I come invalido

01/01/1990 - Cesare Padovani

Perché' un vocabolario che raccolga le voci sull'emarginazione?
Penso che questo possa avere, come giudizio immediato, due utilità:
A) quella di far riflettere sul peso che una parola-chiave (come per esempio
Handicap) può avere sia per chi la pronuncia in quanto soggetto compartecipe al
Diritti del sociale, sia per chi la pronuncia in quanto delegato di un apparato
sociale
B) quella di entrare nei meccanismi dei controlli dell'informazione che,
Attraverso precisi codici, riescono a controllare l'opinione pubblica allo scopo
Di ottenere consensi; e tutto questo con un abilissimo equilibrio che riesce a non procurar crisi
Ai committenti, cioè ai
centri di potere.


Per portare un esempio, uno dei tanti, la definizione portatore di handicap puòsembrare innocente, addirittura rispettosa nei confronti di soggetti colpiti onel fisico o nella mente o in entrambi. In effetti quando un'istituzione inventauna nuova definizione, per denominare una figura verso cui una certa opinionepubblica cambia atteggiamento, intende con questo modificare l'ordine dellespecificità per riassestare un nuovo equilibrio e così tirare avanti senzasconvolgimenti. Come il Ministro della Guerra si è trasformato in Ministrodella Difesa (molto più adatto alle garanzie del pacifismo), così il vocabolosvantaggiato, quale calco sul termine inglese handicap (ibrido incrocio traregole ippiche e sociometria americana), è stato vìa via rimpiazzato daportatore d'handicap, con i relativi vantaggi: eufemisticamente per chi lo'porta' fa comodo in quanto è convinto (grazie ad Aristotele) che il suosvantaggio sia un 'accidente' provvisorio e non una 'sostanza' che
convive con la propria personalità, la propria visione del mondo, e chepertanto egli può 'depositarlo' tutte le volte che 'ce la fa'; ma diventarealmente comodo per chi lo definisce, non solo perché sa che la formula èconvincente per il soggetto 'portatore'(che appunto per questo si convince diportare e deporre il suo handicap con disinvoltura) ma soprattutto perché puòstabilire -secondo i parametri di quel sistemadi poteri egemoni che difende-quando e quante volte e in che misura il soggetto portatore di handicap deponeil suo fardello, se ne libera, corre come gli altri, pensa come gli altri, siriscatta, come nella favola di Collodi per correre tra le braccia di Geppetto,finalmente normale...
Dunque perché questo vocabolario dì riflessione? Come prospettiva a lungotermine non prevedo certo che possa diventare uno strumento di capovolgimentodei rapporti di potere; né si ha la pretesa di porre in crisi un sistema;casomai la sua efficacia più prossima potrebbe verificarsi in una maggiorattenzione (e quindi maggior consapevolezza) con cui ci si definisce rispetto ase stessi, all'altro, rispetto alle Istituzioni, rispetto ai centri di potere. Equesto non è poco. Inoltre potrebbe avere effetti anche sul modo con cui leIstituzioni definiscono l'utente, il cittadino, l'emarginato. Il che potrebbeinfluire sull'informazione, sui comportamenti, sulla crescita di una maggiorecoscienza critica, sulla consapevolezza che di fronte si ha una personaconsapevole e non un essere puramente biologico da zittire, sul modo diascoltare e di rapportarsi, sul modo di informare l'opinione pubblica. E questonon è poco. Anche perché, per dirla con Abramo Lincoln, nessuno puòimbrogliare tutti per sempre... 



