I mostri siamo noi

01/01/2002 - Stefano Gorla

Non è un caso se la dylandoghiana parafrasi a fumetti del famosissimo Terzo Stato di Pelizza da Volpedo mette sulla tavola un esercito di mostri, deformi e reietti che marcia verso un’ipotetica liberazione dalle convenzioni sociali e dall’estetica comune. Perché il confronto con la diversità, congenita o procurata non fa differenza, è davvero uno dei temi portanti per il personaggio ideato da Tiziano Sclavi ormai assurto al ruolo di icona e non solo giovanile.
Esseri dalla figura repellente, ritardati, deformi, poveri uomini infelici, indifesi e soli: l'universo dylandoghiano è popolato da rifiuti della società spesso così reali da farci dimenticare che ci troviamo sulle pagine di un fumetto. In fondo, cos’ha di tanto strano un mostro che ritorna per raccontare a Dylan la tristezza e lo squallore di un’esistenza da creatura braccata? E che dire di Gnaghi, di Charlie, dei pazienti di Harlech e di tutte le altre creature reiette dal giudizio comune, che di fronte all'Investigatore dell'Incubo sono semplicemente uomini? Come hanno ben sintetizzato Mantegazza e Salvarani, "davanti alla mostruosa deformità del corpo o alla incapibile mostruosità dello spirito, la risposta è sempre la stessa: una profonda, estrema, pietas"1.
D’altra parte l’autore non ha mai fatto mistero di essere attratto, anche a causa di vicende personali, dal tema della diversità. “I personaggi che popolano le mie storie non sono persone “normali” ma devianti, “mostri” – ha scritto Sclavi in uno dei rari interventi sul tema – Il professore paralizzato di Phenomena dice: “So che cosa significa essere diverso”. Anch’io mi sono sempre sentito diverso in tutta la mia vita. Capisco che cosa vuol dire vivere nella società senza essere come tutti gli altri. Una parte di noi ha pena per la mostruosità, e una parte di noi capisce che il mostro potremmo essere noi”2.
Questa sensibilità è tradotta di peso nell’intera vicenda editoriale dell’Investigatore dell’Incubo, lui stesso un incompreso nonostante il bel faccino alla Rupert Everett, per via di quel mestiere mezzo ghostbuster mezzo Philip Marlowe dell’impossibile nell’ordine della quotidianità. I mostri gli danno da vivere e da qualsiasi angolazione li inquadri, a Dylan i mostri piacciono. Li conosce bene, ne incontra tanti, e nello spazio bianco che separa una vignetta dall’altra offre al lettore, anche al più sprovveduto e indifferente alla visione sclaviana del mondo, la possibilità di guardarli bene in faccia. E interrogarsi. Perché non sono solo streghe e zombi a riempire di incubi la città, ma sempre più spesso è l’orrore che si annida nelle pieghe della “normalità”. D’altra parte non ha detto più volte Sclavi “i mostri siamo noi”?
Basta leggere il serrato dialogo finale de “Il ritorno del mostro”3 per averne conferma. "Insieme avevano fatto una cosa orribile, dieci anni fa…e tu li chiami gente?" domanda Damien, riferendosi alla scia di "cattivi" che ha ucciso. La risposta di Dylan è secca. "Sì". "E io? Anch'io sono 'gente' per te?" prosegue Damien. "Sì" replica deciso l'Investigatore dell'Incubo.
Il manifesto del sentimento dylanoghiano nei confronti dell'altro è però "Johnny Freak". Rileggendo questa storia anche i più duri non possono non provare un tuffo al cuore e ricevere una frustata ai pensieri. Debole e indifeso, con i suoi grandi occhioni spalancati, Johnny Freak è la vittima deturpata da interventi chirurgici abominevoli voluti dai suoi stessi genitori alla ricerca di "pezzi di ricambio" per il figlio "normale". Rifiutato dalla stessa carne che lo ha generato, costretto ai margini della vita, Johnny Freak troverà in Dylan Dog più che un interlocutore, un uomo disposto a non piegarsi alla convenzione di una società che si vorrebbe sempre perfetta. Nasce così una relazione tra pari che porta alla conclusiva scelta d'amore di Johnny, un atto d'amore capace di superare anche l'umano ma inutile desiderio di vendetta, peraltro nascosto tra le pieghe del cuore dell'Investigatore di Craven Road.
