da dire che loro sono di una generosità che ti sfinisce, ti stanca, richiede molta attenzione, molto tempo. È come se sempre loro avessero i nervi a fior di pelle. Tutto quello che arriva loro lo sentono, lo avvertono, lo incamerano. Secondo me non hanno filtri. Per quanto riguarda il lavoro sul corpo, la danza, ma anche le altre discipline, ha a che fare con il fattore mentale (che non va confuso con il razionale). Come agisce la mente sul corpo è fondamentale perché tante e tante volte blocca la persona. Ci sono il giudizio, le paure, e ce ne sono di contorte. I ballerini Down hanno fisicamente una disponibilità e un desiderio di esprimersi enormi, perché forse gli risulta più facile. Il fattore mentale è molto meno potente ma non solo a livello cognitivo, è meno presente e quindi sono più liberi, sono più disponibili, si fanno trasportare subito. Nei ritiri-vacanze che abbiamo vissuto insieme la cosa divertente è che loro non si fermano mai, improvvisano continuamente, loro sono già lì... cosa che in un’altra situazione, dove c’è la “normalità”, non esiste: uno si vergogna, si blocca...

Però l’arte è anche controllo.
Infatti pian piano loro stanno acquisendo questo controllo, però hanno anche questa libertà, io la chiamo un non-filtro del mentale, per cui ti danno tantissimo, sono aperti.

Tu proponi una disciplina?
Io sono molto severa e quando si lavora si lavora tutti assieme. Quest’anno ho fatto un esperimento: loro conducono il riscaldamento. C’era questa idea di far condurre le lezioni ad alcuni di loro verso un gruppo di studenti. Giovanni Brischetta e Chiara Lizzi lo fanno con i bambini della scuola materna.
Ognuno di loro, a turno, guida, dà agli altri le indicazioni. Si riscaldano e lavorano in gruppo, tutti devono seguire la persona che in quel momento danza, anche chi sta seduto a guardare fa parte del lavoro. Chi sta lavorando ha bisogno dell’energia di tutto il gruppo. Si sentono gruppo.

Com’è che entrano ed escono in scena? C’è un ordine? Chi dirige l’entrata?
Lo decido io, ma chi guida le entrate e le uscite sono sempre più spesso loro. Alcuni si ricordano la scaletta meglio di noi, dietro le quinte sono diventati bravissimi.

Arriva sempre il momento in cui l’allenatore di una squadra di calcio deve decidere se far giocare tutti o vincere la partita facendo giocare solo i migliori. Tu cosa scegli?
Faccio giocare tutti. Ma stiamo parlando di una cosa in evoluzione. È chiaro che il punto di vista creativo, il risultato artistico è un mio bisogno, una mia necessità. Però, come poi anche con altri gruppi, sono bene cosciente del lavoro che ci sta in parallelo. Cerco di portare avanti tutte e due. Si vede il risultato nel tempo.
Se manca l’energia cerco di farla saltare fuori. Nella costruzione dello spettacolo dò a tutti la possibilità di esserci ma nell’ultimo spettacolo ho tolto dei pezzi perché ho imparato a dire di no. È
successo che dopo tanto spiegare e stimolare due ragazzine non mi rispondevano. Alla fine ho detto loro: “ Ragazze, o me lo fate come ve lo sto chiedendo o cambio”. E in effetti ho cambiato.
Son convinta anche che per fare un buon lavoro da un punto di vista artistico l’armonia di gruppo sia importante e non si crea con la competizione. Un pochino, sana, però è giusto che ci sia. In questo gruppo non c’è invidia, per fortuna, si aiutano tra loro, sono molto di sostegno l’uno con l’altro. Ciò dipende molto da chi conduce, dipende molto da come fai tu passare le cose. Cerco di portare avanti sia la partecipazione che il risultato artistico, ma non è facile far comprendere alcune scelte per esempio ai genitori o ai miei collaboratori. Quello di parlare con i genitori senza alimentare tensioni è per me un lavoro difficile, non sono quella che accoglie, e infatti in questo mi faccio aiutare da una mia collaboratrice, Sabrina Monaco, che sa farlo meglio di me. Io ho più una visione di trattarli nel lavoro come tutti gli altri

