Guardie e principi: il gioco di ruolo

01/01/2004 - Elisabetta Zanardi

Era trascorsa una settimana dall’incontro con il Calamaio e i bambini erano come sempre impazienti per il ritorno dei loro nuovi amici, ma al tempo stesso dispiaciuti del fatto che, almeno per questo anno scolastico, sarebbe stata l’ultima volta che li avremmo incontrati. Anche se gli animatori non ci avevano lasciato piste di approfondimento, come era accaduto tra il primo e il secondo incontro, per tutta la settimana gli avvenimenti, le esperienze e le scoperte del pomeriggio trascorso insieme erano stati oggetto di dialogo e confronto sul quale avevo organizzato attività didattiche mirate.
Pur non avendo né dolci né sorprese o cartelloni da mostrare agli animatori, molti bambini avevano preparato bigliettini e disegni da regalare a Stefania e, all’arrivo in classe del Calamaio, tutti si sono accalcati per dare, chiedere o domandare qualcosa. Per molti bambini la felicità e la gioia di ritrovarsi e di poter trascorrere un’altra giornata insieme era in qualche modo velata dalla tristezza perché, come ben sapevano, si trattava dell’ultimo incontro. Ciò traspare chiaramente da quello che hanno riportato, in seguito, sui loro quaderni:

“Quando Stefania è entrata in classe ho notato che era di buon umore, che sorrideva ed era felice di vederci, io invece ero quasi triste perché sapevo che era l’ultimo incontro.” (Thomas)
“Il Calamaio era tornato, che gioia! Li stavamo aspettando da una settimana ma poi il tempo è volato e quando se ne sono andati mi sono commossa pensando che era l’ultima volta che ci vedevamo e ho provato un po’ di nostalgia.” (Elisa)
“Ero molto felice di vederli e quando sono entrati in classe mi è venuto in mente che la prima volta che avevo visto Stefania mi aveva fatto dispiacere perché lei è disabile. Adesso invece ero dispiaciuta perché sapevo che non sarebbero più tornati.” (Elena)

Dopo i saluti, la consegna dei biglietti e dei disegni, abbiamo preso posto nell’aula, dove avevamo sistemato le sedie in cerchio allontanando la cattedra e i banchi, e ci siamo seduti insieme agli animatori del Calamaio. Senza fornire ai bambini alcuna spiegazione, Stefania ha indossato la corona e il mantello del Sovrano dei Sovrani e ha chiesto loro se la riconoscevano.
“Certo, sei il Sovrano dei Sovrani!” hanno risposto in coro i bambini che, ligi alle regole del gioco, si sono immediatamente inchinati.
Stefania ha annuito e ha poi spiegato che il Sovrano era ritornato per un motivo molto importante: doveva nominare nuovi re e regine per alcuni regni che si erano aggiunti ai suoi possedimenti ma, per fare questo, li avrebbe sottoposti a una prova. Ha quindi chiesto ai bambini se volevano giocare ottenendo come risposta, ovviamente, un coro di consensi. Stefania ha così proceduto dividendo la classe in due gruppi: il primo costituito dalle sue guardie personali, scelte per i loro meriti e la fedeltà, il secondo formato da principi e principesse che, sottoponendosi alla prova, sarebbero potuti diventare re e regine.
Il gioco delle guardie e dei principi si ricollega strettamente allo sfondo integratore dell’intero percorso, sia per la presenza del Sovrano dei Sovrani, motore di tutte le attività, sia perché la stessa prova era stata superata, come ha in seguito chiarito Stefania richiamando in causa la fiaba, anche da Re 33. Prendendo spunto dalla fiaba, viene proposto ai bambini un gioco di ruolo che ha la funzione di inscenare una situazione di handicap, di difficoltà derivante da uno o più deficit, vissuti all’interno del gioco come reali, e consentire così di sperimentare in prima persona, in termini cognitivi ma soprattutto affettivi, un’esperienza di svantaggio.
Un giocatore, che impersona un principe o una principessa, esce dall’aula mentre all’altro, la guardia, vengono date precise istruzioni: deve restare immobile, non può parlare, può comunicare solo con gli occhi o con dei cenni e ha alcune necessità, ad esempio deve togliersi o mettersi un indumento, ha sete o fame, ha una scarpa slacciata oppure gli serve un libro o un oggetto. In qualche modo la guardia dovrà riuscire a comunicare i suoi bisogni all’altro giocatore che, rientrato in classe, dovrà a sua volta aprirsi al dialogo con modalità del tutto nuove.
Il gioco impegna una coppia per volta e gli altri bambini ricevono l’indicazione di osservare con molta attenzione quello che avviene tra la guardia e il principe senza però interferire con aiuti o suggerimenti e senza distrarre i compagni: per rendere più efficace la consegna, ai bambini viene chiesto di rappresentare il muro della torre all’interno della quale si svolge la prova, sotto lo sguardo attento del Sovrano dei Sovrani, e di ricordare le loro impressioni e considerazioni.
Generalmente, all’inizio la situazione è molto comica perché ricca di malintesi, al bambino verrà fatto un po’ di tutto prima di riuscire a capire quali siano le sue esigenze. Appare subito evidente come non sia facile entrare in contatto con l’altro appena si è privati dei propri usuali mezzi di comunicazione, ovvero del linguaggio verbale: entrambi i giocatori dovranno inventare un linguaggio nuovo, che tenga conto della reciproca diversità e dovranno anche fare i conti con le proprie resistenze a mettersi in gioco e ad ascoltare l’altro.
Sono necessari molto impegno e creatività, da parte di chi impersona il portatore di deficit, per riuscire a farsi comprendere, accettare la frustrazione dei tentativi falliti, guardarsi dentro per capire quali potenzialità possono essere utilizzate e sviluppate; ma sono necessari molto impegno e creatività anche per chi deve capire, per accettare l’impotenza iniziale e le difficoltà di intesa. L’originalità del gioco sta nel vivere queste difficoltà da dentro, sulla propria pelle: i bambini posti nei panni del disabile provano il disagio di non essere compresi, e spesso considerati, dalle persone fisicamente sane; i bambini che aiutano scoprono la difficoltà di affrontare forme di comunicazione diverse dalle usuali e il disagio che si prova nel non comprendere i bisogni dell’altro.
Il gruppo che osserva coglie la relazione nel suo insieme e, generalmente, arriva a due importanti conclusioni:

