I Teleaspettatori

01/01/2003 - Massimiliano Rubbi

I sottotitoli per non udenti nelle televisioni europee
Il numero 777 è associato dalla maggioranza degli italiani al Televideo RAI, ed in particolare ai sottotitoli per non udenti. Un servizio che la concessionaria televisiva pubblica fornisce sin dal 1986 a una categoria di spettatori vasta come quella delle persone con difficoltà di udito, quando non totalmente sorde. Con modalità analoghe, ovvero con una pagina di teletext in aggiornamento contemporaneo allo scorrere delle immagini, tutte le televisioni europee consentono a chi è toccato da questo genere di deficit di “guardare la TV”. Se si esclude qualche eccezione, l’Europa sembra più unita che in altri campi: purtroppo, nell’emarginare un gruppo rilevante di propri telespettatori.

Armonizzare, ma non basta
Non esiste alcuna normativa europea riguardo la sottotitolazione di programmi televisivi. Se si pensa che l’accusa più frequente alle istituzioni comunitarie è quella di regolamentare burocraticamente ogni aspetto della nostra vita, fino alla leggendaria “curvatura delle banane”, questa mancanza non può che stupire. Perfino nella decisione del Consiglio Europeo che ha proclamato il 2003 Anno Europeo delle persone con disabilità c’è solo un brevissimo cenno al tema, nell’allegato operativo, che invita a cooperare con i media per rendere accessibili le informazioni sull’Anno stesso, “ad esempio [con] sottotitoli per le persone audiolese”. Non sarebbe però corretto affermare che le istituzioni europee non abbiano mai toccato il problema. Il progetto europeo Voice, in particolare, seppure dedicato allo sviluppo delle applicazioni dei software di riconoscimento vocale in vari ambiti, dalla conversazione alla telefonia, ha finito per costituire il principale momento di analisi e proposta sulla sottotitolazione dei programmi televisivi. Nato nel 1996 entro il Joint Research Centre (JRC) di Ispra (VA) e finanziato da fondi europei nel periodo 1998-2000, Voice ha cercato di sensibilizzare le emittenti televisive europee sul tema, in particolare per quanto riguarda l’armonizzazione dei sottotitoli. L’importanza dell’argomento è emersa a tal punto che esso è divenuto un fulcro dell’attività del JRC negli ultimissimi anni, con effettivi riscontri da parte delle televisioni: dopo un workshop a Siviglia nel giugno 2002, il 20 giugno scorso si è tenuto a Ginevra un “seminario sui sottotitoli” presso l’European Broadcasting Union (EBU), l’associazione che riunisce le principali emittenti televisive europee. L’armonizzazione è un aspetto rilevante, in un’Europa dove le pagine di teletext per non udenti variano dal 777 (Italia e Francia) all’888 (Spagna, Olanda, Regno Unito) al 150 (Germania), o in cui il simbolo visivo per indicare che il programma è sottotitolato, quando c’è, è diverso da Paese a Paese. Standard condivisi potrebbero consentire alle produzioni europee di essere dotate in partenza di sottotitoli in più lingue, sfruttabili anche simultaneamente al momento della trasmissione, fornendo a tutti un notevole contributo all’apprendimento delle lingue stesse. Occorre tener presente che negli USA, a tutt’oggi il grande fornitore di fiction per le TV europee, lo standard per i sottotitoli e per la loro incapsulazione nelle trasmissioni è sensibilmente diverso (non via teletext, ma con la cosiddetta “Linea 21” ricevuta direttamente dai televisori), ma parametri continentali comuni porterebbero indubbi vantaggi. Va dato atto in particolare a Giuliano Pirelli, coordinatore di Voice e ricercatore presso il JRC di Ispra, di insistere da anni, presso direzioni televisive spesso sfuggenti, per un più serio coordinamento e una maggiore attenzione alle esigenze dei sordi. Tuttavia, nell’attuale contesto la mancata armonizzazione rischia di essere il “male minore”, dal momento che i programmi dotati di sottotitoli sono una ristretta minoranza delle decine di migliaia di ore trasmesse ogni anno dalle televisioni d’Europa.

