Handicap e sessualità

01/01/1997 - A.A. V.V.

Un percorso formativo rivolto ad educatori, operatori, insegnanti. I significati e le implicazioni emotive e relazionali presenti quando si affronta questo tema. Una conversazione fra le conduttrici degli stage per mettere in comune riflessioni e punti di vista

interviste a:

Giovanna Di Pasquale, pedagogista
Daniela Lenzi, psicologa sessuologa
Marina Maselli, pedagogista
Maria Cristina Pesci, medico psicoterapeuta sessuologa

 

Perché occuparsi di sessualità e handicap

Pesci. Occuparsi di sessualità comporta essenzialmente due ordini di riflessioni: uno riguarda l’inevitabile coinvolgimento all’interno della relazione con l’altro, il secondo implica un rimando prima di tutto a se stessi, al di là delle difficoltà che l’altro propone. Se pensiamo al lavoro di "cura" a cui rispondono gli operatori, molti aspetti dell’agire quotidiano contengono in sé dimensioni legate alla vicinanza, all corporeità, alla comunicazione affettiva e relazionale che rientrano di diritto anche in un generale concetto di sessualità. In sintesi, molto aspetti della "cura" all’altro, già rappresentano, spesso inconsapevolmente, la presa in carico di tematiche che la sessualità propone. Molte competenze del fare quotidiano hanno incluse risorse che affrontano la sessualità e i suoi significati. Svelata questa dimensione del lavoro di cura, la sessualità può essere un territorio di conoscenza e interazione ricca e feconda.

Maselli. Uno degli elementi che accomuna chi arriva da servizi diversi (scuola, centri diurni, case di riposo, strutture residenziali o semiresidenziali) è l’affermazione iniziale "Io di questo tema non sono nulla, è un tema che mi spaventa, mi mette a disagio, ho bisogno di indicazioni concrete" che è poi quello che porta ad avere delle aspettative sul corso molto legate alla ricerca di soluzioni immediate. Ed è proprio questo il nocciolo da cui partiamo nella proposta formativa chiedendoci " Ma davvero questo è un tema rispetto al quale ognuno di noi, anche senza percorsi formativi specifici, non sa nulla? La sessualità non è forse una componente fondamentale della persona?" Senza dubbio si tratta di un aspetto che fa molta fatica a trovare spazio nella quotidianità degli operatori. E’ una dimensione celata che sembra rivendicare uno spazio nel momento in cui si manifestano situazioni di disagio o difficoltà .E questo non è esclusivamente legato alla presenza di un deficit. Molto del primo lavoro, un nucleo importante, è riequilibrare questa situazione, di contestualizzarla e rivederla nella quotidianità.

Lenzi. Nella nostra impostazione lavoriamo molto su ciò che sta accadendo dentro al gruppo, in quel momento, rispetto all’argomento, cercando di mettere in evidenza quali sono i meccanismi che scattano sia nel singolo che nel gruppo quando si va a toccare il tema della sessualità e dell’handicap, comunque in generale della sessualità. Ci troviamo sottolineare come il nostro metodo di lavoro non è tanto dare informazioni su di un tema da studiare perché sconosciuto quanto aiutare loro a capire i meccanismi che scattano quando si vanno a toccare certi nodi. Molto spesso il lavoro sui casi è esemplare per far risaltare quello che sta succedendo lì fra gli operatori. Nel primo corso questo elemento è centrale: partire dal singolo operatore, dal gruppo per vedere come non c’è una scienza specifica sull’argomento ma ognuno ci mette del suo, nel parlarne, nell’ascoltare, nel pensarsi. Questo è un elemento che ci caratterizza: il lavorare sul qui e ora di ogni specifico gruppo.

Pesci. Un’altra riflessione centrale del modo di intendere la formazione su questo tema è legata al porre attenzione a quei meccanismi universali che esistono quando ti trovi di fronte ad una dimensione di relazione, in cui la sessualità è qualcosa di così specifico. "Cosa accade a me, cosa accade all’altro" e questo è in parte legato al tipo di difficoltà che l’altro di cui tu ti curi ha, ma solo in parte. C’è quindi sempre uno sfondo precedente, che sottende la relazione portante. "Perché con alcune persone la stessa cosa (ad. esempio la masturbazione) non mi dà disagio e con altri utenti mi mette in difficoltà?" Con ogni persona esiste un significato e una relazione specifica, anche rispetto ad un tema così preciso come può essere la masturbazione.
E’ riconoscere come questi temi universali non hanno a che fare esclusivamente con un certo tipo di disagio o di deficit che avvia un percorso che può diventare innovativo anche nella quotidiana progettazione educativa.