  • la difficoltà appartiene a entrambi i giocatori, al disabile così come al normodotato;
  • il disagio è determinato dal non riuscire a esprimersi in modo intelligibile ma anche dal non cogliere le comunicazioni che provengono dall’altro.

Questo gioco è uno strumento molto efficace per conoscere e sperimentare personalmente lo svantaggio, per fare esperienza della diversità, per riflettere sull’importanza della creatività per risolvere le difficoltà derivanti dai propri e altrui limiti, per imparare a rapportarsi autonomamente alle situazioni nuove e insolite.
Attraverso il gioco è possibile inoltre illustrare la differenza tra deficit e handicap, e sottolineare che un giocatore senza deficit oggettivi può avere più handicap del giocatore con deficit.
Dopo aver diviso la classe in due gruppi, Stefania ha chiesto un volontario da entrambi: senza sapere che cosa avrebbero dovuto fare, molti bambini hanno alzato la mano chiedendo di partecipare; Stefania ha indicato Sebastiano nel gruppo delle guardie e Rita in quello dei principi. Ha poi chiesto a Rita di uscire dall’aula e ha spiegato in che cosa consisteva il gioco: Sebastiano, seduto su una sedia al centro dell’aula, avrebbe dovuto fingersi disabile e non avrebbe potuto parlare, fare cenni col capo, muovere gli arti a eccezione della mano sinistra, ma avrebbe dovuto comunicare alla principessa due diversi bisogni, nel caso specifico chiudere un armadio e dargli da bere, inventando un nuovo codice di comunicazione. Dalla sua bravura dipendeva il buon esito della prova, che in caso di superamento, avrebbe permesso a Rita di diventare una nuova regina. Agli altri bambini Stefania ha chiesto di osservare con attenzione la relazione tra la coppia di compagni impegnati nel gioco in assoluto silenzio, senza dare aiuti o suggerimenti, e di impersonare le pareti della torre del castello che, come si sa, non parlano e non ridono.
Dopo aver fatto alcune prove, per permettere a Sebastiano di sperimentare i deficit di cui era, all’interno del gioco, portatore, è stata fatta entrare Rita che era ancora all’oscuro di tutto. Trattandosi della prima coppia, Stefania ha spiegato a Rita che si trovava di fronte a una guardia disabile che aveva due precise necessità che lei avrebbe dovuto soddisfare per superare la prova, ma non ha fornito alla bambina alcuna indicazione sul tipo di deficit di Sebastiano. Gli altri bambini, seguendo scrupolosamente le istruzioni ricevute, osservavano la scena in assoluto silenzio.
Per prima cosa Rita, in modo assolutamente naturale, ha cominciato a fare domande al suo compagno, che teneva la testa abbassata e non la guardava, per paura di lasciarsi sfuggire sguardi o movimenti che non poteva fare; di fronte all’atteggiamento di Sebastiano, Rita ha immediatamente capito che la guardia non poteva parlare e ha incominciato lei a fare domande senza ottenere, in apparenza, alcuna risposta. Sebastiano ha intuito che poteva rispondere affermativamente o negativamente alle domande di Rita con l’unica parte del corpo che poteva utilizzare, cioè la mano sinistra, e ha iniziato a muovere l’indice, cosa di cui però Rita non si è accorta subito. Sono stati momenti difficili, la guardia immobile e compressa nel suo silenzio, scoraggiato dalle difficoltà che la sua situazione gli procurava e la principessa, impotente di fronte al silenzio del suo interlocutore, che non riusciva a stabilire un contatto. Ma gli occhi di Rita si sono illuminati quando ha notato che Sebastiano indicava con l’indice l’armadio in fondo all’aula. Poiché l’armadio aveva un’anta aperta, Rita ha offerto a Sebastiano diverse opportunità tra le quali quella di chiuderlo; la guardia ha annuito con l’indice, Rita ha chiuso l’armadio e Stefania le ha comunicato che aveva superato la prima parte della prova, indovinando uno dei due bisogni della guardia.
