Handicappati all'università: parlano le facoltà

01/01/1988 - Maurizio Serra e Stefano Toschi

L’ Università dovrebbe essere il luogo in cui vengono elaborati concetti che
diventano patrimonio comune prima degli studenti e in un secondo momento
dell'intera società. Per intenderci lo studente che frequenti le lezioni all'Università
non dovrebbe apprendere soltanto delle nozioni ma usufruire di quelli che sono i
risultati del lavoro di ricerca dei docenti nell'ambito delle loro materie o
anche dei risultati della ricerca fatta al di fuori dell'università.


Questo che dovrebbe essere il compito dell'Università, cioè fornire allo stesso tempo conoscenze e metodi di ricerca, in qualche caso viene disatteso.Succede, per esempio nelle facoltà umanistiche, che qualche docente ripeta nelcorso degli anni praticamente sempre i medesimi argomenti, senza ampliareulteriormente le proprie ricerche; oppure che tratti argomenti tropposettoriali, con la conseguenza di non far giungere i risultati dei propri lavoriad un pubblico sufficientemente vasto, trascurando inoltre altri aspetti chepure sono essenziali nell'ambito della propria materia. Comunque al termine delsuo curriculum di studi lo studente oltre a possedere delle conoscenze relativealle materie trattate ha ricevuto una formazione culturale che travalica il suocampo specifico e che lo accompagnerà anche nelle sue scelte di vita al difuori dell'esperienza universitaria. Quindi l'Università è il luogo dovevengono prodotti e lanciati dei messaggi culturali di vario genere tra i qualidovrebbe essere compreso anche quello riguardante l'handicap e la diversità.Abbiamo detto dovrebbe essere perché anche le facoltà che nel loro ambito distudio dovrebbero inserire un discorso sull'handicap non sempre lo fanno in modo esauriente come dimostrano lerisposte avute dai nostri interlocutori.
A questo proposito vogliamo ricordare le difficoltà che abbiamo incontrato pertrovare dei docenti che ci esponessero la loro opinione sull'idea chedell'handicap e della diversità esce dall'Università. Alcuni dei docentiinterpellati hanno manifestato il loro imbarazzo ad affrontare il tema propostoe altri pur dichiarandosi disponibili a un colloquio non hanno fornito rispostesufficientemente calzanti sull'argomento.
Abbiamo identificato tre facoltà che direttamente o indirettamente affrontano o trattatano del tema dell'handicap! o della diversità. Sono la facoltà di]Medicina e Chirurgia, quella di Magistero col corso di laurea in Pedagogia eScienze Politiche col Dipartimento di Sociologia. Inoltre abbiamo interpellatoalcuni studenti o laureati delle facoltà di Medicina e del corso di laurea inPedagogia che hanno scelto come ambito professionale il lavoro con personehandicappate oppure come specializzazione post laurea in Medicina branche comela neuropsichiatria o la puericultura che con 'o handicap sicuramente dovrannoconfrontarsi. Inoltre questi studenti o laureati intervistati non hanno solo unaconoscenza teorica di tutto ciò che è l'handicap ma hanno anche rapporti consoggetti handicappati al di fuori dell'ambito lavorativo.