Di Pasquale. Una cosa mi sembra emerga nel confronto con gli altri temi oggetto delle proposte formative. Ci sono molti tratti simili, però nella ricerca di quale senso dare ad una percorso formativo sul tema della sessualità e dell’handicap mi sembra centrale l’idea di toglierlo dal luogo della non parola. Come se questo tema, così forte e centrale per tanti aspetti sia personali che di ruolo, scivoli nel non detto. E’ questo un terreno su cui poco si riesce a costruire dei percorsi, degli spazi in cui comunque, prima di parlare di soluzioni, si possa ragionare. Per altri temi non è così, ad esempio la relazione d’aiuto dove forse si può correre il rischio opposto: un argomento molto enfatizzato, meno "lavorato", dove comunque ci si può sentire liberi di esprimersi. Così anche per l’aggressività: un operatore si può sentire libero di vederlo come problema e di esporlo così. Sulla sessualità questo non avviene; dentro al ruolo professionale si fa fatica a trovare una possibilità (uno spazio/tempo) anche semplicemente per dire: mi sento così.
I meccanismi che emergono nei gruppi vengono fuori come se fosse una prima volta, magari perché per molti è davvero una delle prime occasioni per parlare di certe situazioni. Negli altri corsi non c’è questo sentire che quasi per la prima volta puoi dare un nome a quello che tu senti. Su questo il vissuto dell’operatore è molto forte.

Pesci. La sessualità è un tema che sottolinea e rende più visibili elementi che attraversano altre tematiche e che fanno parte dell’operatore, del suo mettersi in relazione e prendersi cura dell’altro. La sessualità, rendendo più visibile alcuni meccanismi, porta a riflettere su cosa significa lavorare in una professione in cui tu ti prendi cura dell’altro che si propone come bisognoso e dipendente e in cui in qualche misura ci si sostituisce alla famiglie. Il tema della sessualità non è un tema ristretto, non può essere legato ad un apporto solo tecnico e specifico ma anzi permette di ragionare ad ampio raggio sul senso del proprio ruolo e delle proprie azioni, all’interno della dimensione ampia della relazione di aiuto e di cura e nei suoi collegamenti sia con altri importanti interlocutori come la famiglia, sia con alcune tappe dello sviluppo personale particolarmente significative come l’adolescenza o la conclusione di quella che è definita età evolutiva.

Il contributo pedagogico e quello psicoanalitico

Lenzi. Per capire meglio il lavoro che proponiamo è importante chiarire i rapporti fra il contributo psicoanalitico e quello pedagogico. Anche perché fra gli approcci psicologici, quello psicoanalitico è generalmente quello che si è avvicinato meno alla pedagogia e viceversa. Anzi per lungo tempo sono stati quasi antagonisti. L’esperienza dei corsi ci dice non solo che è possibile tenere accostati questi due contributi ma è necessario.

Maselli. Man mano che il discorso all’interno dei gruppi si sviluppa e procede verso uno scambio e confronto più attivo due concetti vengono alla luce "sessualità " e "disordine" dando vita ad una riflessione più ampia. L’affermazione che la sessualità è disordine rimanda a mio avviso alla complessità della relazione educativa. Quando siamo in una relazione educativa siano in una situazione di complessità, che non è l’elogio della complicazione ma è la consapevolezza della compresenza di molte dimensioni (emotive, organizzative, formative...). Ragionare in termini di complessità significa anche riappropriarsi di una dimensione precisa come è quella delle emozioni che in alcuni approcci pedagogici viene negata in nome di una presunta scientificità. Ciò che privilegiamo è il punto di vista del vissuto dell’operatore perché la comprensione dell’altro passa dal riconoscimento delle tue emozioni. Questo è un aspetto che ci accomuna: l’idea che lavorare in educazione vuol dire avere a che fare con una dimensione che non è sempre prevedibile. E questo vale per gli adulti come per i piccolissimi. Il tema della sessualità mette in luce proprio l’aspetto dell’imprevisto, ciò che non riesco a codificare. Spesso la sessualità fa esplodere in modo macroscopico elementi che sono legati alla fatica di governare l’imprevisto di stare dentro alla relazione che ci chiede di fare i conti con molte componenti.

Di Pasquale. Ripensando a come è nata la proposta di coniugare i contributi pedagogici e psicologici due elementi hanno funzionato da stimolo nel farmi pensare a questa collaborazione in termini di crescita ed arricchimento reciproco e mi hanno convinta della possibilità di riuscire a conciliarli. Il primo elemento si richiama all’idea di ricongiungimento delle parti, rimettere insieme, restituire un armonia al dentro e al fuori. "Ciò che mi succede dentro ma anche come tutto questo ha anche un forte riflesso su quelle che sono le mie azioni, le mie strategie, i modi visibili". Questo per evitare la frattura di un approccio psicologico che indaga la dimensione intima non riuscendo a coniugarsi con la possibilità di essere ricondotta all’esterno e di una pedagogia vista come scienza dell’azione che lavora in modo separato sulle sfere esterne. Un elemento di forza del percorso formativo è proprio il tentativo di tenere unito nella formazione ciò che nella quotidianità è davvero inscindibile.
L’altro elemento convincente è il desiderio, il tentativo di trasformare la richiesta che viene dai partecipanti del "sapere sull’altro" (voglio sapere delle cose sull’altro perché comunque il problema, la sessualità è dell’altro) in: vediamo come questa situazione tocca me, cosa fa risuonare in me. Capire cosa può rappresentare per me. Se tocca qualcosa nell’altro tocca qualcosa anche di me. C’è in questo un forte richiamo alla dimensione pedagogica della relazione educativa come profondamente implicante: implica l’altro ma tira dentro anche me. Non si può guardare l’altro senza tenere conto che ci sei anche tu dall’altra parte.

