I vari aspetti della violenza quotidiana

01/01/2004 - Renata Piccolo

Il significato della parola “violenza” è “ciò che si fonda sull’uso sistematico della forza fisica e delle armi”; ma anche ciò che “si manifesta o si svolge con impeto furioso, con indomabile forza, con energia incontrollata e distruttrice”.
C’è chi questa irruenza la può solamente subire, chi non ha i mezzi per difendersi: sto parlando della violenza perpetuata nei confronti delle persone disabili. A causa delle loro limitazioni fisiche, ma anche mentali, non vi si possono opporre né tanto meno difendere. In realtà, anche tra le persone con deficit alcune sono violente, per lo più tra coloro che hanno dei deficit mentali – peraltro giustificabili e in parte educabili – ma sicuramente ci sono molte più persone normodotate che, ahimé, infieriscono le loro ire nei confronti delle persone più deboli.
Questa rubrica è dedicata alle donne disabili: purtroppo costoro sono le principali protagoniste di azioni violente. Perché? Perché è più facile? Perché sono donne? Perché, forse, sono più deboli? Perché hanno meno armi di difesa a disposizione? Forse tutte queste domande potrebbero avere una risposta positiva, ma ciò comunque non giustificherebbe assolutamente gli atti violenti esercitati nei loro confronti. Del resto è più facile sfogarsi con le persone più fragili; addirittura, il tutto diventa ancora più facile quando questa violenza non viene neanche compresa, quando non viene identificata come tale. Pensiamo ad esempio alle donne con deficit mentale: un abuso sessuale nei loro confronti può essere interpretato da parte loro addirittura come una “cosa bella” o come una “cosa normale”, nel caso in cui questa venga inflitta costantemente. Costoro, quindi, si ritrovano totalmente prive di difesa personale; per questo tali forme violente, compiute dentro le loro stesse case e purtroppo frequentemente anche all’interno di comunità o centri che ospitano queste persone, restano spesso sconosciute, nascoste e quindi anche non denunciate. Lo stesso destino è spesso riservato anche alle violenze rivolte alle donne con deficit fisico: coloro che non hanno problemi mentali si rendono perfettamente conto di ciò che capita loro, ma possono restare impotenti di fronte a tutto ciò. Questo perché possono non avere contatti esterni, possono essere impossibilitate a cercare aiuti a causa delle loro limitazioni fisiche, oppure “semplicemente” possono non essere in grado di trovare la forza di denunciare tali fatti mostruosi.
Esistono però diverse e infinite forme di violenza: c’è quella più eclatante – abusi sessuali, obbligo alla prostituzione o all’aborto, percosse e molestie – ma esiste anche una violenza più sottile, meno evidente – gli insulti verbali, i maltrattamenti in ambito familiare o da parte delle persone con cui queste donne si trovano a contatto, l’assistenza fisica erogata da parte di persone di sesso opposto, ma anche (e forse è quella più dura da sopportare) la mancata accettazione, e quindi la mancata integrazione, da parte della società (si pensi ad esempio alle difficoltà che può incontrare una donna con deficit nella ricerca di un lavoro). Non è facile, se non addirittura impossibile, valutare quale sia la peggiore: forse però la seconda forma è quella più ipocrita, bieca, anche perché è quella più difficile da considerare come tale e, pertanto, quella più difficile da denunciare. Esistono altresì ulteriori forme di sopruso: dal diritto alla vita irriconosciuto all’attuale esistenza di istituti speciali, dal mancato accesso all’informazione alla mancanza di un’appropriata terminologia nel rivolgersi e nel parlare a donne con disabilità, dall’impossibilità di condurre una vita autodeterminata alla mancata partecipazione alla vita democratica, ai diritti economici e sociali.
Fortunatamente, negli ultimi anni, per aiutare queste persone si sta facendo qualcosa anche a livello istituzionale: si pensi alla Piattaforma d’azione di Pechino, alla Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne, alla Dichiarazione sulla violenza contro le donne, alla Commissione sulla condizione delle donne istituita dall’ONU, alla Raccomandazione generale n. 19 sulla violenza contro le donne, per non pensare ai trattati più “generali” quali la Dichiarazione universale dei diritti umani, la Convenzione internazionale sui diritti economici, sociali e culturali, la Convenzione internazionale sui diritti civili e politici. Pertanto il Governo e la comunità internazionale si impegnano nell’attuare tutta una serie di azioni per combattere e soprattutto prevenire tali fenomeni. Innanzitutto, però, bisogna inquadrare il più possibile tale realtà, raccogliendo il maggior numero di dati; inoltre è necessario impiegare tutte le risorse a disposizione per portare avanti tale lotta. Ovviamente un passo decisivo e, penso, prioritario consiste nel contribuire al cambiamento della mentalità della nostra società: finché le persone disabili verranno viste come soggetti passivi e non attivi, e finché le donne verranno considerate come inferiori al genere maschile, sarà difficile se non impossibile porre termine a tali fenomeni.
