Guido parla al suo psicoanalista

01/01/2000 - Daniela e Giangiacomo Carbonetti

Guido mi attende in sala d'aspetto, impaziente, provvisto della sua tipica, indispensabile valigetta. E’ accompagnato dalla mamma come sempre. Il nostro è un incontro quindicinale regolare, tuttavia Guido mi chiede sempre, alla fine di ogni seduta, che gli scriva su un foglio la data del prossimo appuntamento, in grande e stampatello: così lo potrà leggere talvolta nei giorni che ci separano, malgrado la sua poca vista, e così potrà confortarsi nell'attesa. Guido tiene molto alla seduta, e mi accoglie sempre, quando vado a riceverlo, sorridente e smanioso di cominciare. A volte nel mio studio, traffica a lungo nei preparativi: si porta sempre nella sua valigetta un magnetofono, con cui registra scrupolosamente ogni seduta, da circa tre anni.
Ha così accumulato una sua riserva di cassettine fatte di incontri con me, dei racconti che mi fa, delle emozioni che ha provato, dei miei commenti, dei suoi e dei miei stessi sentimenti. Queste registrazioni credo facciano parte e forse definiscano la sua storia personale, che viene faticosamente scrivendo, addentrandosi, addentrandoci nel suo inconscio oltre l'opacità della rimozione, malgrado l'altra opacità e l'altra penombra e il limite apparentemente uniforme e doloroso della sua malattia.
Così Guido mi è apparso e mi appare ogni volta di più un bambino, ora un ragazzo straordinariamente vivo e conflittuale, che per me che faccio lo psicoanalista vuole dire ricco, dinamico, teso a dipanare ed a farmi leggere la sua storia, quella passata e quella che viene via via costruendo con la sua vita.
La festa dei diciott'anni: cosa farò da grande?
Ora è di fronte a me, il suo registratore è in funzione, mi chiede di leggergli
qualcosa che fa fatica a decifrare, ma finalmente racconta o piuttosto fantastica e associa:
“Ti ricordi dove eravamo rimasti?” mi domanda.
Confesso che mi emoziona sentirlo dire così, mi accorgo di come da tempo veniamo costruendo un filo, una trama, la sua storia appunto, sospinti dalla forza dei suo desiderio, muovendoci attraverso gli ostacoli delle sue paure e delle sue inibizioni, sempre più familiari però, sempre un po' meno rigide.
“ Ti ricordi la tua festa di compleanno, dei tuoi diciotto anni, gli amici invitati... “ gli dico.
Soddisfatto sorride; sa bene che ha solo sedici anni, ma il desiderio di essere grande è più forte. La mia complicità lo rallegra; mi raccontava infatti, e la riprende, la festa fantasticata dei suoi agognati diciotto anni. E’ in un paese della valle Leventina, dove è andato in colonia, e molti sono gli amici invitati. Minuziosamente li elenca, e descrive la loro sistemazione nelle camere dove saranno alloggiati: educatori, allievi, compagni. In ogni camera, e l'elenco è lungo, sistema almeno un giovanotto, una giovane donna e un ragazzo. Credo alluda a un incontro amoroso, a una scena primaria, una potenziale scena d'amore, osservata certo in modo celato e discreto, ma con gioia, con eccitazione. Qua e là quest'ultima esplode: Guido infatti talora scoppia in gioiose e buffe imprecazioni, grossolanamente sessuali, ride di gusto, mi osserva divertito mentre cerco di indicargli il piacere sfidante e trasgressivo che prova, l'imbarazzo o il rimprovero che vorrebbe suscitare in me. Ora il racconto della festa si interrompe: mi elenca il menu, anzi i menu dei pranzi e delle merende che con gli amici godrà o ha goduto. Per Guido il piacere del cibo è grande e fondamentale, e pur se i cibi sono semplici e ripetitivi, Guido ha letteralmente l'acquolina in bocca, e non di rado stimola il mio appetito: sento la forza del suo desiderio di vivere, la semplice vitalità del soddisfare gioiosamente un bisogno fondamentale, e accessibile con relativa facilità.
Ci saranno poi anche invitati importanti, uomini di stato, giornalisti; di essi Guido sente parlare al telegiornale: suoi ospiti lo festeggeranno insieme con i suoi amici reali. Curiosità e ambizioni sono in Guido sempre più forti: sempre di più egli mi comunica il suo desiderio di far parte del mondo degli adulti, dei grandi.
Naturalmente ci sarà alla sua festa anche della musica, della buona musica: allora mi chiede di scrivergli elenchi accurati di cantautori e delle loro canzoni. Accenna più volte a qualche motivo, contento più che mai se lo conosco e lo intono con lui.