MEDICINA: L'HANDICAP COME PATOLOGIA

Incominciamo dalla facoltà che più ha a che fare con l'handicap, ossiaMedicina. Abbiamo interpellato il preside dì questa facoltà, prof. Salvioli,che, essendo anche il direttore dell'istituto di Neonatologia e Pediatriapreventiva, ci sembrava una delle persone più indicate per rispondere alle nostre domande sull'handicap. Come vive la tematicadell'handicap un esperto studioso di Pediatria? "Noi, assieme agliostetrici, cu-riamd e ci interessiamo della prevenzione o di una diagnosiprecoce dell'handicap e quindi di una precoce riabilitazione. Agli studenti siillustrano e si insegnano queste situazioni ed inoltre abbiamo un rapporto conle associazioni laiche di categoria, come le famiglie dei bambini con sindrome diDown, l'A.I.A.S.,l'A.N.F.F.A.S.,conle quali cerchiamo di affinare maggiormentela prevenzione". Quindi l'handicap è soprattutto oggetto di ricercascientifica e di prevenzione. Noi non auspichiamo certamente una società dipersone handicappate però temiamo che col termine prevenzione (si previenesempre qualcosa di negativo) si dia un'immagine sostanzialmente negativaall'handicap e che si veda l'handicap solo dal punto di vista scientifico e nonanche dal punto di vista umano. L'immagine dell'handicap che possiamo coglierefra la gente è quella di una persona "ammalata", in cui la patologiadel "male" occupa tutta la persona. L'handicap non è un male o unavergogna, ma non per questo riteniamo che il lavoro di ricerca sulle cause deivari handicap sia inutile, anzi pensiamo che sia opportuno e indispensabile eche se è possibile migliorare le condizioni di vita di ogni uomo si deve faredi tutto perché ciò avvenga. A tale proposito ci è sembrato utile sentire ilparere dei laureati o laureandi in Medicina. Concordiamo con quanto ha dettoBruno: "Con prevenire si intende evitare che si verifichi un eventomettendo in atto tutte le misure possibili ed efficaci, perché si consideral'evento come sfavorevole. In questo senso credo non ci sia nulla di negativo, anzi. Negativo è semmai giudicare le persone handicappate riferendosiad un concetto di normalità, una disabitudine a vedere il positivo". Lamancanza di un approccio umano e psicologico all'handicap ci è stato confermatoanche da Alberto: "Non credo sinceramente di poter dire di aver ricevuto unmessaggio sull'handicap: al massimo se ne parla velatamente (sempre comequalcosa di negativo) da un punto di vista puramente scientifico(descrizione-prevenzione)". Carlo ribadisce che "sull'handicappatocome entità, cioè di una persona con un danno che gli impedirà di svolgerequalche attività, la facoltà di Medicina non si esprime". Queste risposteconfermano ciò che abbiamo già detto, cioè che nel curriculum di studi di unmedico manca un messaggio specifico sulla problematica dell'handicap che vienevisto solo come una delle tante patologie da cui l'uomo è affetto. Carlorispondendo ad un'altra domanda ha delineato bene questo concetto: "Per lafacoltà di Medicina il soggetto handicappato è un malato da riabilitare. L'handicap è l'esito di una qualche patologia e i medicitendono a dimenticare gli esiti. Per esempio nel caso di paralisi cerebraleinfantile la persona handicappata è considerata soltanto finché il danno è inevoluzione, ma quando questo ha prodotto le sue conseguenze e la situazione siè stabilizzata essa non rientra più nell'ambito tipico di intervento dellaMedicina". Quest'ultima risposta evidenzia una mentalità pragmatica percui si parla di handicap fino a quando si può fare qualcosa in sensoriabilitativo o preventivo ma non se ne parla più quando l'handicap diventa unasituazione di tutti i giorni. Questo ci sembra il limite del messaggio che lafacoltà di Medicina offre attualmente dell'handicap (quello che si riferisce alvissuto quotidiano del soggetto handicappato) oltre al fatto che questaimpreparazione si riperquote anche sul delicato momento della comunicazione allefamiglie della nascita o della probabile na-
scita di un figlio handicappato. Questa come ci ha detto il prof. Salvioli"è difficoltà di sempre per tutte le attività del medico, una correttacomunicazione con i parenti. Il problema è di far capire con parole semplicicosa succede. Non sempre il medico ha questa facilità di esposizione, nonsempre c'è da parte della famiglia la capacità di comprendere le cose".Questa difficoltà di espressione rischia di portare il medico a semplificarefino a banalizzare le : conseguenze della patologia che ha j scatenato ladisabilità, e da qui anzi- 1 che dire che un ragazzo avrà delle difficoltà motorie o di apprendimento farcapire che non camminerà o non capirà mai nulla il passo è breve. 