QUANDO IL VECCHIO DIVENTA ANZIANO 

"Ogni ritratto dipinto con passione è il ritratto dell'artista, nondel modello. Il modello non è che il pretesto, l'occasione." (OscarWilde, II ritratto di Dorian Gray) 1
Se è vero che quando una lingua cambia la propria struttura è sintomo che nella società stanno pure cambiando irapporti con le varie organizzazioni del potere (Gramsci, Rossi-Landi), èaltresì vero che le ascelle entro cui infilare il termometro sono i vocaboliche definiscono le Istituzioni (Benveniste), come può essere Diritto, Governo,Democrazia, Famiglia, Assistenza.ecc. Certo che una delle ascelle (o bocche)più sensibili alle temperature sociopoli-tìche è quella che riguardal'individuo ( o gruppi di individui) fuori dalle organizzazioni dei poteri; eper 'potere', negli attuali sistemi sociali, s'intende competenze egemoni (comepuò essere l'informazione) e quindi meccanismi assai fontani e assai piùcomplessi rispetto ai vecchi concetti di classe (Max Weber, Karl Popper).
Le organizzazioni quindi di queste forme di poteri egemoni (tecnologici,polizieschi, burocratici, partitici, economici e religiosi, nonché centri dipotere sul controllo dell'informazione, mass-media, e le rispettive sedi diautoproduzione o amplificazione involontaria, come può essere la famiglia...)trovano nuove opportunità o adottano nuove strategìe per il consenso quandocambiano vocabolo per definire ufficialmente un individuo o una categoria fuorida quel loro sistema, sia con l'intenzione di 'recupero' ad un tipod'inserimento sia con l'intenzione di una definitiva espulsione. Così, peresempio, il vecchio (denominazione prestigiosa quando i nonni avevano unafunzione): dopo una rapida e traumatica espulsione da qualsia-si competenza(più rassicurante se recepita come 'inevitabile circostanza' del progresso), inquesti ultimi quaranta anni il sociale ha fatto credere quanto sia degradante lavoce Vecchio', per rimpiazzarla con nuove forme di riconoscimento più o menoassistenzialistiche. Ecco allora il Vecchio' diventa anziano o di terza età odell'età d'oro, a seconda che convenga che il nonnino o la nonnina resti peranni a letto in ospedale o giochi a fare il vigile all'uscita delle scuole oracconti le favole e faccia la gita sociale due volte all'anno oppure (raricasi) giochi a canasta in pensionati di mediolusso... purché restituisca l'immagine pubblica del tutto funzionante. Ilvecchio quindi è inabile per eccellenza ed è per le presenti organizzazionisociali, sempre più in-abile, vale a dire privo di quelle 'abilità' che oggisono richieste dai mercati dell'economia o delle comunicazioni di massa (la TVlo sostituisce pensino con le favole, con l'esperienza e sostituisce il suo buonsenso con il terribile 'senso comune'). E' preferibile pertanto emarginarlo,assistendolo, che restituirgli una competenza, una abilità, una dignità. Alpolo opposto sta il bambino, pure inabile, ma potenzialmente sempre più 'abile'rispetto ai valori egemoni che regolano questi sistemi sociali, sempre a pattoperò che riesca durante il suo curricolo ad inserirsi in questi tipi di 'abilità'.La donna, antropologicamente (o meglio andrologicamente) a sostegno (o arestauro?) dì queste abilità richieste, ha un tipo di in-abilità sui generis,come se fosse una 'portatrice provvisoria di han-dicap':cessamomentaneamentediessere 'non abile' tutte le volte che sostituisce degnamente l'uomo oppure losostiene (lo restaura o lo ristora: che in greco vale per rimettere un nuovopalo di sostegno).
E in mezzo a tutta questa gamma di 'non abilità' si trovano (solo in Europa) 30milioni di handicappati, come da un acuto resoconto di Miriam Massari sullarivista di "Avvenimenti": 30 milioni di non recuperabili, i quali nonhanno né la prospettivadi disfarsi del marchio delle inabilità, né lascusante umanitaria della vecchiaia.