È stato molto interessante notare come entrambi i membri della coppia si siano sentiti soddisfatti e sollevati nel momento in cui sono riusciti a stabilire tra loro un contatto: ciò ha permesso alla guardia di superare la frustrazione determinata dalla impossibilità di comunicare, alla principessa il disagio e l’impotenza generati dalla mancata comprensione dei bisogni dell’altro.
La seconda parte della prova, che consisteva nel dar da bere a Sebastiano assetato, è stata affrontata da entrambi i membri della coppia con maggiore entusiasmo, grazie alla gratificazione appena ricevuta: la guardia ha indicato a lungo la cattedra sulla quale, tra i numerosi oggetti, si trovavano alcuni bicchieri di plastica e una bottiglietta d’acqua. Non è stato semplice per Rita capire quale fosse il bisogno del suo compagno e quando finalmente gli ha chiesto se aveva sete, alla risposta affermativa dell’altro, ha creduto di aver superato la prova. Quando invece Roberto le ha dato un bicchiere pieno per metà di acqua e Stefania le ha detto di dissetare la guardia, Rita è rimasta un po’ perplessa ma non si è persa d’animo ed è riuscita a dar da bere a Sebastiano senza far cadere una sola goccia d’acqua.
La prova era così superata, il Sovrano dei Sovrani si è complimentato con entrambi i giocatori, mentre gli altri bambini, che come un vero muro erano rimasti in assoluto silenzio per tutta la durata del gioco, si sono sgolati per acclamare i compagni vittoriosi, commentando tra loro il gioco che si era appena concluso. Queste sono le impressioni che i protagonisti della prima prova hanno riportato sul quaderno il giorno seguente, dedicato come sempre alla rielaborazione dell’esperienza:

“All’inizio pensavo che non sarei mai riuscito a comunicare quali erano i miei bisogni perché non potevo parlare e potevo usare solo la mano sinistra. Non potevo nemmeno muovere la testa e così ho pensato di dire sì e no con il dito e mi sono stupito perché Rita ha capito subito il mio modo di comunicare… Quando ha capito che avevo sete mi ha dato da bere davvero, con un bicchiere ed è stata molto brava: non è caduta neanche una goccia! Alla fine ero contento e mi è quasi dispiaciuto lasciare il posto a un’altra coppia.” (Sebastiano)
“Sebastiano stava immobile sulla sedia e non mi guardava nemmeno in faccia. All’inizio ho pensato che non avrei mai capito di cosa aveva bisogno e siccome non parlava ho iniziato io a dire delle cose. Poi mi sono accorta che mi rispondeva con un dito della mano sinistra (che poteva muovere) e allora mi sono sentita meglio perché riuscivamo a comunicare… Con il dito indicava l’armadio che era aperto, ho pensato che volesse chiuderlo e ho indovinato il primo bisogno… Quando ho capito che aveva sete, Roberto mi ha dato un bicchiere con un po’ d’acqua e Stefania mi ha detto che gli dovevo dare da bere. È stato difficile ma ci sono riuscita e questo mi ha riempito di gioia. Il gioco è stato molto bello ed emozionante.” (Rita)

