Gli educatori si raccontano

01/01/2000 - Stefano Stiroli (*)

Forte discrepanza tra le finalità che indirizzano il loro operato e i risultati raggiunti, attenzione rivolta più all’utenza che al contesto sociale, scetticismo verso la presunta volontà di integrazione da parte della società, questi alcuni dei risultati emersi da un questionario posto a 51 educatori che lavorano nella provincia di Bologna. “Normalità e diversità come regolatore sociale -
problemi teorici e indagine empirica tra gli operatori sociali bolognesi”, in questo modo si chiamava la mia tesi, che vedeva come paziente relatore il Prof. Enzo Morgagni.
Questo lavoro comprendeva una ricerca condotta attraverso la somministrazione di un questionario a 51 educatori dei servizi per la psichiatria e handicap nel territorio dell’Azienda USL Città di Bologna.
Si trattava di una indagine qualitativa che voleva far riflettere gli intervistati sulle finalità alle quali tende il loro operato ed i conseguenti risultati raggiunti e altresì mettere in relazione questa riflessione con la ricaduta sociale dell’intervento di questi operatori sociali.
Il questionario era diviso in nove parti distinte :
Dati dell’intervistato
Finalità del proprio intervento
Prodotti della propria attività
Ruolo dell’educatore nel perseguimento delle finalità
Mandato sociale
Esperienze sociali : traguardi esistenziali nella vita degli utenti
Integrazione sociale
Fattori che appesantiscono il proprio operato
Miti dell’educatore
All’interno di ogni singola parte si potevano trovare una o più domande.
Il campione intervistato è risultato composto da educatori dipendenti della AzUSL e di enti, cooperative e associazioni in convenzione con l’azienda stessa.

I risultati della ricerca

Analizzerò ogni parte singolarmente ma, mettendo in relazione le risposte degli educatori nelle varie sezioni, cercherò alcuni spunti di riflessione per creare una valutazione sul lavoro degli educatori che superi in un qualche modo stereotipi, luoghi comuni e ideologie buoniste che coprono la realtà dei fatti.

Dati personali

Rispetto alle strutture ed agli operatori intervistati possiamo individuare la carriera di questi lavoratori come consolidata : una età media di 34 anni di cui 9 e mezzo impegnati nel lavoro educativo e circa 6 nel servizio in cui si trovavano al momento dell’intervista.
Altro dato interessante è quello che per 30 educatori su 51 intervistati il lavoro nel “sociale” è la prima occupazione. Questo ci dice come molti di loro non hanno la possibilità di paragonare la loro esperienza attuale con altre realtà lavorative da loro conosciute direttamente.

Finalità del proprio intervento

Gli educatori intervistati dovevano rispondere alla seguente domanda :
Quali ritieni le finalità principali e secondarie del tuo impegno lavorativo attuale?
Gli educatori potevano indicare massimo tre finalità principali e, per ognuna di esse due finalità secondarie che in qualche maniera concorressero al raggiungimento delle finalità primarie.
Gli educatori dovevano fare riferimento ad un tabella detta “delle finalità e dei prodotti” che offriva un consistente numero di items (50) divisi per gruppi omogenei di problematiche legate al lavoro educativo (es : autonomie e identità, cultura della diversità, rapporto educatore utente).
La finalità che ha trovato gradimento quasi unanime tra gli educatori è stata: ‘Il benessere degli utenti’ che è stata segnalata in 37 questionari su 51 e individuato come finalità principale in 31 casi.
La caratteristica che più mi colpisce di questa finalità è la sua vaghezza. Infatti all’interno del “benessere degli utenti” gli educatori possono immaginare una quantità illimitata di contenuti.
Ribadendo che non era lo scopo della ricerca di raccogliere dati quantitativi con cui fare speculazioni sull’intera popolazione degli educatori (esempio appunto che il 75% degli educatori perseguono il “benessere degli utenti”) ma cercare di leggere l’immaginario che muove l’impegno di questi operatori del sociale, possiamo leggere questa scelta preferenziale come “eticamente corrette”, ma che tende a dimostrare che le finalità del proprio lavoro rimangono sullo sfondo, e che il vero motore del proprio operato sia l’urgenza di cura del proprio assistito.
Questa vaghezza può anche essere sintomo di una difficoltà nel percorso di riconoscimento della identità vera delle persone che l’educatore ha il compito di cambiare e delle reali esigenze che queste persone esprimono.

