Donne con le gonne - Graffiate dalla guerra: la sfida delle ex bambine soldato

12/07/2011 - di Nadia Luppi

Parlare di invalidità di guerra in Italia, come in altri paesi europei, significa sostanzialmente riferirsi ai reduci dell’ultimo conflitto mondiale o a quei militari rimasti feriti durante le “missioni di pace” all’estero. Ma, come sappiamo dalle superficiali cronache giornalistiche, ci sono molti paesi nel mondo in cui la guerra è uno stato permanente, che imperversa soprattutto sulle popolazioni civili, mietendo vittime tra donne e minori, spesso colpiti da attacchi illegittimi o arruolati negli eserciti nazionali e nei gruppi ribelli.
Non tutti sanno, però, che dei quasi 300.000 soldati con meno di 18 anni, poco meno della metà sono proprio bambine o ragazze. Queste giovani donne sono state rapite dalle loro case durante le scorrerie dei gruppi armati, spesso dopo essere state violentate e aver visto i propri cari feriti o uccisi. Sono state condotte nel campo militare dove, sotto l’effetto di stupefacenti e condizionamenti psicologici, sono state trasformate in guerriere e schiave sessuali al tempo stesso.
Le menomazioni fisiche che permangono sul corpo di una ex bambina soldato a cui è esplosa una mina vicino, o a cui è stato tagliato un arto, o le stesse conseguenze delle violenze sessuali ripetute, cosa sono se non disabilità fisiche e psichiche?
Ancora di più dei colleghi maschi, le ex bambine soldato portano in sé traumi tanto profondi da compromettere la loro capacità di intrecciare relazioni e si trovano spesso sole quando devono fare i conti con una società che, a causa di pregiudizi e stereotipi radicati, le rifiuta, le esclude, le esilia.
E l’isolamento, l’incapacità di rispondere alle richieste della società, l’estremo svantaggio in cui queste ragazze si ritrovano, come si potrebbero definire se non “handicap”?
Quel che rende ancor più drammatiche le storie di queste giovani è proprio l’impossibilità delle comunità, già devastate dalla guerra, di farsi carico di questi bisogni speciali, l’insufficiente impegno della comunità mondiale e la cronica mancanza di fondi per i progetti di recupero.
Sembra si parli di mondi lontani, difficilmente riconducibili alla nostra realtà, ma non è sempre inutile riflettere su qualcosa che può apparirci come lontano, ma che, quando smette di essere ignoto, rivela profonde affinità e interessanti parallelismi con il nostro quotidiano.

Ferite nel corpo, ferite nell’anima: le violenze subite e il biasimo collettivo

La guerra non ferisce solo i corpi di chi vi è immerso: i traumi psicologici che derivano dall’aver vissuto in prima persona un conflitto armato sono spesso molto più profondi e invalidanti delle stesse mutilazioni fisiche. Se poi a vivere certe esperienze sono bambini e ragazzi si intuisce come certi ricordi siano destinati a destabilizzare fortemente il già precario equilibrio psicologico adolescenziale. Leggendo certi racconti ci si rende ben conto della profondità di certe ferite: “Un ragazzo tentò di scappare, ma fu preso… Le sue mani furono legate, poi essi costrinsero noi, i nuovi prigionieri, a ucciderlo con un bastone. Io mi sentivo male. Conoscevo quel ragazzo da prima, eravamo dello stesso villaggio. Io mi rifiutavo di ucciderlo ma essi mi dissero che mi avrebbero sparato. Puntarono un fucile contro di me così io lo feci. Il ragazzo mi chiedeva: perché mi fai questo? Io rispondevo che non avevo scelta. […] Io sogno ancora il ragazzo del mio villaggio che ho ucciso. Lo vedo nei miei sogni, egli mi parla e mi dice che l'ho ucciso per niente, e io grido”. (Susan, 16 anni, rapita dal Lord’s Resistence Army in Uganda; tratto dal sito: www.bambinisoldato.it)

