Handicap e gioco

01/01/1999 - Roberto Ghezzo

C’è una accezione della parola handicap che ha caratteristiche di positività e la traduciamo con la parola difficoltà. Positiva perché se noi riusciamo a connettere l’handicap-difficoltà ad un gioco allora scopriamo il valore dell’handicap, valore che non esiste in sé ma esiste in quanto inscritto in un sistema di regole, in un sistema di giocoProviamo a ripensare al collegamento tra handicap e deficit in relazione al gioco, tema che già da un po’ stiamo tentando di affrontare sulle pagine di HP. Premetto che ci sono molti tipi di giochi (noi abbiamo preso in considerazione in questo caso soprattutto quelli con regole) e come dice Wittgenstein, non esiste una unica logica sottesa a tutti i giochi linguistici, non esiste il Gioco dei giochi, che racchiude in sé il significato di tutti gli altri. In altri termini non pretendo di dire la verità ultima sul gioco perché equivarrebbe a svelare il mistero della natura umana ma a esplicitare alcuni meccanismi di funzionamento, alcune connessioni tra handicap e gioco.
Esistono due accezioni della parola handicap: una sicuramente negativa, tradotta con i termini svantaggio e ostacolo. In questa accezione l’handicap va per quanto possibile ridotto, va combattuto con tutta la creatività di cui siamo capaci.
Ma un’altra accezione della parola ha caratteristiche di positività e la traduciamo con la parola difficoltà. Positiva perché se noi riusciamo a connettere l’handicap-difficoltà ad un gioco allora scopriamo il valore dell’handicap, valore che non esiste in sé ma esiste in quanto inscritto in un sistema di regole, in un sistema di gioco.
L’handicap è come il sale, elemento non affrontabile in sé ma fondamentale se si riesce a connettere ad altro, ai cibi: da ciò trae il suo valore. Già da tempo diciamo che dell’handicap in quanto tale non ci importa nulla semplicemente perché, in sé, l’handicap non ha senso. L’indifferenza, tanto combattuta e stigmatizzata, verso il cosiddetto “mondo dell’handicap” è giustificata, anche solo per il fatto che questo mondo non ha senso di esistere, o per meglio dire è disabitato, come Cartagine è stato distrutto e sopra i Romani hanno cosparso il sale. Qualche volta la sensazione che si prova ad entrare in un centro residenziale per soli disabili equivale ad addentrarsi in una salina, in una landa desolata senza vita.

Bianchi e Neri

La categoria del gioco diventa allora fondamentale. Ma proviamo ad approfondirla meglio: in che rapporto sta l’handicap-difficoltà con le regole del gioco? La prima cosa interessante da riscontrare è questa: da un certo punto di vista si ribalta la concezione per cui l’handicap deriva dal deficit in rapporto all’ambiente. In realtà in ogni gioco c’è già un handicap-difficoltà di vario tipo. Ogni gioco che merita questo nome ha in sé una difficoltà che costituisce il sale del gioco. L’handicap, nell’accezione di difficoltà, preesiste al deficit. Quello che si chiama deficit è uno scarto tra un elemento del gioco e le regole o le condizioni abitudinarie e usuali per poter giocare. Pensiamo al gioco degli scacchi: ogni giocatore parte con lo stesso numero e tipo di pezzi. Il Bianco ha le stesse potenzialità del Nero (a parte un leggero vantaggio iniziale per il fatto di fare la prima mossa). Proviamo ad introdurre un deficit: togliamo ad un giocatore, ad esempio al Bianco, una torre. Dal punto di vista del “materiale” si è creato uno svantaggio per il Bianco. In una partita tra due giocatori a pari livello di “abilità” la situazione del Bianco sarebbe già compromessa. Man mano che cresce il livello di abilità dei giocatori, e diminuisce l’incidenza del caso, della fortuna nel gioco, questo deficit diventa sempre più determinante. Un GM (grande maestro) di scacchi contro un GM che gioca con una torre in meno fin dall’inizio della partita ha quasi il 100% di probabilità di vittoria (a meno che non commetta una svista madornale e non giochi al suo livello). Abbiamo con questo esempio due tipi di handicap: un handicap preesistente al deficit, la difficoltà nel gioco degli scacchi, ciò che rende appassionante il gioco, e dall’altra una ulteriore difficoltà determinata dal deficit di un giocatore, difficoltà che in questo caso è realmente uno svantaggio tutto a carico però di un unico giocatore. C’è infatti da osservare che questo svantaggio si tramuta in vantaggio per il giocatore avversario che di fatto si trova ad avere un pezzo in più.