Una persistente “disattenzione”
Stando ai dati forniti dal Deaf Broadcasting Council britannico, da fonte EBU, nel 2000 la percentuale di trasmissioni sottotitolate (da emittenti pubbliche) si aggirava in quasi tutti i Paesi europei tra il 15 e il 20%. Una più recente inchiesta della ÖGLB, l’Associazione nazionale dei sordi austriaci, condotta consultando le organizzazioni omologhe in 16 nazioni europee, indica nel maggio 2003 percentuali non dissimili. Va detto che in alcuni casi si riscontrano sensibili passi avanti: le reti di servizio pubblico francesi dichiarano incrementi annuali del 6,5% sul totale dei programmi nella sottotitolazione, e la ARD, il primo canale pubblico tedesco (nonché l’unica emittente ad avere risposto al nostro mini-sondaggio via mail), pur senza andare oltre il 10%, ha quasi raddoppiato le ore di sottotitoli negli ultimi 3 anni. Nel complesso, tuttavia, un po’ poco, come se si fosse costretti a disattivare l’audio TV per 4 ore su 5 – il che è tanto più grave se si concorda con Michel Chion sull’idea di televisione come “immagine in più”, ovvero come medium basato sul flusso delle parole e dei suoni, cui l’immagine si limita ad aggiungersi per “dare colore”.
La situazione tende ad essere leggermente migliore nei Paesi in cui l’abitudine al sottotitolo è più radicata, e peggiore laddove esiste la cultura del doppiaggio (soprattutto Italia e Germania). Nelle nazioni in cui i programmi esteri sono sottotitolati e non doppiati, comunque, chi ha difficoltà di udito può giovarsene, anche se ciò non garantisce un reale accesso: elementi fondamentali come il “chi parla” e i rumori d’ambiente, per chi non riesce a sentire i suoni della versione originale, devono essere evidenziati con colori diversi o con sottotitoli aggiuntivi. Questa “disattenzione” da parte delle emittenti televisive verso alcuni loro utenti raggiunge il culmine quando si tratta di programmi dal vivo. Qui subentrano indubbie difficoltà tecniche, perché rendere accessibile una trasmissione in diretta richiede uno staff di stenotipisti che riversino i suoni in lettere, e si tende comunque a pre-sottotitolare tutto il possibile per limitare gli errori e le necessarie sintesi del parlato (nei TG, ad esempio, si preferisce pre-sottotitolare i servizi nei pochissimi minuti precedenti la messa in onda). Proprio per questo il progetto Voice intendeva sviluppare software di riconoscimento vocale capaci di effettuare queste operazioni in automatico; sul parlato comune non si è purtroppo ancora giunti a livelli di buona qualità. Il risultato è che solo pochissimi programmi in diretta, in genere telegiornali, vengono dotati di sottotitoli prodotti da stenotipisti, e che le didascalie da riconoscimento vocale sono ad uno stato poco più che sperimentale. Sembra comunque assodato che programmi in cui il parlato non sia frenetico né sovrapposto, come quelli di divulgazione scientifica, siano tecnicamente sottotitolabili in automatico, a patto che lo speaker riceva una formazione di dizione specifica (Voice ha riscontrato ottimi risultati nel contesto di conferenza). E in ogni caso, resta da stabilire se sia peggio per un non udente un sottotitolo sintetico o errato, piuttosto che nessun sottotitolo. In un quadro così desolante, per fortuna, ci sono anche luci. Ad esempio, le reti pubbliche olandesi consentono, tra sottotitoli dedicati e generali, la fruizione del 65% circa delle proprie trasmissioni (ma nell’attiguo Belgio le associazioni di non udenti sono recentemente insorte per la cancellazione da parte dell’emittente francofona pubblica RTBF di un programma da loro realizzato). Le vere punte di eccellenza si raggiungono però in Gran Bretagna: da nessun’altra parte in Europa troverete l’80% dei programmi sottotitolati, nella BBC come nelle reti private, con l’obiettivo di coprire la totalità nei prossimi anni. Merito della lingua inglese, che essendo più semplice e più “breve” di molte altre agevola gli stenotipisti; merito degli stenotipisti stessi, generalmente riconosciuti come i migliori d’Europa; merito della legge, che sin dal 1990 vincola ad obiettivi precisi e di alto livello tutte le emittenti britanniche (in analogia a quanto avviene negli altri grandi Stati anglofoni, USA, Canada e Australia). La differenza con il resto d’Europa è netta, come dimostra il curioso caso dell’Irlanda. La rete nazionale irlandese RTE ha infatti deciso di concentrare la sottotitolazione sull’orario di punta (tra le 18 e le 23), raggiungendo un’accessibilità di oltre il 70%, ma ha di conseguenza trascurato le altre fasce orarie. L’esito, afferma l’Irish Deaf Society nell’indagine austriaca prima citata, è che “la popolazione sorda qui è a volte più informata sulla politica britannica che su quella irlandese”.