Ancora più cruda è la vicenda di Ghor, il bambino nato deforme e rinchiuso in cantina dai genitori. E' lo stesso Tiziano Sclavi a descrivercelo. "Faccia deforme, più ancora del Quasimodo di Charles Laughton, occhio che scende, pochi ciuffi di capelli, bocca storta, denti animaleschi, storti e disposti su più file (come quelli dei coccodrilli, per intenderci)"5. Un corpo straziato e straziante, una "colpa" che i genitori gli fanno scontare trattandolo come un animale, rinchiuso nella cantina di casa, dove "il cibo gli viene portato in ciotole, appunto, da cani"6. Il disegno essenziale di Attilio Micheluzzi e la sceneggiatura cruda e tenebrosa di Sclavi, conferiscono alla storia un tono altamente drammatico. Pugnalato a morte, il piccolo Ghor si allontana dalla sua prigione, per finire in un salone dove si sta svolgendo una festa in maschera. Tra gobbi di Notre-Dame, The Elephant man deturpati, l'esserino informe si sente a suo agio. "Ghor… more (…). Ma Ghor è… Felisce, adescio… Ghor ha trovato… Tanti amisci… Come lui Sciolo che… Alora… Sce Ghor è Normale… Mama… papà… Oh, prego… No, fate loro… Sofrire… No ditegli… Che loro è Mostri". Una finale strappalacrime senza per questo essere retorico. Non è lo stesso Sclavi ad aver affermato in più d'una occasione che "io non sono né Dylan Dog né Groucho. Io sono i mostri"? Che la frase di Sclavi non sia una boutade ma nasconda un manifesto vero e proprio, è idea rafforzata da alcune constatazioni sui romanzi sclaviani, a partire da Dellamorte Dellamore e Mostri. Nel primo volume, il pard di Rupert Evert/Francesco Dellamorte è Gnaghi, che Sclavi definisce "un minorato fisico e psichico, età indefinibile, espressione ebete e segni particolari: tutti". E che dire di Mostri (edito nel 1985 da Camunia), in cui si incontra una comunità di pazienti che sembrano direttamente usciti dal film Freaks? Per i duri di cuore (e di mente), a chiarire una volta per tutte il discorso c'è l'albo "Frankenstein!"7. Il protagonista, anche in questo caso, è una creatura deforme, malata, curata solo con scariche di elettroshock. Il finale in crescendo dell'albo, ce lo rivela figlio ventenne di Corinne, concepito da uno stupro a cui la donna era stata condannata. Frank, il ragazzo, è un terribile assassino, del quale la madre dirà a conclusione dell'avventura: "Era intelligente, una specie di genio. A due anni sapeva già leggere… E poi aveva il potere… Lo usava per far sbocciare i fiori, e regalarmeli… O per parlarmi senza aprire bocca. Già, questo era il 'mostro'. Lui, non la gente 'normale' che dichiara guerra… Non i medici che lasciano morire un poveraccio; perché non ha i soldi per pagarsi un letto… Non tutti quelli che sono mostri dentro… No, era il mio Frank il mostro. E la cosa più tremenda è che capiva di essere… che sapeva di essere anormale"8. Un monologo che meglio di tanti discorsi rivela l'esatta Weltanschaung di Dylan e dei suoi autori: i mostri siamo noi". Se non è del tutto vero - come invece afferma in un suo saggio Stefano Piani9 - che "I freak e i diversi nelle storie di Sclavi, anche i più ribelli e i deformi, sono sempre delle vittime", è però evidente che per l'autore la mostruosità è una condizione più mentale che fisica.10
