I gradini delle scuole italiane - Superabile, settembre 2008

26/03/2010 - Claudio Imprudente

I gradini delle scuole italiane cominciano ad affollarsi dopo le vacanze estive. Qualcuno si affaccia per la prima volta in una classe, di qualsiasi ordine e grado: chi di anni ne ha tre, sei, undici…incomincia un’avventura, o si appresta a proseguire quella intrapresa qualche anno prima, ricca di obiettivi, impegni, gioie, delusioni. E fatiche.
Per gli insegnanti, oltre a quelle, a loro note, legate all’attività di docenza, se ne aggiungono altre relative alle loro sorti professionali.
Non so se avete notato con quanta regolarità, da tanti anni a questa parte, si prospettino e si pratichino tagli ai finanziamenti pubblici alla scuola. I segnali e gli atti più recenti fanno immaginare una futuro ancora meno sopportabile.
Se fino a poco tempo fa non riuscivo a dare una risposta certa a questa domanda “ma la scuola è fondata sulla pedagogia o sull’economia?”, pur ritenendo che, tutto sommato, la prima continuasse a mantenere un peso preponderante, ora le idee mi si sono fatte più chiare. Purtroppo. Chi decide della scuola pubblica segue una pedagogia scritta evidentemente dal Ministero dell’Economia. E a senso unico.
Mi vengono i brividi solo a pensarci. Credo davvero che sia una non-logica quella che si cela dietro a decisioni simili: la scuola è il luogo di formazione, socializzazione e inclusione più importante e dovrebbe essere la destinataria di risorse aggiuntive e via via crescenti. E invece? Via centomila docenti, via il tempo pieno, via le insegnanti di sostegno e, per finire…via i disabili?
Si fa notare spesso, riferendosi al rapporto insegnanti-allievi, che in Italia è il più basso d’Europa (tutt’altro che un demerito, a mio avviso), e che i docenti di sostegno sarebbero quasi “colpevoli” di abbassarlo ancor di più. Ma se si usa la lente economica, troppe sono le cose che sfuggono alla nostra vista. Non ci si rende conto che tutti gli insegnanti, non solo quelli di sostegno, realizzano quotidianamente un progetto di integrazione dei disabili (e dei non disabili) che non ha uguali nel mondo e del quale, come cittadini italiani, possiamo davvero essere orgogliosi? E che un vero lavoro sull’integrazione scolastica, sociale, pedagogica e sulla cultura della diversità e della disabilità vale molto di più di cento corsi di nuova “educazione civica”? Peraltro, è cosa ormai nota che la qualità e il buon funzionamento della scuola dipendono anche da buone pratiche di integrazione, a livello didattico e di “formazione alla vita” di tutti gli studenti. E che, quindi, puntare sull’integrazione è necessario anche da un punto di vista strettamente funzionale.
Ma allora: la disabilità è un peso economico o una opportunità pedagogica? Dipende tutto, ripeto, dalle lenti che decidiamo di vestire. Lenti da vestire e soldi da investire. So bene che il discorso sulla disabilità è prima di tutto un discorso culturale, di immaginario e di rappresentazione e su questo lavoro da anni: ma non si può ignorare che certe possibilità pedagogiche e culturali possono darsi solo a fronte di risorse economiche appropriate.
Sarebbe bello se si riuscisse a tornare in piazza con i numeri delle manifestazioni degli anni settanta e ottanta. Sono convinto che, anche grazie al lavoro svolto dalla scuola pubblica in questi decenni, si vedrebbero tantissime carrozzine.

Sentivo di dover prendere una posizione netta su questo argomento di stringente attualità. Ma non rinuncio ai pareri altrui: secondo voi, allora, per guardare alla scuola, dobbiamo vestire lenti pedagogiche o lenti economiche? Rispondetemi, come sempre, a claudio@accaparlante.it.
Claudio Imprudente