Il gruppo come risorsa

Maselli. Un’altra cosa che ho sperimentato come elemento di crescita comune con i partecipanti è la possibilità di prendersi un tempo. Tempo per aspettare le risposte che vengono dal gruppo, ma anche un tempo che è fatto di silenzi, di pause di riflessione. Se chi conduce il percorso ha in mente una idea di "formatore" che fornisce risposte immediate il tempo dell’attesa può essere vissuto con un forte senso di disagio e di frustrazione. Ma se la prospettiva è quella di dare corpo ad un lavoro che cerca di fare dialogare le varie forme di sapere allora la maggior ricchezza sta proprio nella possibilità di avere più sguardi sulla situazione.

Pesci. Questa idea del gruppo come risorsa costituisce un forte parallelo con l’operare quotidiano, del rapporto fra l’operatore e l’utente. Da una parte è chiamato a dare subito risposte e dall’altra avverte la necessità di darsi un tempo in cui è ancora necessario comprendere. Un tempo non fatto di vuoto ma di risorse che si devono mettere in moto, rendersi visibili attraverso l’apporto dei pensieri delle diverse persone.
Come conduttrici ricerchiamo l’equilibrio fra il soffermarsi su alcune questioni in qualche modo già preordinate e il saper seguire le direzioni che il gruppo prende nel momento in cui sta elaborando e discutendo per vedere dove porta quella riflessione, dove porta quella situazione. Arrivando magari a qualcosa d’altro che non era previsto. In questo vedo molto un collegamento fra un approccio educativo-pedagogico e un approccio psicoanalitico legato alle emozioni. Mediare in modo tale da non essere sempre e solo in balia di emozioni che poi non sai governare, in te e nell’altro, e nello stesso tempo non essere sempre dietro ad un percorso che avevi già pensato anticipatamente.

Maselli. E’ un po’ come ridare dignità ad una dimensione lasciata ai margini. E’ anche fare lo sforzo di evitare che un tema come questo diventi terreno di parcellizzazione, esclusivamente specialistico "Occuparsi di una parte di quella persona".

Pesci. In effetti la sessualità è una dimensione molto nascosta che idealmente si tende a percepire come separata nella relazione che spesso viene vista, sia dall’istituzione che dalle persone interessate, come asessuata.

Lenzi. Mi sembra che il primo livello possa essere sintetizzato come "ripartire dall’operatore" che all’inizio è la cosa che li lascia più sbalorditi ma che poi alla fine del corso può diventare davvero la loro prima risorsa, capire che dentro di loro c’è in qualche modo anche la risposta. Nel loro modo di essere c’è anche la visione della relazione con l’altro ma c’è anche la possibilità di modificare la relazione con l’altro. Lavorare sull’operatore non significa solo metterlo in crisi ma ritrovare nelle risposte che ognuno si è dato un punto di partenza per la quotidianità.

Maselli. Nel passaggio dal primo al secondo livello questi aspetti si rafforzano e precisano ulteriormente. Il tentativo è quello di mettere in luce le competenze , gli strumenti che gli operatori già hanno. Ricordo un contributo di Giancarlo Rigon, neuropsichiatra, in cui ripensando al lavoro svolto nei gruppi di supervisione afferma." Sono persone che lavorano nei servizi territoriali, sono persone che sanno fare cose straordinarie e spesso le fanno perché sono capaci di misurarsi con un’entità, qualità e variabilità ai problemi ai quali viene mediamente data una buona risposta mettendo molto spesso, in questa ricerca di risposte, il meglio di sé, trovando soluzioni originali e qualificate. Il rischio di queste esperienze è che vengano sottostimate dalla stessa persona che le realizza, non considerate nel loro valore clinico."
In questo senso tutti i due i percorsi vogliono essere prima di tutto un luogo in cui condividere pratiche e pensieri sul ruolo e sul lavoro che si conduce.

Di Pasquale. Il parallelo fra ciò che succede in formazione e ciò che caratterizza la quotidianità dell’operatore è da una parte un punto di qualità di una prospettiva formativa che non si vuole circoscritta all’idea del dare forma all’altro ne ad una didattica della sessualità e dall’altra un punto di criticità. Questo parallelo in alcune persone può essere evidente: io imparo non solo perché tu mi dici delle cose ma perché condivido un tempo e rivivo, seppure in forma sintetizzata, meccanismi e dinamiche che avvengono in ogni gruppo di lavoro ma non è certo un processo di comprensione scontato per tutti. Quando la formazione non vuole essere solo trasmissione di contenuti ma condivisione di tempi e spazi, parole e silenzi e riflessione su ciò che accade necessita di tempi lunghi per essere compresa, diventa una sorta di percorso di accompagnamento. Non è un caso che anche noi abbiamo pensato ad uno stage di approfondimento, per continuare a lavorare sulla possibilità di un gruppo di essere tale, con tutta la fatica e la risorsa che questo porta con sé.

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Sessualità