Prodotti della propria attività

Dalle risposte alla domanda Quali ritieni siano i reali prodotti del tuo lavoro ? ovvero Quali risultati ottieni concretamente col tuo intervento e dalla interazione tra te e gli utenti ? Il dato interessante non è tanto quello relativo al tipo di risultati indicati dagli educatori ( ricordo che le indicazioni metodologiche erano le stesse per le finalità : tre prodotti principali massimi e sei secondari, facendo riferimento alla stessa tabella) ma è interessante come gli educatori abbiano segnalato una forte discrepanza tra le finalità che indirizzano il loro operato e i risultati raggiunti.
Nella tabella A vediamo come 15 educatori pensino che le finalità non si esplicano mai in un risultato raggiunto, e altri 10 individuano un solo prodotto del proprio lavoro come frutto di una finalizzazione precedente.


Tab. A CORRISPONDENZA TRA FINALITA’ E PRODOTTI
15 questionari che non hanno individuato nessun prodotto con un corrispondente nelle finalità indicate10 questionari che hanno individuato 1 prodotto coerente con una finalità indicate11 questionari che hanno individuato 2 prodotti coerenti con due finalità indicate5 questionari che hanno individuato 3 prodotti coerenti con tre finalità indicate4 questionari che hanno individuato 4 prodotti coerenti con quattro finalità indicate4 questionari che hanno individuato 5 prodotti coerenti con cinque finalità indicate1 questionari che hanno individuato 6 prodotti coerenti con sei finalità indicate0 questionari che hanno individuato più di 7 prodotti coerenti con sette finalità indicate
Si potrebbe pensare che questo sta nelle cose, nel rapporto tra idealità e realtà.
Ma se io, come educatore, penso di perseguire il benessere degli utenti posso immaginare di non raggiungere per loro il “nirvana” completo della felicità permanente cioè il massimo possibile, ma in ogni caso mi aspetto di raggiungere un grado di benessere ridotto rispetto alle aspettative ma sempre una qualche forma di benessere.
Pensate, per assurdo, se i vigili del fuoco arrivassero a casa vostra con l’intento di spegnere il fuoco, ma che alla fine del loro intervento avessero riparato le grondaie: lavoro importante ma non indispensabile in quel momento.
Per capire meglio questo dato bisogna segnalare che in media gli intervistati hanno indicato 5,61 prodotti del proprio operato. Risulta così che molti dei risultati del lavoro educativo non derivano da una finalizzazione precedente, non sono frutto di una intenzionalità.

Una seconda domanda di questa parte chiedeva agli educatori indicare se esistessero dei prodotti del loro lavoro che si indirizzassero alla collettività.
Le risposte a questo quesito hanno evidenziato due riflessione da parte degli educatori.
La prima è relativa al tipo di risultato che gli operatori bolognesi producono per la collettività ; gli educatori hanno individuato, in molti casi prodotti specificamente indirizzati alla collettività (tabella B )

Tab.B RISULTATI PER LA COLLETTIVITA’
MAGGIORMENTE INDICATI
n° scelte opzioni13 Supportare la società nell’accettazione delle diversità (2,32) 13 Fare da cuscinetto tra le persone normale e i diversi (2,37) 11 Allargamento del concetto di normalità (2,31) 11 Diminuire l’allarme sociale (2,40) 9 Integrazione dell’utente nel contesto sociale di riferimento (2,15) 8 Benessere della famiglia (2,02) 8 Riconoscimento sociale (2,35) 5 Benessere degli utenti (2,01) N.B Il dato del 2,01 è stato riportato anche se altre opzione avevano ottenuto più preferenze, essendo questa la finalità più segnalata


La scelta degli educatori sembra la più “naturale” ma è anche sintomo di una visione particolare della ricaduta sociale del proprio operato.
Per gli educatori il contesto sociale necessita di interventi ad hoc, mentre i risultati che sono frutto dell’intervento sugli utenti, come, per esempio, lo “sviluppo delle autonomie di base”, per molti operatori bolognesi non hanno una ricaduta diretta sulla collettività.
Se colleghiamo questa riflessione con il fatto che solo 16 educatori hanno indicato dei prodotti per la collettività segnalati anche nelle finalità del proprio lavoro, mentre altri 25 (la metà degli intervistati) hanno visto i prodotti per la collettività come non derivanti da una intenzionalità, ci troviamo di fronte ad operatori quantomeno disinteressati ad un rapporto fattivo col contesto sociale, che conferma come sia l’urgenza relazionale dell’utenza una delle principali motivazioni del lavoro educativo e non la ricaduta sociale.