La vita è bella

Ma dobbiamo analizzare meglio la questione. Se ci pensiamo bene, qual è lo scopo del gioco? Si gioca a scacchi per mille motivi, ma il più importante sicuramente è la bellezza stessa del gioco: c’è un piacere di giocare. Ne “La vita è bella” di Benigni è evidente la ricerca di senso nelle cose, nei giochi che ci troviamo a vivere per varie ragioni. La ricerca di senso è il dato più importante, quello che è importante è il piacere di giocare, il piacere di condizionare e non solo essere condizionati dagli avvenimenti. Non è a questo punto nemmeno il gioco ad essere determinante ma la ricerca di senso nelle cose che accadono. Di fatto, da dati apparentemente oggettivi si arriva, nella storia raccontata dal film, alla ristrutturazione del significato. Ricordate la scena in cui il tedesco del campo di concentramento illustra le regole del campo e di volta in volta Benigni le traduce in un gioco per il proprio bambino? E’ importante il gioco ma è più importante il perché si gioca, la bellezza che sta nel gioco, che non va ridotta al gioco stesso, non va confusa con il gioco. Il soldato tedesco vuole imporre un sistema di regole: il padre-Benigni non accetta di giocare a quel gioco e lo cambia. La sua genialità sta nel cambiare il gioco apparentemente lasciandolo immodificato: lasciando immodificati i “dati oggettivi” ma trasfigurando totalmente agli occhi del figlio il significato di questo dati. Il soldato tedesco vuole fare paura perché lui rappresenta la razza superiore: nel gioco di Benigni il soldato tedesco vuole fare paura perché non vuole che il bambino vinca il carrarmato.
Se un gioco non valesse più la pena di venire giocato evidentemente dovremmo cambiare le regole o cambiare (come Benigni) il significato al gioco, perché non è l’uomo per il gioco ma è il gioco per l’uomo. La vita è un insieme di giochi ma non è la risultante di questi giochi: nessun gioco è assoluto ma la vita sì. Ecco perché il film di Benigni non si intitola “Giocare è bello” ma “La vita è bella”. Se il gioco diventa l’assoluto si rischia di fare la fine del medico tedesco che è talmente preso dai suoi indovinelli e giochi di parole, tanto da perdere il contatto con la realtà, disumanizzandosi.

Adattare, inventare, integrare

Se la presenza di un deficit impedisce di giocare abitudinariamente un gioco ci sono alcune strade possibili. La prima è una non-strada, cioè si smette di giocare: l’handicap del secondo tipo, ovvero lo svantaggio causato dal deficit, è talmente aumentato che conviene non giocare. E’ una specie di suicidio del gioco stesso. Ciò avviene perché si assolutizza il gioco, ovvero si ritiene che non sia tanto importante chi gioca e la sua ricerca di piacere e di senso, ma sia importante il gioco stesso. Se non ci sai giocare, amen...torna un’altra volta, torna in un’altra vita, sono problemi tuoi. L’altra strada è il gioco adattato, ovvero giochiamo lo stesso gioco ma cambiando le regole, introducendo degli ausili che permettono comunque di giocare nel modo più simile al gioco originario. Una ulteriore strada è il gioco speciale, ovvero si inventa un gioco che una persona con deficit riesce a fare, un gioco completamente nuovo e originale. Sto riproponendo la classificazione delle discipline sportive per disabili: le specialità degli sport adattati (il basket in carrozzina eccetera); gli sport speciali (il torball, ad esempio, giocato solo dai ciechi). Esiste una terza distinzione: gli sport integrati, giocati sia da atleti normodotati che disabili (gli unici due esempi per ora sono il calcio in carrozzina e il calcio a sei).
Ciò che alla fine è essenziale è il giocare, non l’insieme dei giochi storicamente esistenti. Giocare ovvero sperimentare la bellezza nel gioco, chiamiamolo il piacere del gioco.

Handicap, deficit e piacere

Nei giochi con regole il piacere è dato da una equilibrata interazione tra handicap e regole e l’handicap è determinato dalla connessione tra le abilità-potenzialità e le regole (il limite). Come si è detto prima, se l’handicap aumenta troppo o diminuisce troppo non ci si diverte. Esempio: tra due giocatori di scacchi ci si diverte quando i giocatori hanno le stesse abilità visto che le potenzialità, nel senso dei pezzi in campo, sono uguali. Il divertimento nasce da un confronto possibile tra due giocatori, tra due abilità. Se un maestro di scacchi gioca con un dilettante può trar piacere per molti motivi ma da un punto di vista strettamente scacchistico non si può più di tanto divertire perché vince facilmente. Per lo stesso motivo il dilettante si sente schiacciato dalla superiorità del maestro, e va incontro ad un risultato scontato della partita. E’ interessante notare che se in questo caso affibbiamo un deficit al maestro, togliendogli una regina e privandolo così di forze “materiali”, allora forse questo riequilibra le sorti della partita, aumentando l’handicap-difficoltà del maestro e diminuendo l’handicap del dilettante. Paradossalmente in questo caso al deficit non corrisponde in realtà un handicap come svantaggio, ma un handicap più gestibile, meglio distribuito tra i giocatori. L’handicap aumenta il piacere della partita, perché il risultato non è più scontato. Un altro caso in cui si può tentare di equilibrare l’handicap in presenza di un deficit, si verifica quando, in una partita tra due giocatori equivalenti in abilità, togliamo una torre ad uno ma la togliamo anche all’altro. La somma di due deficit tra due avversari ricrea una situazione di equilibrio.
La conseguenza di questo ragionamento è che non è corretto dire, come invece diciamo, che mentre il deficit è oggettivo, immodificabile, l’handicap è soggettivo e in movimento, quindi si può diminuire o aumentare. Anche il deficit, sebbene sia più oggettivo, più misurabile, in realtà non esiste in sé ma nel confronto tra una normalità-abitudinarietà del gioco e una situazione di originalità (come nel caso della mancanza di un pezzo nella formazione del Bianco o del Nero, nel gioco degli scacchi). Oltre a questo, è sì giusto affermare che il deficit esiste in questo rapporto, ma ciò che ci interessa non è il deficit in sé ma il suo significato in rapporto al gioco, le conseguenze del deficit in rapporto al gioco. Arriviamo al caso limite in cui il deficit del maestro (che gioca senza la regina contro un dilettante) aumenta il piacere del gioco, equilibra le sorti della lotta tra Bianco e Nero, rende l’handicap-difficoltà gestibile. Possiamo dire che il significato del deficit dipende dalla qualità dell’handicap-difficoltà del gioco, dalla gestibilità di questo handicap.

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Gioco