Europa Europa - Happy together? Le prospettive dei centri diurni in un Regno Unito che invecchia

12/07/2011 - di Massimiliano Rubbi

Negli ultimi anni, e ancor più negli ultimi mesi, siti giornalistici e blog britannici hanno riportato riduzioni nei servizi sociali ad anziani e adulti con difficoltà di apprendimento da parte di diversi enti locali. Riportando l’attacco di un articolo pubblicato dal “Guardian” il 22 novembre 2007, “quasi i tre quarti delle autorità locali in Inghilterra stanno razionando i servizi sociali per escludere decine di migliaia di persone vulnerabili dall’aiuto rispetto a funzioni fondamentali della vita quotidiana”. Dal momento che, come vedremo, la tendenza è a ridurre i servizi rivolti agli utenti con bisogni meno marcati, le prime strutture a “saltare” sono spesso i centri diurni o comunque i servizi a carattere meno intensivo. Al di là delle proteste per il venir meno di possibilità locali di integrazione, i tagli si collocano all’interno di un dibattito articolato, e non ancora concluso ma comunque avviato dalle autorità britanniche, su come consentire una dignitosa coesione sociale a una popolazione in inesorabile invecchiamento e dunque di fronte a costi crescenti.

Una scala scivolosa

L’articolo del “Guardian” delinea a livello nazionale con quali modalità vengono effettuate le riduzioni di servizi. I bisogni dei singoli utenti anziani e disabili vengono classificati su una scala a quattro gradini: “bassi”, “moderati”, “sostanziali” e “critici”. Secondo il quotidiano, che cita la CSCI (Commission for Sociale Care Inspection – una commissione indipendente governativa di indagine sulle politiche sociali), il 73% degli enti locali stava considerando l’ipotesi di ridurre l’erogazione dei servizi ai soli utenti con bisogni almeno “sostanziali”, e almeno 3 autorità locali (che complessivamente coprono quasi mezzo milione di abitanti) erano intenzionate a limitare i servizi a chi ha bisogni “critici”, ossia persone in pericolo di vita o a serio rischio di abuso o abbandono. Il distretto londinese di Harrow ha addirittura difeso davanti alla Corte Suprema questa scelta, ma ha dovuto soccombere nel dicembre 2007; la pronuncia giudiziale evidenzia come eccessive restrizioni violino l’obbligo legislativo di eliminare la discriminazione contro le persone con disabilità, ma non mette in discussione (come alcune associazioni di tutela richiedono) il sistema complessivo dei “criteri di eleggibilità” che definiscono e limitano l’accesso ai servizi in base ai bisogni.
Quando in una famiglia non ci sono abbastanza soldi, si iniziano a tagliare le spese voluttuarie, piuttosto che provare a spendere meno su tutto. La scelta compiuta dai consigli locali a corto di fondi, che concentrano le proprie spese su chi ha le massime necessità sacrificando gli utenti in situazione meno grave, non risulta quindi a prima vista irragionevole. Tuttavia, l’abbandono dei servizi a minor intensità porta con sé un rilevante paradosso.
Mencap è un’associazione di rappresentanza delle persone con disabilità mentali, tra le più attive nel monitorare la questione dei tagli ai servizi; Sam Heath, responsabile del suo ufficio stampa, rileva come riducendo i servizi per gli utenti meno gravi “i consigli locali non si danno una mano, perché sembrano dimenticarsi di investire in servizi che ridurranno i costi successivi, come investire nel portare le persone con disabilità mentali all’impiego o a servizi di basso livello per impedire alle persone di avere bisogno di servizi di alto livello e alto costo”. Date le premesse, una delle tipologie di servizi più a rischio di chiusura sono i centri diurni: Heath afferma invece che questi “sono molto popolari e molto importanti. Sono spesso l’unico momento in cui questo gruppo di utenti lascia la propria casa […] Fornire semplicemente un centro diurno non è sufficiente; c’è anche bisogno che ci sia un’attività significativa. Per esempio, a Merton, dove le persone che prima stavano sedute a non fare nulla nei centri diurni hanno cominciato a prendere parte a un corso d’arte (artigianato, visite mensili a gallerie d’arte, ecc.) e/o a un caffè gestito da persone con disabilità mentali. Il risultato per coloro che partecipano è stato incredibile – migliore concentrazione, miglior comportamento. Un altro uomo che conosco fondamentalmente era abituato a stare seduto al suo computer senza fare nulla e senza lasciare mai la sua stanza. Un centro diurno con un programma piuttosto ambizioso ha portato un reale cambiamento nella sua vita – ora è sposato e ha un lavoro!”. Tagliare i servizi per le persone con bisogni minori rischia quindi di rendere tali bisogni insopprimibili nel tempo, e dunque i comuni, nel perseguire un risparmio immediato, potrebbero tagliare il ramo su cui stanno seduti.
Un altro elemento destabilizzante è costituito dal fatto che la gravità dei bisogni dell’utente non è un dato univoco, ma il frutto di una valutazione passibile di discrezionalità da parte degli operatori sociali. In effetti, l’attribuzione a una delle quattro categorie di cui si è detto è regolata a livello nazionale dalle FACS – Fair Access to Care Services, un insieme di linee guida stabilite dal sistema sanitario nazionale. A dispetto di questo, però, Denise Platt, presidentessa della citata CSCI, ammette che “chi ottiene o non ottiene aiuto varia non solo tra, ma anche entro lo stesso ambito locale. In pratica, i criteri possono essere interpretati in modi diversi dallo staff locale”. Heath conferma come a Mencap “non piace concentrarsi troppo sui criteri, perché il modo in cui i comuni interpretano e forniscono i servizi significa che molti dei ‘comuni sostanziali’ sono peggiori di quelli ‘non meno di critici’”.
La necessità di tagliare, per una prevedibile eterogeneità dei fini, ha comunque contribuito alla positiva tendenza dalla residenzialità/istituzionalizzazione dei servizi alla vita indipendente. Heath sintetizza la storia recente dell’assistenza affermando che in passato la maggior parte delle persone con una più profonda disabilità cognitiva viveva in ospedali segregati gestiti dal NHS (servizio sanitario nazionale inglese). Tutti tranne uno ora sono stati chiusi (e quell’uno sta chiudendo), benché rimangano alcuni ‘Campus NHS’ (e anch’essi stanno chiudendo). La maggior parte delle persone fu spostata in sistemazioni residenziali (alcune abbastanza grandi, ma per lo più con circa una dozzina di persone all’interno). Anche queste stanno chiudendo, in misura minore, e quante più persone possibile sono incoraggiate e/o aiutate a vivere indipendentemente – o almeno in sistemazioni “di rifugio” (il proprio appartamento in un edificio costruito per garantire assistenza). Resta comunque ambiguo quanto questo invito all’indipendenza sia di comodo: “I centri diurni stanno chiudendo in tutto il Paese. A volte questo è nascosto come ‘modernizzazione per consentire alle persone di scegliere i servizi’ – in realtà si tratta di risparmiare denaro”, conclude Heath.