Dopo aver nominato Rita Regina 61 e aver attribuito una medaglia speciale a Sebastiano per la bravura dimostrata nel gioco, Stefania, senza lasciare tempo ai bambini di commentare troppo a lungo il gioco, ha chiesto altri due volontari. Fra i tanti che si sono proposti ha scelto Sara come guardia e Filippo dal gruppo dei principi.
Il gioco era già stato spiegato e non necessitava di ulteriori chiarimenti; così Stefania ha chiesto a Filippo di lasciare l’aula e ha dato a Sara le istruzioni: non poteva parlare, non poteva muovere la testa e le braccia, non poteva fare cenni col capo ma poteva utilizzare il piede destro. I suoi bisogni erano due: che Filippo spegnesse la luce e le mettesse la giacca di Stefania, appoggiata su un tavolo alle sue spalle.
Quando Filippo è rientrato, ha provato innanzi tutto a fare delle domande a Sara e, di fronte al suo silenzio ha capito che nemmeno questa guardia poteva comunicare verbalmente. Con un ottimo intuito ha subito compreso che doveva capire in che modo Sara potesse aiutarlo e ha continuato a farle domande, osservando con attenzione ogni sua minima reazione. Sara ha utilizzato l’unica parte del corpo a sua disposizione e ha incominciato a rispondere con il piede destro: mimando il gesto che normalmente si fa con le dita, Sara rispondeva negativamente muovendo il piede in orizzontale, affermativamente con un movimento verticale. Filippo ha capito quasi subito il linguaggio della sua compagna di gioco mentre ha impiegato più tempo per intuire gli oggetti che indicava. Sara ha indicato numerose volte le lampade appese al soffitto e l’interruttore situato di fianco alla porta dell’aula, rispondendo negativamente ogni volta che Filippo le chiedeva se doveva uscire dall’aula; alla fine il principe ha colto l’associazione tra le lampade e l’interruttore e ha capito che la guardia voleva che lui spegnesse la luce.
Anche in questo caso, aver capito il primo bisogno e aver, almeno in parte, superato la prova, ha determinato un mutamento nell’atteggiamento di entrambi i giocatori, soddisfatti e più sicuri di sé. È stata quindi la volta del secondo bisogno di Sara che, fingendo di avere freddo e indicando con il piede il tavolo sul quale era appoggiata una giacca, ha permesso a Filippo di indovinare cosa dovesse fare; il principe credeva di aver assolto il proprio compito indovinando il secondo bisogno ed è apparso un po’ turbato quando Stefania gli ha detto che doveva far indossare la giacca alla sua compagna. Sara è stata molto brava, si è lasciata a peso morto senza muovere gli arti e senza aiutare in alcun modo Filippo il quale, con qualche difficoltà è riuscito, tra le grida di incitamento degli altri bambini, a infilarle la giacca.
Come nel caso precedente, il superamento della prova è stato accolto da un’esplosione di gioia da parte di tutti, i giocatori e i bambini che osservavano e, tra l’ilarità generale, Filippo è stato nominato Re 45 e Sara ha ricevuto la medaglia delle guardie. In questo modo i due bambini hanno descritto la loro esperienza:

“Entrato in classe ho visto Sara sulla sedia, ho cominciato a farle delle domande ma lei non poteva parlare e mi sono molto scoraggiato. Ero preoccupato di non capire e ho provato anche un po’ di rabbia… Poi mi sono accorto che lei mi rispondeva ma usava il piede: se lo muoveva in orizzontale voleva dire no, in verticale sì e così ci siamo capiti. Voleva spegnere la luce ed è stato facile poi ho dovuto metterle la giacca perché aveva freddo. È stato difficile perché lei non si muoveva ma io ci sono riuscito lo stesso e ho provato una gran soddisfazione… Così sono stato nominato Re del regno 45!” (Filippo)
“Stefania mi ha detto che non potevo parlare, non potevo muovere la testa e le braccia ma solo il piede destro. È stato molto faticoso non poter parlare e stare ferma immobile, mi sono sentita come in gabbia e ho capito la difficoltà… Filippo è stato molto bravo e ha capito subito che comunicavo col piede, gli ho indicato la luce e il pulsante sul muro così ha spento la luce e insieme abbiamo superato la prima prova. Mi sono sentita sollevata, ero felice.” (Sara)