Questi 30 milioni hanno una incompetenza di fondo, strutturale: non perattributo come per le donne, né per accidente naturale come per bambini evecchi, ma per sostanza. E questa esclusione dalle competenze ha il suo pesosolo in quanto possibilità di riciclaggio sociale attraverso le potentiindustrie assistenziali: unica forma di riutilizzazione appunto dì quantitàsempre maggiori di persone 'non valide'. Quindi, paradossalmente, anche questi30 milioni partecipano al Grande Mercato, ma cerne mercé passiva (nondeperibile) per i business degli investimenti della spesa pubblica o come oggetto dicomunicazione nelle costruzioni dei consensi, ma mai come protagonistid'investimenti, di messaggi, d'impiego di risorse.
Solo a questo patto può reggere la presente logica su cui sopravvivono imeccanismi di questo ventaglio di poteri."E' significativo che nessun paesedichiari di spendere più per l'integrazione sociale di disabili che per la lorosegregazione e nemmeno somme equivalenti per le due cose" afferma R. Bellidella Presidenza Aias in un recente congresso europeo. Forme di assistenzialismoemarginante che diventano comunque segregazioni di fatto, traducibili, secondola convenienza, ora in 'recupero' ora in 'inserimento' delle persone non-abili.Ma l'invalido allora chi è, come si colloca rispetto all'inabile, al disabile,all'handicappato?
Restituire le abilità all'inabile (privato delle abilità) o al disabile(escluso dalle abilità) potrebbe al limite anche essere possibile: infattiquesti epiteti si associano con più disinvoltura alla gamma dei recuperi. Ecosì vale ormai universalmente per la voce 'handicappato', owero lo 'svantaggiato'(vocaboloonnicomprensivo, caro a quella sociologia americana che classifica gliemarginati, lacui integrazione Oevemiann ha definito 'operazione di compenso' eche io ho siglato come 'fleboclisi'). Ciononostante in alcuni casi, o perconvenienza o per distrazione o per scommessa politica (che porta voti),all'handicappato si può riconoscere una certa 'dignità' o validità sociale,ed è allora che con i gay, i drogati o i negri acquista l'appellativoeufemistico di diverso, di colui cioè che devia il suo comportamento, che va daun altro verso. Si tratta comunque pur sempre di un riconoscimento moralisticoche non ha alcuna intenzione di mettere in discussione quei poteri egemoni, puraprendo una discussione in sedi 'adeguate'.
Se restituire una certa dignità all'handicappato diventa per lo meno unaquestione di etica e di dibattito (a prescindere dal come se la restituisce), questo è assolutamente escluso per l'invalido, per il soggetto cioèche non possiede validità. L'invalido è, in termini linguistici, 'chi è privodi salute', ma in effetti s'innesta nella stessa radice di valore persignificare 'colui che non vale' e diventa immediatamente una definizione moraledal momento che, socialmente, l'invalido perde tutte te sue abilità in modoirreversibile. Invalido equivale ad essere biologicamente da assistere a esserenullo, tutt'al più idoneo a votare e basta. Nel trabucco della logicadell'invalidità, a suo tempo, c'è cascato anche l'invalido, e, come i pesciche chiedono disperatamente ossigeno, sopravvive nella grande reteammucchiandosi in categorie giustificatorie: invalido (sì.ma) di guerra,invalido (sì.ma) del lavoro, invalido (sì, ma non è colpa mia, solo...)civile, invalido (sì, ma) parziale, invalido (sì, ma Grande Invalido e totale)al 100%...
Modalità flessibili nelle definizioni che, solo in apparenza, contraddiconoalla classificazione definitoria di colui che non vale. L'invalido conviene inogni caso che rimanga invalido, e il più, il meno, il totale o il relativodipende dalla trattativa tra chi definisce l'invalidità e il soggetto definitoinvalido. Cosicché: trovata la parola trovato l'inganno!
Mentre si apre un'inchiesta per stabilire se a Napoli possano essere vere le300.000 pensioni d'invalidità totale (la creatività di Pulcinella non halimiti, fino a prefigurare una Città, una Nazione, un Mondo di invalidipensionati), a Bologna 13 mila richieste di visita medica, per stabilire i gradidi 'invalidità', rimangono inevase. Les Invalides, che nel 1670 Luigi XIVriservò ad ospizio per reduci valorosi dalle guerre, è ora un museo.

Pubblicato su HP:
1990/1
Parole chiave:
Cultura, Emarginazione