Alla grande festa che mi descrive non prevede che partecipino i suoi familiari, né suo padre, né sua madre, né Giovanni, il fratello minore. A me riserva un posto di riguardo alloggiandomi per la notte in una camera con una educatrice, che in verità non conosco, e i soliti comprimari.
L'assenza dei genitori è non di rado giustificata con un:
“ Sono morti!” che non ammette repliche e non prevede sentimenti di tristezza; piuttosto sa di «me la devo cavare anche senza di loro, che d'altra parte spesso mi infastidiscono con le loro richieste».
Se gli chiedo di Giovanni mi risponde secco:
“ Lascia perdere! “
Tuttavia mi descrive con eccitazione un curioso incidente che accade durante la festa, a pranzo o mentre fanno merenda: un certo Giovanni (non il fratello dunque, tuttavia omonimo), ragazzino terribile, si diverte, e Guido lo mima e ripete in prima persona le sue parole, si diverte, dicevo, a fare un chiasso indiavolato e a provocare con parole volgari e dileggi i presenti. In questa vicenda di identificazioni e di proiezioni (cioè di attribuzione ad altri di proprie emozioni) evidentemente Guido è ora alle prese con l'aggressività, sia quella secondaria sotto forma di invidia e gelosia per il fratello più piccolo, sia quella primaria, dunque per dir così l'istinto aggressivo come tale. Il mio interesse per la storia che mi racconta è dunque particolarmente grande; sono curioso quanto mai delle vicissitudini delle difese nei confronti dell'impulso aggressivo.
Dunque Guido continua: il cattivo comportamento di Giovanni è tale che una educatrice prima ed un educatore poi sono costretti ad allontanare il reprobo. L'agitazione?eccitazione di Guido è al colmo, rivolto all'irriducibile trasgressore grida:
” Vattene via, di fuori, a dormire da solo nel prato, dove è buio e dove nessuno ti sentirà quando piangerai! “
Riflettendo infine un attimo, Guido conclude:
“Ti mandiamo via, ti rimandiamo dalla tua mamma! “
Dico a Guido che così Giovanni si perderà la festa e i bei programmi previsti durante la colonia, e aggiungo che per Giovanni tornare dalla mamma più che una gioia appare una punizione e una sconfitta. Guido tace un po', quindi con convinzione mi dice:
“Certo è così, sono d'accordo! io invece in Leventina farò uno stage, imparerò a tagliare le piante nei boschi.”
Mima il gesto e mi chiede di imitarlo. Lo faccio e gli dico:
“Tu Guido vuoi fare il boscaiolo! Altroché birichinate... “
Mi risponde con entusiasmo:
“ Certo, si dice così, il boscaiolo! “
Ecco dunque un buon modo per impiegare l'aggressività e diventar grande, penso io.
E’ il termine della seduta. Ma per Guido gli elenchi di videocassette, cassette musicali, storie, canzoni e cantanti, non sono mai completi, non sono mai finiti, la seduta non sarebbe mai finita. Da tempo per convincerlo a separarsi da me ricorro ad una piccola e dolce violenza: gli faccio trovare un dolce, una brioche, che addenta di gusto mentre gli scrivo su di un foglio in grande la data dei prossimo appuntamento.
Sono passati quasi tre anni dalla prima seduta; Guido è un giovanottino robusto, simpatico; sento che Guido ha dentro di sé fiducia e speranza, più di quanto avesse agli inizi: erano allora più evidenti le sue paure e le sue inibizioni. Non è più il bambino malato, spaurito di qualche anno fa.
Certamente Guido mi ha qui portato il mondo dei suoi conflitti inconsci, e mi ha chiesto di considerarli tali, come un qualunque ragazzino nevrotico. Così il suo interno paese straniero è diventato oggetto della nostra curiosità, dei nostro interesse, del nostro studio semplice ma appassionante.
Ora il suo mondo interiore di aspirazioni, di desideri e certo di ansie e di dolore, ma soprattutto di gioia e di voglia di vivere, tutti questi sentimenti sono entrati a far parte di più della sua identità, del suo esserci, della sua consapevolezza. Guido mi ha via via dato la percezione di una sua particolare, e vorrei dire segreta consapevolezza: quella di una sua identità diversa, in filigrana sofferta ma accettata anche con le sfide che pone, e le gioie che infine può dare.
E’ così che in Guido il sentimento della solitudine dell'individuazione ha dei colori sfumati e teneri, dei suoni misteriosi e familiari insieme, un sapore ghiotto come nel corso della mia esperienza non avevo incontrati mai.

(*) tratto da Daniela e Giangiacomo Carbonetti, Vivere con un figlio down, Franco Angeli Editori

Pubblicato su HP:
2000/75