Da concessione sociale a elemento tecnico
Diverse associazioni di persone con deficit uditivo insistono per una maggiore diffusione della lingua dei segni nel palinsesto televisivo. Questo genere di programmi è oggi di limitatissima diffusione in tutta Europa (perfino nel “paradiso inglese”, solo 2 ore alla settimana), ma anche sul piano astratto ha valenza ghettizzante di trasmissione per sordi. Inoltre, solo la parte più “integrata” della comunità può fruirne – ad esempio, difficilmente chi ha difficoltà uditive legate all’invecchiamento potrà capirci granché (per tacer del fatto che, data la natura nazionale e specialistica delle lingue dei segni, l’armonizzazione europea salta quasi del tutto). Si tratta dunque di programmi utili entro un “palinsesto sociale”, ma che non risolvono il problema di garantire la fruizione televisiva in sé a chi ha difficoltà di udito.
L’accessibilità dei programmi televisivi ai sordi è stata finora considerata in termini per l’appunto “sociali”, e quindi demandata ai contratti di servizio pubblico dell’emittente un po’ in tutta Europa. Con i risultati che abbiamo visto, e con il non piccolo inconveniente di lasciare l’accessibilità delle emittenti private al loro buon cuore. Del resto, imporre per legge livelli di sottotitolazione irraggiungibili non risolverebbe molto. Ecco perché mi pare determinante iniziare a considerare i sottotitoli un aspetto non più sociale, ma tecnico delle trasmissioni, al pari delle luci di scena o dei testi dell’intervista all’ospite internazionale. In altri termini, non più un’aggiunta al programma già confezionato, la cui responsabilità si scarica sulle spalle (deboli, in termini di budget) delle “anime pie” del Segretariato Sociale o suo omologo; un elemento costitutivo del programma stesso, invece, cui un direttore di produzione può anche rinunciare, ma per una propria scelta precisa e consapevole del fatto che in questo modo abdica a una fetta non irrilevante di pubblico. Solo così, a mio avviso, si potrà eliminare quel minimalismo che fa brillare per filantropia l’emittente che riesce a sottotitolare un telegiornale al giorno, senza porsi il problema di tutti quelli rimanenti e inaccessibili. Inoltre, in questo modo si supera la contrapposizione tra televisioni pubbliche e private, dal momento che rinunciare a priori a una quota di contatti pubblicitari è ben più grave, nella prospettiva di qualsiasi emittente, che escludere una “fascia debole”. E per chi volesse iniziare a fare calcoli, si stima che le persone con difficoltà uditive nella UE siano circa 59 milioni, destinati a salire a 90 entro il 2015, con quote di maggioranza assoluta tra le fasce più anziane. Una massa decisamente rilevante, che finora è stata di “teleaspettatori”, uomini e donne in attesa che ci si accorgesse che guardare la TV senza capire cosa si dice spesso non dà un gran gusto. E che potrebbero divenire telespettatori se solo ci si rendesse conto di quanta audience viene sprecata, a costi infinitesimali rispetto a quelli di realizzazione o di acquisto di una trasmissione, soltanto perché la “variabile sottotitoli” non viene considerata dentro quella trasmissione, ma come costo esterno o di struttura. Speriamo che la Bella Addormentata dell’Emittenza si svegli presto…