Stefania ha chiamato altri volontari ed è stata la volta di Lorenzo e Cristina, Najah e Alan, Elena e Thomas, Andrea e Francesca: il gioco ha interessato sei coppie su dieci, per un totale di dodici bambini.
Alcuni bambini non si sono offerti spontaneamente e hanno preferito osservare i compagni impegnati nelle prove; gli animatori del Calamaio, consapevoli che la caratteristica fondante di ogni gioco è la libera adesione, che nessuna attività ludica può essere imposta perché si trasformerebbe in un lavoro che ne snatura il carattere essenziale, non hanno insistito. Il gioco peraltro durava ormai da diverso tempo e i bambini avevano avuto modo di sperimentare personalmente o attraverso l’osservazione gli elementi che avrebbero sostenuto la riflessione proposta in seguito.
Al termine del gioco di ruolo, Stefania ha ripreso la parola e ha chiesto ai bambini che avevano partecipato personalmente alla prova di pensare alle sensazioni e alle emozioni che avevano vissuto nei panni delle guardie, dei principi e delle principesse, e agli altri, il muro della torre, alle considerazioni e alle impressioni nate dall’osservazione del gioco. Dopo aver lasciato loro un po’ di tempo per riflettere, ha chiesto a un volontario di dividere la lavagna in due parti, intitolandole a guardie e principi, e ha invitato i bambini a esprimere il loro punto di vista. Le considerazioni riferite sono state molto interessanti e hanno permesso di mettere in evidenza una serie di elementi che avrebbero poi guidato il seguito dell’attività.
Sia i principi che le guardie hanno espresso diversi sentimenti: fatica, difficoltà, rabbia, disagio, frustrazione, preoccupazione, ma anche divertimento, soddisfazione, gioia, felicità. Stefania ha lasciato che i bambini esprimessero con calma le loro emozioni, sollecitando il bambino a scriverle tutte alla lavagna, nella colonna appropriata. Quando i termini scritti le sono apparsi sufficienti, Stefania ha chiesto ai bambini se notassero qualcosa di particolare: molti di loro hanno subito osservato che, nelle due colonne, erano scritte le stesse parole, alcune connotate positivamente, altre negativamente.
Nel dialogo che è seguito, Stefania ha chiesto alle guardie e ai principi di spiegare quello che avevano provato ed è subito apparso evidente che le motivazioni erano profondamente diverse: per le guardie le emozioni negative erano legate al confronto con i deficit attribuiti loro nel gioco, che li avevano privati innanzi tutto del canale privilegiato di comunicazione, il linguaggio verbale, costringendoli a inventare modalità alternative sfruttando al meglio le potenzialità residue. Le difficoltà che i deficit determinano hanno provocato differenti reazioni nei bambini, alcuni dei quali si sono ingegnati per utilizzare le capacità rimaste e comunicare con il compagno o la compagna, mentre altri si sono inizialmente bloccati, hanno reagito, a livello emotivo, con un forte rifiuto, superato però da tutti, seppur con tempi diversi, nel corso del gioco.
I sentimenti e le emozioni riferite dai principi sono stati gli stessi, ma la rabbia, la frustrazione e la fatica sono in questo caso determinate dalla incapacità di entrare in relazione con l’altro e di soddisfarne i bisogni. Anche in questo caso il confronto con gli handicap, che i bambini hanno vissuto in prima persona, ha prodotto reazioni molto diverse: alcuni bambini hanno denotato un atteggiamento di rifiuto, prestando poca attenzione al compagno che nei panni del disabile si sforzava di stabilire un contatto con loro e focalizzando l’attenzione sul gruppo che osservava, sulle insegnanti e gli animatori del Calamaio senza riuscire, almeno inizialmente, a relazionarsi in modo costruttivo con la guardia; altri invece dimostravano la tensione e il disagio scherzando e ridendo in modo inopportuno. Si è trattato, comunque, solo del primo impatto: tutte le coppie sono riuscite infatti a comunicare tra loro senza alcun aiuto dall’esterno.
Stefania ha poi chiesto ai bambini di spiegare e motivare le emozioni positive, anche in questo caso le stesse sia per le guardie che per i principi: il divertimento ha dimostrato la riuscita del gioco, le altre sensazioni riferite da entrambi erano determinate dall’essere riusciti a comunicare per i primi e a comprendere per i secondi (anche questi termini sono infatti stati elencati), e per la coppia nel suo insieme nell’aver stabilito un contatto. Queste sono le parole scritte alla lavagna che i bambini hanno elencato:
PAROLE NEGATIVE