Ruolo degli educatori

Gli intervistati dovevano rispondere alla seguente domanda :
All’interno della organizzazione che persegue insieme a te le finalità principali, quale ritieni sia il tuo ruolo rispetto alla altre figure professionali ?

Gli educatori dovevano optare per una sola risposta, ma più di un educatore mi ha chiesto di poter fare il contrario.


Tab.C RUOLO DEGLI EDUCATORIRUOLO RISPOSTEcentrale 15importante, che necessita
di collaborazione 65in equilibrio con le altre figure professionali 55marginale 3insignificante 0TOT. 138Nota : Gli intervistati dovevano riportare le finalità indicate e a fianco il ruolo rispetto alle altre figure professionali

Come evidenzia la tabella C gli intervistati hanno dato la risposta più ovvia, quella “eticamente corretta”, rifacendosi ad una figura di educatore che, come dovrebbe essere, lavora in rete ed in equilibrio con le altre figure professionali.
La riflessione critica che ne deriva è che gli educatori, in questo modo, si defilano sempre dalle proprie responsabilità. A mio avviso gli educatori, anche se inseriti in una rete di opportunità e servizi, dovrebbero sentire il proprio ruolo come centrale nel perseguimento della propria parte di finalità e nella produzione dei propri risultati.
L’educatore essendo pronto a collaborare non può essere accusato di scarsa disponibilità, in questo modo può accusare le altre figure professionali, che questa disponibilità non dimostrano, di eventuali fallimenti.

Mandato sociale (ufficiale e ufficioso) degli educatori

Dalle risposte degli educatori risulta una visione della una società come “matrigna” che, sotto facciata ufficiale, nasconde una volontà ufficiosa tutt’altro che edificante.
La facciata ufficiale si riempie la bocca di buoni propositi, e di grandi ideali e delega agli educatori la loro messa in atto, ma dietro questa facciata è nascosta una volontà di separazione e controllo sociale che la società demanda alle strutture “sociali”.
Un dato che si è evidenziato è la differenza tra la visione degli educatori impegnati nei servizi psichiatrici e coloro che operano in strutture per l’handicap psichico.
I primi individuano la facciata “matrigna” già nel mandato ufficiale. Per gli educatori dell’area psichiatrica, gli organi preposti ad individuare i compiti di questi educatori hanno ben chiare le finalità di separazione. Più moderati gli educatori del settore handicap in cui il mandato ufficiale è legato a contenuti educativi “eticamente corretti” ma al di sotto di questi si nascondono compiti di controllo e separazione.
Una riflessione che però invito tutti a fare è relativa al fatto che gli educatori in fondo fanno parte di questa società “matrigna”. Infatti gli educatori sono perfettamente inseriti nei circuiti “normali” della società e ne possono e ne scelgono le opportunità che più gradiscono, a differenza degli utenti dei loro servizi il cui destino è legato alla volontà di altri.
Proviamo infatti ha mettere in relazione questo dato con le riflessioni riferite alla domanda seguente.

Traguardi esistenziali nella vita degli utenti

Se si analizzano le risposte degli intervistati il dato rilevante riguarda l’immaginario che gli educatori dell’area handicap esprimono rispetto alle possibilità esistenziali dei loro utenti. Questo è condizionato da un sorta di “democratico realismo” infatti questi operatori immaginano per i loro utenti una vita in cui vengono collocati nelle strutture ed esperienze “giuste” per loro e adeguate alle loro capacità.
Nella tabella D vediamo raccolti per gruppi omogenei i percorsi esistenziali che gli educatori immagino per i loro utenti
Rispetto agli items proposti gli educatori dovevano segnalare se il traguardo esistenziale indicato potesse essere raggiunto in modo autonomo o necessitasse di un sopporto esterno, o nella peggiore delle ipotesi fosse totalmente precluso.