Questa inclinazione a popolare Dylan Dog di "mostri", ha condotto l'Investigatore dell'Incubo a diventare portavoce di numerosi problemi della società, il fumetto più ricercato in qualità di testimonial in operazioni di promozione culturale, sociale e civile sparse lungo lo Stivale11. Insieme a Zagor, DD ha partecipato a "Due amici per i disabili", con il cui ricavato è stato finanziata una comunità alloggio per ragazzi insufficienti mentali. "Un impegno civile al quale abbiamo partecipato con entusiasmo - il commento di Sergio Bonelli dalle colone di una pagina della Posta - Mi fa piacere pensare che, grazie, al successo che riscuotono i nostri personaggi, possiamo far qualcosa per sensibilizzare un vasto pubblico, specie di giovani, a problematiche sociali di cui ci si dimentica troppo spesso", riferendosi alla collaborazione sancita con l'Anfass (Associazione nazionale famiglie fanciulli e adulti subnormali). Con lo stesso spirito Sergio Bonelli ha consentito la realizzazione del film Dylan Dog e la donna che visse due volte”, cortometraggio amatoriale interpretato da diciotto ragazzi disabili, ospiti dell'Istituto Educativo Assistenziale "S. Giuseppe" di Castelverde (Cremona). Il progetto è frutto di un grande lavoro di gruppo che ha coinvolto ragazzi, educatori e volontari. Il film prende lo spunto dalle avventure dell'Indagatore dell'Incubo (rivedute, corrette e traslocate dalla capitale inglese alla campagna cremonese) e racconta dell'eterna lotta tra il bene e il male, lasciando ampi spazio alle citazioni che vanno da Manzoni a Hitchcook, dai telefilm anni '70 a X-Festival. Prima di approdare a Rimini, il film ha partecipato alla rassegna nazionale "Festival del Cinema Nuovo", aggiudicandosi il premio per la miglior sceneggiatura e la menzione speciale della giuria per il miglior attore, Angelo Pezzotta nella parte di Dylan Dog. Attualmente è in lavorazione una seconda pellicola interpreta dallo stesso gruppo di ragazzi.


1. Il quarto paragrafo del terzo capitolo, dal titolo "Amici mostri: il tema dell'Altro", è quello più importante per le tematiche prese in esame in questo volume. In R. Mantegazza - B. Salvarani, Se una notte d'inverno un indagatore… Istruzioni per l'uso di Dylan Dog, Edizioni Unicopli, Milano 1995, pp. 50-54.
2. T. Sclavi in M. Masiero, Raccontare Dylan Dog, Alessandro Distributore, Bologna 1990, pg. 52.
3. Sclavi-Piccatto, “Il ritorno del mostro”, Dylan Dog n. 8, Sergio Bonelli Editore, maggio 1987.
4. Sclavi e Marcheselli-Venturi, “Johnny Freak”, Dylan Dog n. 81, Sergio Bonelli Editore, giugno 1993.
5. T. Sclavi, in M. Masiero, Raccontare Dylan Dog, Alessandro Distribuzioni, Bolognsa 1990, pg. 52.
6. Ibidem.
7. Chiaverotti-Freghieri, "Frankestein!", Dylan Dog n. 60, pg. 93, Sergio Bonelli Editore, settembre 1991.
8. Ibidem.
9. S. Piani, "Sotto il letto di Susanna. Orrore e paura in Dylan Dog", in Dylan Dog. Indocili sentimenti, arcane paure, a cura di A. Ostini, Euresis Edizioni, Milano 1998, pg. 53.
10. "Una parte di noi ha pena per la mostruosità, e una parte di noi capisce che il mostro potremmo essere noi". T. Sclavi, in M. Masiero, Raccontare Dylan Dog, cit, pg. 52.
11. Per approfondire queste tematiche si veda il mio "Testimonial sì, ma non da incubo", in Dylan Dog ultimo romantico, Cartoon Club, Rimini 1999, pp. 24-25.

Parole chiave:
Creatività, Cultura