GUARDIE

PRINCIPI

fatica

disagio

disagio

imbarazzo

rabbia

difficoltà

difficoltà

impotenza

paura

rabbia

impotenza

ansia

stupore

preoccupazione

                                               PAROLE POSITIVE

GUARDIE

PRINCIPI

divertimento

curiosità

soddisfazione

divertimento

creatività

immaginazione

sollievo

gioia

comunicazione

comprensione

felicità

soddisfazione

L’analisi dei termini ha permesso di mettere in evidenza un aspetto importante: le difficoltà sono state vissute dalle guardie, che hanno sperimentato limiti e impossibilità derivanti dal deficit, ma anche dai principi, che non avevano però alcun deficit oggettivo. Nel loro caso infatti le difficoltà nascevano nel confronto con la diversità dell’altro, nella necessità di elaborare modalità nuove di relazione e comunicazione e nell’incapacità di farlo. In alcuni casi anzi, come i bambini hanno osservato, avevano avuto più difficoltà i compagni che ricoprivano il ruolo di principi e principesse, spesso bloccati dai deficit delle guardie, la maggior parte delle quali aveva dimostrato di saper attingere ampiamente alle proprie capacità creative, di reagire alle difficoltà generate dai deficit con forza e determinazione, senza lasciarsi scoraggiare.
Il gruppo, attraverso il dialogo guidato da Roberto e Stefania, è giunto così a una prima importante conclusione: le difficoltà fanno parte dell’esperienza di ogni persona e non sono direttamente collegate a deficit oggettivi, di natura fisica o psichica. Esse si determinano nel rapporto con la realtà esterna e con il mondo, nelle relazioni con le altre persone e, soprattutto, nel modo in cui ognuno le vive e le sperimenta. Lo spirito d’intraprendenza, la caparbietà, la conoscenza e l’accettazione di sé e dei propri limiti, ma anche delle proprie peculiarità, la capacità di attivare percorsi nuovi e creativi contribuiscono a ridurre le difficoltà fino quasi a farle scomparire e i deficit di cui ognuno è portatore, la loro gravità, influenzano solo in parte l’esito finale.
Il giorno seguente, quando ho chiesto ai bambini di raccontare sui loro quaderni l’esperienza vissuta con il gioco di ruolo, molti di loro hanno riferito queste considerazioni. Ne cito alcune, che mi sono sembrate molto significative, di bambini che non avevano partecipato al gioco in prima persona e ne avevano osservato gli sviluppi impersonando il muro della torre:

“Non ho alzato la mano per partecipare perché ero nel gruppo delle guardie e pensavo che era molto difficile far finta di essere disabile e avere tutti quei deficit… Alla fine del gioco ho scoperto che anche i principi avevano fatto fatica, forse anche di più delle guardie ma io non ci avevo pensato.” (Elisa)
“Questo gioco ci ha permesso di capire che tutti hanno delle difficoltà, non soltanto le persone con dei deficit. Hanno vissuto una situazione difficile sia le guardie che non potevano muoversi e parlare, sia i principi e le principesse che non avevano alcun problema fisico.” (Chiara)
“Io pensavo che solo le guardie erano in difficoltà perché erano disabili… Quando Stefania ha chiesto a tutti di elencare le emozioni mi sono molto stupito perché i principi e le principesse dicevano le stesse cose. Eppure loro erano normali.” (Matteo)
“Stefania ci ha fatto notare che sulla lavagna c’erano scritte le stesse cose poi ha detto ai miei compagni di spiegare le emozioni… Anche i principi hanno detto che avevano avuto molte difficoltà e questo all’inizio mi è sembrato strano.” (Vincenzo)
A partire da queste considerazioni, gli animatori del Calamaio hanno introdotto la seconda attività prevista per l’incontro: un approfondimento dei termini deficit e handicap, utilizzati fino a quel momento in modo indistinto, rivelando ai bambini il loro corretto significato e, di conseguenza, il loro corretto utilizzo. Al chiarimento terminologico ha fatto seguito una riflessione, supportata da un esempio pratico che ha coinvolto personalmente Stefania, sulla stabilità del deficit, sulla sua sostanziale immodificabilità e, per contro, sulla possibilità di aumentare o ridurre gli handicap che esso determina.