L'HANDICAP E PEDAGOGIA: UN TEMA PER SPECIALISTI

II secondo interlocutore della nostra ri- o cerca è rappresentato dal corso di1 laurea in Pedagogia della facoltà di ' Magistero. Ci siamo rivolti al prof.A. Palmonari (docente di Psicologia sociale) per conoscere in quale modo
questo corso di laurea affronti il discorso sull'handicap. Come per la facoltàdi Medicina abbiamo integrato le risposte del prof. Palmonari con quelle dialcune pedagogiste da noi interpellate.
Vogliamo ricordare che all'interno del corso di laurea in Pedagogia esiste ilcorso di Pedagogia speciale tenuto dal prof. A. Canevaro e dai suoicollaboratori. Questo fatto provoca delle conseguenze: infatti il prof.Palmonari ha "l'impressione che la presenza del prof. Canevaro con i suoicorsi così dettagliati sull'handicap faccia si che gli altri docenti diPedagogia o che insegnano nel corso di laurea in Pedagogia, non si soffermino ungran che a parlare delle problematiche concernenti gli handicappati. Questaopinione ci è stata confermata anche da tutte le pedagogiste interpellate:secondo Daniela "Non si può pensare che un esame, dato che attualmentesolo il corso del prof. Canevaro riguarda specificatamente l'handicap, riesca adare quella professionalità che poi nel campo del lavoro è richiesta".Elisa ribadisce il fatto che "l'approccio all'handicap all'interno delcorso di laurea in Pedagogia rischia di essere ghettizzato essendo appannaggiodell'insegnamento di Pedagogia speciale e non comparendo poi di fattonell'orizzonte di analisi di altri insegnamenti". Questa forma di delegadel discorso handicap al prof. Canevaro, ci sembra un modo per far si chel'handicap diventi un discorso specialistico che riguarda soltanto un gruppo dilavoro che da anni produce cultura in questo settore. Tale approccioall'handicap secondo noi è piuttosto limitante, anche perché uno degli sbocchioccupazionali di un laureato in Pedagogia è rappresentato proprio dal lavorocon bambini o ragazzi handicappati.
Questa nostra convinzione ci è stata confermata dalle pedagogiste interniate eche da anni lavorano o han-10 a che fare con persone handicap-Date sia fisicheche mentali. Daniela ritiene che "un solo esame lon riesca a dare quellaprofessiona-ità che poi nel campo del lavoro è richiesta ed inoltre troppospesso si ricevono elementi lontani dalla realtà e ci si ritrova intellettualidisoccupati senza una chiara identità professiona-e. Daniela ed Elisa sonod'accordo lei ritenere che "una preparazione su Dase puramente teorica nonè mai in nessun caso sufficiente per la pratica avorativa, e tanto più questoavviene avorando con bambini handicappati". 'Nella formazione deglieducatori che Dperano nel settore dell'handicap è mportante l'unione tra leconoscenze :eoriche e le abilità pratiche. Nella migliore delle ipotesi lostudente che 9sce dall'Università può sapere tutto dell'osservazione, ma nonsa osservare perché non lo ha mai fatto, e questo vale anche per laprogrammazione, le attività, la comunicazione non verbale". Noiconcordiamo con le indicazioni offerteci dalle due pedagogiste e riteniamo chequesta indicazione concreta parta da chi sperimenta sul campo le teorie studiateall'Università possa essere proposta anche a livello operativo, in quanto"come futuri educatori si è chiamati ad abbandonare quell'atteggiamento didelega che troppo spesso ci accompagna quando si parla dei problemi deglihandicappati".
