I linguaggi della Psichiatria

01/01/1998 - Ferruccio Giacanelli (*)

Spetta all'operatore della psichiatria ricominciare ad avvicinarsi al paziente e agli “altri” per comunicare, trovando alleanze, canali e linguaggi appropriati e semplificando il suo gergo senza per questo banalizzare i problemi. I rischi del ”nuovo scientismo” della psichiatria

Parlare di informazione e disagio mentale mi porta a riprendere alcuniproblemi ai quali ci eravamo già accostati con il libro Le parole dellapsichiatria, concepito come strumento offerto al cittadino comune percomprendere il linguaggio degli psichiatri e tentare di smontarne I meccanismi.1
Se la comunicazione sociale è importante in tutte le aree disciplinariattinenti la tutela e la promozione della salute - basti pensare ad campo dellasessualità e delle malattie che vi possono essere connesse, o al campo dellemalattie tumorali - essa acquista una particolare, specifica importanza nelcampo delle malattie o dei disturbi mentali. Proprio in questo campo ilcittadino appare particolarmente vulnerabile rispetto al tipo di comunicazionelinguistica che può stabilirsi da parte dei detentori del sapere specialistico,e quest'ultimo può essere utilizzato - cioè "comunicato" - in modiatti a rafforzare dislivelli di potere e, talora, a favorire procedimenti diesclusione. Porre attenzione al linguaggi della psichiatria e cercare di "fìltrarli"criticamente è sempre estremamente istruttivo: permette di comprendernel'evoluzione (che non è necessariamente indice di un vero "progresso"della psichiatria stessa) e svelarne gli effetti su tutti coloro - il cittadinosofferente, i suoi familiari, la massa indeterminata che si è soliti chiamare"opinione pubblica" - che ne fruiscono. La psichiatria è unadisciplina abbastanza recente: ancora nell'ultimo trentennio del secolo scorsonon comunicava con un suo linguaggio specialistico, se non per quei termini,come "delirio", "allucinazione", "mania","ipocondria" ecc. che hanno un'origine antichissima. Per il resto illinguaggio adoperato per definire i malati mentali, descriverne ilcomportamento, deciderne il destino nel manicomio o nei tribunali, era ancoraquello della gente comune: parole che oggi sarebbero considerate offensive odenigratorie, come "pazzo", "matto", "deficiente","stupido", "imbecille", "furibondo" o"furioso" e molte altre ancora, erano normalmente in uso nellapsichiatria.

Il linguaggio specialistico del XX° secolo

Inoltrandosi nel XX secolo e inseguendo l'ideale scientificità che avrebbedovuto identificarla con le altre discipline mediche, la psichiatria si èforgiata un linguaggio specialistico, sempre più ritraendosi dallo scenariodella quotidianità e rinserrandosi, con i suoi internati, entro i manicomi.Poco importa che molte parole del gergo psichiatrico siano solo forme nuove edeleganti, spesso derivate dal greco antico, per dire vecchie cose:"frenastenico" non vuoi dir altro che "debole di mente", e"oligofrenico" significa, semplicemente, "corto dicervello". Ma il gergo difficile non solo dà l'impressione di trasmettereimportanti verità scientifiche: in molti casi serve anche - e gli esempisarebbero numerosi - a occultare la mancanza di certezze o di conoscenze precisedella psichiatria. Come nella medicina generale, del resto: si dice comunemente"febbre criptogenetica" per indicare una febbre di cui non conosciamola causa. Certo è che il farsi "scientifica" della psichiatria del XXsecolo, con il suo lessico specialistico e burocratico insieme, comporta unarottura completa del rapporto con i cittadini, e rende più rigida l'esclusionedel malato mentale dietro il muro dell'incomprensibilità.

La comunicazione sociale e diffusa degli anni '60

Il periodo intenso della critica e della "rottura internazionale"che si avviò concretamente a partire dalla metà degli anni 60 significò anchela rottura delle barriere frapposte alla comunicazione fra i protagonisti deldramma manicomiale e il mondo esterno. Per la prima volta, forse, si realizzòuna comunicazione sociale diffusa alla quale contribuirono in misura decisival'azione dei mezzi di massa, soprattutto della stampa quotidiana, e lapartecipazione, a fianco degli operatori della psichiatria, di non-professionaliquali sindacalisti, gruppi di frequentatori volontari, intellettuali,amministratori illuminati. Proprio questo diffondersi della comunicazione sulleragioni della lotta antimanicomiale, a mio avviso, sostenne e rese possibile ilprocesso che portò all'emanazione della legge "180".
Oggi il panorama è nuovamente cambiato, per diversi aspetti. Venuta meno lapartecipazione diffusa alla vita dei servizi sanitari, che è alimentata ormaisolo dai gruppi dei familiari e quelli di auto-aiuto, il mondo specialisticodella psichiatria si è allontanato da quello dei cittadini comuni: non è piùracchiuso nel manicomio, ma nell'universo non meno inaccessibile del "nuovoscientismo" della psichiatria, sempre più legata al modelli concettualidella medicina interna e al linguaggio affascinante ma incomprensibile ai più,della biochimica e delle neuroscienze. E' più difficile la comunicazionesociale intesa come esperienza di scambio e partecipazione. ed è aumentata laricezione passiva delle informazioni veicolate, con semplicità e ingannevoleautorevolezza, dai mezzi di massa come, soprattutto, la televisione. Il malatopsichico, temo, é oggi ancor più drammaticamente solo perché incompreso è ilsenso della sua sofferenza: se veramente nella follia tutto accade per erroribiochimici curabili con psicofarmaci, che bisogno ha lo psichiatria di cercare,con pena e fatica, di comprendere i pensieri, le fantasie, le angosce, leapparenti bizzarrie del malato? Ma se non riesce a comprenderlo, come puòaccompagnare il paziente, nei momenti difficili della sua esistenza, e alcontempo essere al fianco dei familiari e dei protagonisti del suo ambiente persostenerli e facilitare la comunicazione con il mondo apparentementeimpenetrabile del malato?
Certamente la situazione attuale dei servizi psichiatrici pone a tutti una nuovasfida e richiama nuove responsabilità. Schematicamente credo di poter dire chespetta all'operatore della psichiatria ricominciare ad avvicinarsi al paziente eagli "altri" per comunicare, trovando alleanze, canali e linguaggiappropriati e semplificando il suo gergo senza per questo banalizzare iproblemi. Pensiamo solo alle difficoltà che solleva l'applicazione rigorosa edeticamente ineccepibile del consenso informato. I mezzi di comunicazione dimassa, a loro volta, dovrebbero rinunciare a drammatizzare i problemi dellapsichiatria e a ridurre questioni straordinariamente complesse a poche formulesemplicistiche, per favorire invece una divulgazione positiva che gradualmentefaccia crescere i livelli
di consapevolezza e di capacità critica. Infine, é di tutti il dovere diconsentire al cittadino di uscire, anche in questo settore cruciale, dal suoeterno stato di minorità per appropriarsi attivamente, e contribuire a gestire,i problemi della salute mentale.

(1) F. Giacanelli e E. Giacanelli Boriosi. Le parole della psichiatria. Ilcittadino e la salute mentale dopo la riforma sanitaria, Bologna, Zanichellied., 1982.

(*) Psichiatra

Parole chiave:
Comunicazione, Salute Mentale