Cosa ne pensi della attuale e molto in voga terapizzazione dell’arte?Non ti pare che sia una sorta di semplificazione e che rimandi a una visione troppo “ottimistica” della realtà?
Io detesto l’art- theraphy, ho anche dei pregiudizi. Penso cioè che l’arte in sé e per sé ha già questo compito di portare a evolverti. Costruirci sopra delle piccole o grandi strutture, mi sembra di racchiudere, di chiudere un canale: l’arte è libertà.

In scena mi sembra che ci siano principalmente tre modalità di ballo: in una c’è un ballerino normodotato che fa da specchio all’altro Down, come a ricordargli i gesti da fare; poi c’è una modalità mista in cui la danza del ballerino Down e quella del normodotato si intrecciano ma ognuna è autonoma; infine alcune volte i Down danzano totalmente da soli.
In questo ultimo gruppo in cui ho lavorato non sono arrivati tutti allo stesso livello. È evidente che chi è arrivato solo l’anno scorso fa più fatica. Poi c’è anche il carattere da tener presente: è importante trovare le sintonie, capire quali sono due energie che si compensano. Se si riesce a far lavorare tutti con tutti è un’occasione di arricchimento, ma per qualcuno alla gestione di una sequenza strutturata non ci siamo ancora arrivati. Altri sono migliorati tantissimo.
Vorrei portare in giro lo spettacolo ma siamo in tanti e siamo costosi. Stiamo progettando di individuare due o tre danzatori Down, se serve, all’occasione, per fare una tournée. Magari non sono tutti disponibili e non è detto che tutti possano entrare.
Vorrei però uscire dal solito giro delle associazioni. Quello che vorrei fare è sì rendere al pubblico un lavoro che c’è dietro, sulla disabilità, ma non solo sul canale della disabilità. C’è un festival delle abilità differenti a Carpi ma ancora non siamo riusciti a entrarci. Vorrei però trovare anche altre situazioni-festival. La mia convinzione è che l’arte dovrebbe essere portata nelle strade. Bisogna riportare la danza al popolo.


Ho chiesto anche a Giovanni Brischetta, un danzatore Down, di parlarci del suo lavoro con Paola Palmi. Ecco cosa ha scritto di getto.

Io Giovanni Brischetta esprimo il mio corpo nella danza e cerco di creare una forma ideale per mettere all’ordine tutta la mia grinta e talento con tanta buona volontà e determinazione e anche energia per poi farla vedere a tutto il pubblico quando comincia lo spettacolo.
Durante le prove sudiamo così tanto perché a forza di lavorare mettiamo tutto il nostro impegno su Paola e grazie a Paola abbiamo imparato ad ascoltarla e mettere in pratica tutte le nostre conoscenze e abitudini di livello didattico visivo e tecnico.
Queste forme di creazioni fanno in modo di vedere il fascino di un uomo che sa danzare e soprattutto sa improvvisare nei pezzi singoli oppure nei pezzi misti.
Se volete sapere nello specifico c’è il vostro coreografo che vi sa rispondere alle vostre domande.
Io sono molto bravo a creare le atmosfere e coreografie e cerco di mettere la volontà così grande nel nostro progetto danza.
Il mio comportamento nella danza sta cercando di fare capire che la buona attenzione è dentro.
La mia anima vuole che io devo improvvisare ancora perché il mio spirito è ancora pronto deciso e determinato per mettere l’ultimo sforzo in me stesso e la cosa più importante è quella di resistere fino in fondo e di guardare dentro al mio cuore in profondità.

Giovanni Brischetta

Per saperne di più: contattare Paola Palmi, cellulare 338/843.63.57
 

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Creatività, Tempo libero