SOCIOLOGIA: UN'OCCASIONE MANCATA PER L'HANDICAP
Un terzo interlocutore è stato il dipartimento di Sociologia nelle persone deldott. S. Porcu (ricercatore di So-
ciologia sanitaria) e del prof. Sellasi (Sociologia),
Una prima cosa che è emersa dall'incontro con il dott. Porcu è stata una sortadi autocritica per lo scarso interesse che la Sociologia sanitaria ha finorarivolto all'handicap: "Qui in dipartimento sono alcuni anni che cioccupiamo di sociologia sanitaria e abbiamo individuato alcuni campi di ricerca:gli anziani, la famiglia e altri temi, ma è difficile dire perché proprioquesti temi siano stati gli unici ad imporsi.
Una delle ragioni di questo disinteresse è dovuta al fatto che molte ricercheeffettuate dal dipartimento di Sociologia vengono effettuate su richiesta dialcuni committenti, come ad esempio gli enti pubblici. Ciò a nostro avviso èpiuttosto deludente perché la ricerca universitaria non dovrebbe seguiresoltanto le indicazioni di "mercato" anche se deve essere semprecollegata ai problemi reali. Siamo sen-z'altro d'accordo che al continuo aumentodella fascia d'età anziana debba conseguire un approfondimento degli studisull'impatto che questo fenomeno provoca nella società, però in questo modo sicorre il rischio di analizzare soltanto quei fenomeni che sono caratterizzatidai grandi numeri (anziani, tossicodipendenti, ragazzi a rischio, ecc.)tralasciando altre categorie ugualmente deprivilegiate, con meno appartenenti,ma non per questo con meno impatto sull'immaginario collettivo.
A questo proposito il prof. Sellasi che collabora ad una ricerca (che si svolgein Canton Ticino) riguardante proprio l'immagine che dell'handicap si forma lacollettività, ci ha detto: "Sono state fatte ricerche per esempio sullebarriere architettoniche, però non sono state fatte ricerche sugli ostacolipsicologici. Qui diventa molto più problematico conoscere ciò che realmentepensa la gente, la quale alle nostre domande risponde dicendo quello che sidovrebbe fare e non ciò che realmente pensa dell'handicap. (…) Noi siamoinvece convinti che di fronte all'handicap ci siano proprio delle barrierepsicologiche e culturali molto più grandi e che permangono molto più a lungodi quanto non permangono le barriere architettoniche".
Questo discorso è in sintonia con ciò che abbiamo sempre sostenuto riguardo ailimiti culturali che l'Università dimostra di avere nei confronti deglistudenti handicappati che vi si iscrivono.
Ma veniamo alla domanda fatta al dott. Porcu: il dipartimento di Sociologia hamai cercato di costruire e di proporre un messaggio sull'handicap? "Noncredo che questo messaggio sia mai stato lanciato in modo organico sia a livellodi ricerca che di scuola culturale, fatte salve iniziative, esperienze di gruppoo individuali che ci possono essere. Sicuramente l'handicap è uno degli aspettiche più sono stati oggetto di rimozione anche nelle scienze sociali".
La rimozione di cui ha parlato il dott. Porcu provoca inevitabilmente ilpregiudizio così come è anche vero il contrario: che i pregiudizio provoca ocausa la rimozione. Così dicendo siamo tornati al tema delle barriere culturalidi cui sicuramente il pregiudizio è una delle principali cause. Tale opinioneè risultata anche dal colloquio con il prof. Ricci Bitti (direttore delDipartimento di Psicologia) il quale ritiene che "i limiti culturali sonomolto evidenti. È sulla base di una sostanziale ignoranza che nasce, cresce esi nutre il pregiudizio, che è quello che spesso fa associare la disabilitàfisica con il ritardo mentale: c'è un danno motorio o sensoriale e quindi ètutto danneggiato". Esistono o possono crearsi dei rimedi ad una situazionedi questo genere? "Questo tema - sostiene il prof. Ricci Bitti - puòessere affrontato e uno dei modi migliori per farlo è sempre quellodell'informazione, anche se non è sufficiente: l'informazione agisce sullivello dell'atteggiamento, del pregiudizio, ma questi hanno anche altrilivelli, che sono emotivi, comportamentali, su cui l'informazione pura esemplice non ottiene grandi effetti. Effetti su questi livelli si ottengono conle esperienze concrete".
