Handicap, informazione e servizi

01/01/1993 - Andrea Pancaldi

Quello dell'informazione rappresenta senz'altro uno dei luoghi attraverso i quali meglio si possono comprendere i cambiamenti avvenuti nel settore del sociale in Italia a cavallo tra gli anni '80 e '90 e uno dei terreni preferenziali dove sperimentare, in linea col senso complessivo della 266, un nuovo rapporto tra enti locali e volontariati, tra operatori dei servizi pubblici e persone impegnate in attività di volontariato. Sottolineiamo comunque che le diverse realtà regionali non ci permettono di tracciare un quadro unitario della situazione stante la presenza di Regioni in cui un sistema di welfare bene o male si era realizzato (e ora si tenta di smantellarlo) e Regioni dove frequente è l'amaro commento "... magari qui da noi si potesse parlare di crisi del welfare, sarebbe segno che qualcosa era stato realizzato...".
Nel corso di una parabola di una decina di anni in molte realtà italiane si è passati da un terreno legato alla logica della partecipazione e ad una presenza sostanzialmente pubblica, ad un terreno che vede decisiva la logica della informazione e ad una presenza sempre più emergente della cosiddetta società civile, che nel sociale trova tra i suoi attori principali l'associazionismo, il volontariato e la cooperazione.

Dalla partecipazione all'informazione

Se gli anni '80 hanno segnato la crisi delle forme tradizionali della politica, l'organizzazione e il mantenimento del potere, che per alcune "correnti di pensiero" sono il fine della politica, non sono certo venute meno e quindi di fronte ad una qualificazione della nostra società come società mass-mediale, il centro del potere si sta spostando sempre più nell'informazione, nei sistemi di informazione sia centrali che locali.
La stagione degli anni '70 per certi versi rendeva apparentemente marginale in molte realtà il tema della informazione, grazie ad una cultura del "presente" ("è QUI e OGGI che il sistema dei servizi pubblici territoriali si sta sviluppando"), ad uno sviluppo economico e tecnologico del sistema informativo ancora limitato e ad un "riunirsi" frequente (assemblee, convegni, commissioni, ...), poi i dieci anni di pauroso rallentamento della cultura e dell'iniziativa sociale appena trascorsi (non inganni il proliferare di leggi!) hanno cancellato moltissimi dei luoghi della comunicazione.
Venute meno in parte le forme storiche di rappresentanza come partiti e sindacati, ed esistendo in tante realtà locali una cultura e una realtà del volontariato, dell'associazionismo, del terzo settore in generale, ancora frastagliata e senza una identità collettiva, l'informazione resta uno dei pochi fili che collegano la realtà sociale e che consentono in maniera diffusa di "stare dentro" ai cambiamenti, di coglierne il più possibile la complessità per cercare di governarla.
Se c'è qualcuno ancora interessato a contrastare gli aspetti più deteriori dell'equazione massmediologica sopracitata non c'è che da fare una cosa, invertire la rotta di 180° e ragionare considerando che l'informazione, nella sua più intima essenza, è l'esatto contrario del potere. L'informazione è quindi un bene collettivo, la si utilizza, imparando a decodificarla, ma si deve imparare anche necessariamente a produrla.

I nodi del problema

Da queste premesse generali una nuova stagione di rapporti tra governi locali e società civile, e quindi tra volontariati e servizi pubblici, non può prescindere dal nodo della informazione pena far rimanere "chiacchere" leggi come la 266 sul volontariato o la 142 sugli statuti comunali che hanno nella "comunicazione" la loro ragion d'essere.
Quali allora i nodi attorno ai quali ragionare dando per scontati alcuni "muri" che rendono difficile l'operazione come la difficoltà strutturale d'incontro tra "istituzione" e "informazione", la diffusa mancanza di dialogo tra le culture, la tendenza di larghe fette dei servizi e del volontariato ad affermare ognuno i propri primati; i primi quello della competenza e i secondi quello della "carica umana". E non c'è contrapposizione più stupida, come se l'una potesse fare a meno dell'altra!?
I nodi sono presto detti e lasciamo alle pagine di questo ed altri organi di informazione, e non solo, speriamo, la possibilità di svilupparli ed introdurne altri.
Il primo è quello dell'INFORMAZIONE COME SERVIZIO all'interno della rete dei servizi territoriali. Qui il lavoro è enorme dato che tutte le esperienze significative di informazione sociale si sono realizzate nel settore dell'associazionismo e del volontariato. Scarsissime e recenti le iniziative pubbliche tra le quali segnaliamo i progetti di reti regionali di Centri di documentazione e informazione sull'handicap avviati in Emilia Romagna e, più recentemente, in Veneto.
Il secondo nodo è l'INFORMAZIONE COME COMPETENZA degli operatori dei servizi, del volontariato, dell'associazionismo, della cooperazione. Anche questo è un settore da sviluppare in cui troviamo percorsi di formazione degli operatori sociali che non prevedono questa competenza ed esperienze significative e ultradecennali come quelle del Gruppo Abele di Torino e del Centro documentazione AIAS di Bologna.
Il terzo è l'INFORMAZIONE COME VISIBILITA' DIFFUSA DELLE RISORSE E DELLE IDEE (ancor prima che delle notizie) DI UN TERRITORIO; dove il ritenerle grandi o piccole, importanti o meno importanti, parte dalle storie delle singole persone e non solo dalle strutture sociali. Le esperienze in atto sono tutte centrate su progetti di agenzie a carattere nazionale, mentre il dato locale è trascurato quando, a mio avviso, dovrebbe trovare molta più attenzione.
Il quarto ed ultimo nodo è quello relativo alla INFORMAZIONE COME STRATEGIA per relativizzare poteri e competenze e mantenere viva in un territorio una prassi di ricerca, di innovazione, di confronto, di ricambio. Forse questo il nodo più duro da sciogliere.

Pubblicato su HP:
1993/22