La prima ragione di quello che potremmo definire “l’handicap delle ex combattenti” consiste nella difficoltà di reinserirsi nelle dinamiche della vita civile a causa dell’impatto che ha la guerra sull’animo umano.
Per comprendere cosa accade a livello psicologico mentre siamo immersi nelle ostilità, può essere utile tener conto di alcune teorie psicologiche secondo le quali nei contesti di violenza sociale la mente funziona attraverso una modalità schizoparanoide, che contempla solo dicotomie assolute, come buono/cattivo, vittoria/sconfitta, noi/contro-di-noi. Questi pensieri totalizzanti non lasciano spazio ad alcun giudizio morale o ad alcuna scelta autonoma dal punto di vista etico. In guerra non si pensa, non si riflette: si agisce. E in questa sovrapposizione di pensiero e azione si esprime tutta l’impossibilità di mantenere una certa autonomia morale e valutare obiettivamente la correttezza delle proprie azioni.
Ma, anche nelle situazioni di violenza sociale e di conflitto, una parte della nostra mente rimane intatta e continua a distinguere ciò che è giusto da ciò che non lo è. È proprio qui che nascono i traumi, le ferite inferte dalla violenza agita o subita. Quando si esce dal meccanismo totalizzante della violenza, ci si rende conto anche di essere stati parte di un contesto che risulta inumano e si finisce per sentirsi colpevoli del proprio esserne stati complici. L’abbandono di questo stato di colpa rappresenta per le ex bambine soldato un obiettivo particolarmente difficile, proprio perché spesso, nel loro vissuto, si intrecciano traumi derivanti sia dall’aver subito abusi, che dall’aver perpetrato violenza su altri.
Dall’altro lato, quando le ragazze tornano al loro villaggio dopo essere state parte di gruppi armati, non solo si trovano, come i colleghi maschi, a confrontarsi con una mentalità collettiva diffidente e aggressiva, ormai abituata a ragionare secondo “l’assetto di guerra”, ma devono anche fare i conti con il peso degli abusi subiti e, soprattutto, con la stigmatizzazione che spesso ne segue: “Dopo essere stata violentata la vita in famiglia diventò insopportabile. Appena rincasata raccontai quel che era successo, e loro mi chiesero come mai avessi potuto accettare tutto questo. Mi allontanarono, mi impedirono di tornare a scuola e mi cacciarono fuori a calci”. (Hobson M., Forgotten casualties of war, girls in armed conflicts, London, Save the children UK, 2005, p.14).
Da questo e altri racconti si comprende bene come una difficoltà individuale, unita a un atteggiamento ostile della comunità, arrivi inesorabilmente a creare uno scontro frontale tra la ex bambina soldato e la società con cui si rapporta; scontro in cui inevitabilmente è destinata a soccombere la giovane donna, che spesso si trova esiliata dal tessuto sociale, passando così dal ruolo di sposa dei soldati a quello di merce per i clienti della strada.

L’importanza dell’aiuto: sostegno e mediazione

Abbiamo tracciato finora una panoramica piuttosto oscura, per certi versi desolante. Si tratta effettivamente di contesti d’azione molto complessi, nei quali si richiede tatto e competenza nella progettazione e nell’azione. Ma questo non significa che tutto sia perduto, né tanto meno che il solo atteggiamento possibile nei confronti degli ex bambini soldato sia quello di compatirli, senza aiutarli effettivamente a costruirsi un futuro e a ritrovare se stessi.
Nel forum psico-sociale della coalizione Internazionale “Stop Using Child Soldiers” (www.child-soldiers.org) ricorrono spesso gli appelli degli esperti a un atteggiamento ottimista degli operatori. È vero che le ragazze arruolate in diversi gruppi armati devono imparare a uccidere e a negare la propria dignità per il piacere dei soldati, ma questo non significa che siano destinate per sempre a ragionare e comportarsi come assassine o prostitute. Chi si trova a lavorare con le ex guerriere deve sempre tenere in considerazione l’unicità di ogni storia e le particolarità che nasconde, nonché le potenzialità peculiari su cui sviluppare il percorso individuale di ogni singola ex combattente.
Solo partendo dal presupposto che queste ragazze possano restaurare un assetto mentale adatto alla vita civile e seguire con successo percorsi che le aiutino a ritrovare il valore di sé e delle relazioni umane, si può pensare a programmi di recupero ben pianificati ed efficaci.
Ciò che è certo è che serve tempo, sia per superare i traumi e, talvolta, fare i conti con qualche deficit acquisito, che per agire sul tessuto relazionale e sociale da cui viene esiliato chi ritorna dalla guerra.
Riprendendo e portando a compimento la metafora iniziale, possiamo dire che, per le ex bambine soldato, una parte importante del proprio percorso di “superamento dell’handicap” consiste nel sentirsi di nuovo capaci di intrecciare relazioni e nutrire fiducia negli altri, potendo contare – e questo dovrebbe essere prerogativa di ogni programma di reinserimento – su un tessuto sociale non più ostile, ma liberato da pregiudizi e atteggiamenti discriminatori.
 

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Mondo e Terzo Mondo