Handicap al Sud

01/01/1997 - Andrea Tinti e Angela De Marinis

Intervistiamo Nunzia Copedè, autrice del libro autobiografico, Al di là dei girasoli, e responsabile del Centro studi informazione e tutela dei diritti dei disabili di lamezia terme, sulla situazione in generale dei disabili nel sud Italia.

Qual'è nel mezzogiorno, la situazione dei servizi sociosanitari riguardanti l'handicap?
Al sud vi è stato un boom del volontariato che ha contribuito molto a migliorrare la situazione. Da pochi anni si sono sviluppati deibuoni servizi soprattutto nelle scuole di Lamezia Terme, Reggio Calabria e nella provincia di Cosenza per mezzo delle associazioni di genitori. Ma per il resto la situazione è ancora critica: per fare fisioterapia i disabili sono costretti ancora ad andare a nord.

In passato l'handicap era considerato dalle famiglie come una vergogna, qualcosa da nascondere. Nel mezzogiorno esiste ancora questo retaggio culturale?
Poco, per fortuna al sud la mentalità, per mezzo dei privati, è cambiata ed anche i disabili possono uscire e possono essere anche protagonisti. Ci sono ancora pochi casi, come del resto in tutto il paese, di disabili che vengono "nascosti". C'è una gran voglia di uscire fuori, lottare e pretendere.

Quali sono le prospettive del disabile meridionale relativamente al "dopo famiglia"?
L’istituto soprattutto. Come alternativa le comunità: poi ci sono le RSA (Residenze Sanitarie Assistenziali) e i centri residenziali che non sono come le comunità e dove possono risiedere anche le famiglie.

Nel caso in cui un disabile voglia vivere per conto proprio, i servizi locali, quali aiuti forniscono?
Ci sono pochi casi di disabili con gravi problemi fisici che vanno a vivere da soli; rischiano molto, sono poco sostenuti anche essendo non autosufficienti
La comunità non è sempre una soluzione perché non riesce a risolvere i problemi di tutti. Il loro obbiettivo è quello di fare assistenza alle persone che vivono sole.
Un mio conoscente, con un deficit molto grave, ha scelto di vivere per conto suo; dalle comunità moltissime persone sono uscite per andare ad abitare per conto proprio. Questo è un fatto positivo.
Le persone che sono passate dalla comunità e che poi sono diventate autonome, hanno avuto modo di fare un’esperienza molto importante, che le ha aiutate nel passaggio verso l’autonomia.

E per quanto riguarda i servizi di assistenza alla persona, come funzionano?
L'assistenza alla persona: da noi è ancora un'utopia anche l'assistenza domiciliare.
Ci sono pochissimi che la fanno. Esiste soprattutto per gli anziani, ma per i disabili proprio molto poco e per pochissime ore al giorno.
Le amministrazioni non la finanziano perché non hanno soldi. L'hanno fatta per gli anziani; magari, se all'interno di una cooperativa di servizi per gli anziani c'è un disabile che la richiede, gliela fanno anche. Però poi deve stare a quegli orari. Non c'è un'assistenza che copre grandi fascie d'orari. Sta emergendo adesso una cultura dei servizi di assistenza che favoriscono l'inserimento della persona mantenendola in famiglia o in una struttura propria. Fin'ora c'è sempre stato più il discorso dell'inserimento nell'istituto o nella famiglia a carico comunque della famiglia. Il tema del "Dopo di noi" al sud sta scoppiando adesso molto forte, legato alla consapevolezza che disabili e associazioni hanno maturato in questo periodo.
C'è da dire anche che nel sud vi sono sacche di profonda povertà. Questo influisce in modo forte, nel senso che la famiglia, avendo grossi problemi economici, ha teso a tenersi la persona disabile in casa perché comunque portava una fonte economica sicura: la pensione e l'indennità d'accompagnamento. Questo ha creato grosse resistenze da parte delle famiglie a "liberare" i disabili; ancora adesso. Sinceramente mi lascia molto perplessa la proposta che per l'assistenza alla persona vengano dati soldi alle famiglie. Se la persona vive in famiglia si corre il rischio che l'assistenza venga fatta dalla famiglia stessa e non cambi niente per il disabile.

A tuo parere la ventilata trasformazione dello Stato in senso federale potrà migliorare il livello dei servizi alla persona ed in particolare a quella disabile?
Per quanto riguarda l'handicap, non possiamo dire che la regione Calabria non ha soldi per "attuare". Capita addirittura che i soldi tornino indietro allo Stato. Non vengono spesi perché non vengono fatti progetti. Per cui da una parte potrebbe essere un grosso stimolo se la Regione imparasse a collaborare bene con la associazioni sul territorio: potrebbe uscir fuori anche qualcosa di buono, ma se questo non avviene, allora credo che siamo messi molto male.

Pubblicato su HP:
1997/58