Molto deve essere ancora fatto: facilitare la denuncia degli abusi, avere una maggiore sensibilità e preparazione da parte di coloro che circondano nella loro quotidianità tali persone, dare alle donne stesse una maggiore voce in capitolo, cioè permettere loro di avere una parte attiva nelle questioni che le riguardano direttamente, rafforzare la legislazione che disciplina le aggressioni e gli abusi sessuali, prevedendo pene severe per i colpevoli e supporti efficaci da parte del sistema giudiziario per le vittime; inoltre le organizzazioni e associazioni di disabili dovrebbero inserire nei loro programmi il tema della lotta alla violenza; è importante anche la promozione e l’accessibilità da parte di tutti a programmi di prevenzione e informazione.
Il “Progetto di parere”emanato dal Parlamento Europeo all’inizio di quest’anno – la cui relatrice è Uma Aaltonen – tra i suggerimenti volti al combattere i soprusi verso le donne in situazione di deficit, ricorda anche il “mancato riconoscimento dei diritti sessuali e riproduttivi delle donne disabili”: questo, secondo la relatrice, rappresenta una violazione grave dei diritti fondamentali delle donne con deficit e ciò è principalmente causato dalla considerazione delle donne con deficit come esseri asessuati. Inoltre è presente “l’invito agli Stati membri ad adottare energiche misure contro tutte le forme di violenza nei confronti delle donne e delle ragazze disabili”. In questo Progetto vengono anche riportati alcuni dati: l’80% delle donne in situazione di deficit sono state vittime di violenza; il rischio di violenza sessuale è quattro volte superiore rispetto alle altre donne; addirittura viene riportato il fatto che la violenza può essere anche causa della disabilità stessa. Anche in questa sede viene ribadita la necessità di formare adeguatamente avvocati, procuratori, giudici, coloro cioè che dovranno difendere le donne disabili e far loro ottenere giustizia. Per quest’ultimo punto penso debba essere sostanziale l’apporto dato dalle associazioni di persone disabili, ma anche dalle Case delle donne. A tal proposito ricordo l’importanza di costruire Case d’accoglienza per donne con disabilità: queste sinora non sono presenti in Italia, così come in altri Paesi europei, quali la Spagna e la Germania; in casi di violenza alle donne disabili, l’unica soluzione è rappresentata dal ricorso ad altre Case che accolgono donne prive di deficit colpite anch’esse da forme violente; questa soluzione però non è delle migliori a causa della presenza non solo di barriere architettoniche, ma anche culturali e sociali.
I prossimi 22 e 23 novembre a Cosenza si terrà la conferenza europea dal titolo “Essere donne nella disabilità”, organizzata dal DPI Italia (Disabled People International). Lo scopo dell’incontro è quello di riflettere sui fenomeni della violenza familiare nei confronti di persone con deficit e sulla doppia discriminazione che interessa queste donne. Tale convegno nasce all’interno del Progetto ALBA-Programme Daphne che ha promosso un incontro tra donne in situazione di deficit e madri di figli disabili dei diversi Paesi europei per capire se e come si sviluppa la violenza (fisica, psicologica, morale) intrafamiliare. L’obiettivo di tale incontro è quello di avviare percorsi di emancipazione per le persone con deficit.
Ritengo che appuntamenti di questo tipo siano fondamentali per comprendere, circoscrivere e combattere tali fatti raccapriccianti.

Alcuni indirizzi Internet di approfondimento:

www.europarl.eu.int/meetdocs/committees/femm/20040330/509903it.pdf  
Progetto di parere della Commissione per i diritti della donna e le pari opportunità – Parlamento Europeo

www.edscuola.it/archivio/handicap/index.html 
Presentazione del Convegno di Cosenza

www.dpitalia.org/donne/kit5.htm 
Documenti internazionali sul tema della violenza nei confronti di donne disabili

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Sessualità