A proposito di esperienze concrete il doti. Porcu ci ha confermato che la
presenza di uno studente handicappato in un suo seminario è stata "unbagno dì realtà". "La presenza di un handicappato durante unseminario sulle politiche sociali fu l'irruzione dei problemi reali dentro ilseminano e quindi ci costrinse proprio ad una concretezza molto maggiore diquella che probabilmente ci sarebbe stata senza la sua presenza. Ciò dimostraancora una volta che ogni studente handicappato o non handicappato ha in sé unpatrimonio culturale. Tale patrimonio culturale, secondo il dott. Porcu puòessere recepito e sfruttato dall'Università in quanto "nell'ambitouniversitario le barriere culturali sono abbastanza aggredibili. (...) Per altriambiti, diciamo di vita quotidiana, sono portato ad essere molto meno ottimistaperché mi sembra che proprio il mutamento culturale di questi ultimi anni vadain dirczione del tutto opposta rispetto a quella che può consentirel'integrazione del portatore di handicap. La stessa espio-
sione della cultura del corpo degli ultimi 10 anni, l'individualismo spinto, ilnarcisismo dilagante sicuramente non sono compatibili con una socializzazione,una integrazione del portatore di handicap".
Noi concordiamo pienamente con questa analisi che riguarda l'ambito della vitaquotidiana, ma ci chiediamo se questa cultura non ha influenzato in qualche modoanche la stessa Università che invece secondo il dott. Porcu ne sarebbe rimastaindenne. Il discorso che le barriere culturali dovrebbero essere più fragili inambito universitario vale soprattutto per quelle facoltà in cui la presenza distudenti handicappati è stata maggiore e forse non a caso sono quelle diLettere e Scienze Politiche, mentre non ci sentiamo di estendere questaconsiderazione anche ad altre facoltà che finora o non hanno mai sperimentatola presenza di studenti handicappati oppure hanno avuto presenze moltosporadi-che. Proprio le facoltà in cui esiste l'immagine dello studente un po'più
"scalcagnato" sono quelle in cui anche gli studenti handicappati hannotrovato più possibilità di integrazione mentre laddove esistono modelli distudente "perfetto" non c'è neanche questa disponibilità alla loroaccoglienza. E ALLORA?
A quali considerazioni finali possiamo giungere dopo questa ampia analisi dellevarie situazioni nelle diverse facoltà? La facoltà di Medicina non parla dihandicap se non dal punto di vista patologico; il corso di laurea in Pedagogiadelega ad un unico docente quasi tutto il lavoro sull'handicap; il Dipartimentodi Sociologia non si occu-
pa del discorso handicap nemmeno con la Sociologia sanitaria; il Dipartimento diPsicologia non collabora con le facoltà universitarie relativamente ai problemiche l'iscrizione di uno studente handicappato provoca all'interno di unafacoltà. Quindi la nostra domanda "qual'è l'immagine che l'Universitàoffre dell'handicap" è rimasta senza risposta. L'Università nel suoinsieme escludendo la felicissima isola rappresentata dal dipartimento diScienze dell'educazione non produce, nemmeno nelle facoltà che possono essereinteressate a questo discorso, una cul-
tura dell'handicap. Resta un discorso per pochi specialisti e attuato in terminipuramente scientifici. Quello che invece vorremmo diventasse un dato acquisitoè che l'handicap non riguarda solo gli addetti al settore o chi lo vivepersonalmente, ma la persona handicappata è portavoce di un patrimonioculturale che non deve essere perso perché interessa ogni uomo. Ma è proprio aquesto punto che i limiti culturali evidenziati dal nostro lavoro emergono piùrilevanti: alla persona handicappata, come agli altri esponenti delle categoriedeprivilegiate, vengono assicurati i mezzi per esprimere il proprio patrimonioculturale?

Parole chiave:
Scuola ed educazione