Un futuro plumbeo?

Finora, per brevità, ho sempre descritto le restrizioni ai servizi come “tagli”; ciò che inquieta è che la definizione non è corretta. Infatti, le spese per il welfare in Gran Bretagna segnano nel tempo un incremento nemmeno trascurabile, ma i costi generali dello stesso crescono più velocemente (per le maggiori necessità di formazione, i salari più dignitosi degli operatori, l’aumento di costi vivi come la benzina…), e soprattutto cresce vertiginosamente il numero di utenti potenziali dei servizi, principalmente per l’invecchiamento demografico generale. Il rapporto 2006-07 della CSCI sulla cura sociale in Inghilterra (disponibile su www.csci.org.uk, sezione “About us” – “Publications”) fornisce preziose statistiche in merito, e ad esempio chiarisce che tra il 1997 e il 2006 le persone che hanno ricevuto assistenza domiciliare sono calate da 479.000 a 358.000, ma il numero totale di ore è cresciuto perché è lievitato il numero medio di ore ricevute – a causa della tendenza a servire solo gli utenti più gravi, ma anche per il loro autonomo incremento legato alla più alta aspettativa di vita (in generale e per le persone con disabilità). Come dimostra un sondaggio curato dall’associazione Age Concern nell’aprile 2008, il problema di un decoroso invecchiamento sembra del resto molto sentito dalla popolazione britannica, indipendentemente dal proprio livello di reddito (e dunque dalla presumibile possibilità di garantirselo da sé), ma senza grandi aspettative: 4 persone su 10 non sono fiduciose che nella propria vecchiaia saranno trattate in maniera rispettosa e dignitosa.
Il costo del mantenimento della qualità e dell’ampiezza degli attuali servizi riscontra una crescita non sostenibile nel tempo, e di qui gli sforzi di contenimento, che però, come abbiamo visto, non obbediscono a una razionalità complessiva. Per questo, nel maggio 2008 il Segretario di Stato alla Salute britannico Alan Johnson ha lanciato un’istruttoria pubblica della durata di sei mesi sul futuro dei servizi di cura e sostegno. Partendo dal presupposto che nel corso di 20 anni si prevede un aumento del 50% del costo per le provvidenze economiche alle persone disabili, e che la spesa per i servizi sociali agli adulti potrebbe triplicare in termini reali entro il 2041, il ministero ha allestito un sito web (www.careandsupport.direct.gov.uk) in cui è possibile esprimere le proprie opinioni sul futuro dei servizi sociali, e ha avviato in alcune contee un progetto sperimentale da 39 milioni di euro per l’uso di tecnologie a distanza (telecontrollo, telesorveglianza sanitaria) nella cura di persone con bisogni sociosanitari complessi.
Anche se gli esiti sono tutti da definire, il dibattito sul futuro del welfare di fronte all’invecchiamento in Gran Bretagna sembra dunque avviato, e condivisa la necessità di una sua riforma in prospettiva (mentre in Italia le proposte di Fondo per la non autosufficienza stentano ad affermarsi, e non hanno comunque una significativa visione che abbracci il corso dei prossimi decenni). Intanto, però, i centri diurni chiudono, stretti nella tenaglia tra l’opportunità di mantenere i servizi a favore degli utenti più gravi o non sostenuti a livello familiare e la già discussa prospettiva della vita indipendente. L’elemento che sembra sfuggire all’ordine del discorso, i cui cardini sono la scelta individuale e la sostenibilità economica, è il bisogno di socialità: bisogno non misurabile, ma aspetto essenziale dell’umanità del servizio fornito (almeno se l’uomo è “animale sociale”…); bisogno le cui risposte, tra l’altro, sarebbe forse possibile reinventare in forme meno economicamente gravose di quelle che conosciamo, senza per questo lasciarle alla episodica buona volontà di singoli gruppi di auto-aiuto od organizzazioni volontarie. La caccia alle idee è aperta: quale sarà il centro diurno del XXI secolo?