Tab. D : TRAGUARDI ESISTENZIALI RAGGIUNGIBILI IN STRUTTURE SOCIALI E GRUPPI ORGANIZZATI SECONDO GLI EDUCATORI DELL’AREA HANDICAP

Colonna A : Il traguardo esistenziale certamente raggiunto, e raggiunta attraverso un percorso non assistito
Colonna B : il traguardo esistenziale sarà probabilmente raggiunto, e nei casi previsti in maniera assistita.
Colonna C : il traguardo esistenziale è precluso
A
B
C
TOT1- Scuola Formazione Scuola obbligo 13 18 0 31Istruzione supuriore 1 10 20 31Università 0 0 31 31Corsi post laurea 1 0 30 31Corsi formazione 5 17 9 312 - Lavoro Sett. Primario 2 11 18 31Sett. Secondario 2 14 15 31Sett. Terziario 2 13 16 31Sport proff. 0 0 31 31Arti 1 2 28 31Ruolo subalterno 7 12 12 31Ruolo interno 2 1 28 31Ruolo dirigenziale. 0 0 31 31Ass. Coop. B 10 12 9 31Borsa Lavoro 15 8 8 31Altro 3 0 0 3

3- Strutture educative Centro diurno 25 6 0 31Gruppo appartamento 28 3 0 31Laboratorio protetto 21 10 0 31Gruppo tempo libero 29 2 0 31Altro 1 0 0 1
A B C TOT4- Gruppi tempo libero Gr.scout 13 10 8 31Gr. parrocchiali 19 11 1 31Circoli ricreativi 10 17 4 31Circoli culturali 1 9 21 31Soc. Sportive Semiproff. 1 3 27 31Gr. spot amatoriale 7 14 10 31Gr. Attivi socialmente 7 8 16 31Gr. Eco-pacifisti 4 9 18 31Gr. Musicali 5 8 18 31Altro 2 0 0 25- Sfera affettivo-sessuale Innamoramento 20 10 1 31Rapporto coppia estemporaneo 9 13 9 31Rapp.coppia stabile 1 13 17 31Fidanzamento 2 16 13 31Matrimonio 0 8 23 31Adulterio 0 14 17 31Att. sess.partner div. 3 14 14 31Astin. sess. volont. 0 13 18 31Astin. Sess. Contro volontà 6 15 10 31Altro 5 4 0 96-Margilalità sociale Stato indigenza 3 15 13 31Occupazione saltuaria 1 17 13 31Vagabondaggio 0 10 21 31Tossicomania 0 9 22 31Tossicodipendenza 0 7 24 31Microcriminalità 1 11 19 31Criminalità. Organizzata 0 1 30 31Prostituzione 0 6 25 31Altro 2 1 0 3Tot 290 425 698 1413
Se analizziamo questi dato possiamo evidenziare quali siano le esperienze tabù per i portatori di handicap, e dove si pone il confine immaginario tra noi normali ed i portatori di handicap.
Se su un totale di 1413 risposte, 698 ( poco meno del 50%) risultano i percorsi preclusi a queste persone, credo sia difficile negare che esista un doppio binario esistenziale tra portatori di handicap e normodotati. Se anche gli educatori, in fondo, lo pensano non so se possano ritenersi estranei a quella società “matrigna” di cui si è accennato parlando del mandato sociale.

Integrazione sociale

In questa parte si chiedeva quali passi deve compiere ancora la società per integrare i sofferenti mentali ed i portatori di handicap (gli utenti dei servizi dove operano gli intervistati) e quali siano le strutture e le organizzazioni dove questa integrazione può avvenire.
Nella tabella E le risposte sono raccolte per gruppi omogenei

Tab. E PASSI PER L’INTEGRAZIONE SOCIETA' risp1 risp2 tot TOTintegrazione scolastica 1 0 integrazione gruppo pari 0 1 inserimento lavorativo 7 1 inserimento senza mediatori 3 0 13 tolleranza - disponibilità 4 1 ridefinire il concetto di normalità 2 1 aumento disponibilità dell'esterno 2 1 11 inserimento gruppi esterni 7 1 lavoro di rete 6 0 14 formare gli operatori eterni 0 1 coinvolgere la società 2 0 farsi conoscere all'esterno 4 2 rendere fruibile la struttura 1 0 10 48UTENTI Sostegno psicologico 0 1 Appoggio sociale 1 0 2 riconoscere pari dignità 1 0 famiglia crede nelle capacita dei figli 1 0 2 integrazione affettiva 0 1 immagine di sé 1 1 riconoscere i ruoli 1 0 4 formare famiglia 0 1 1 9ATTUALI STRUTTURE DI SERVIZIO apertura centro diurno 1 0 1 conoscere la società 0 1 1 uscire dalla routine 0 1 1 3 Ritengo il grado di integrazione della mia utenza sufficiente 2 0 Ritengo che non siano possibili ulteriori passi in avanti 2 0 4 4Si ma non specifica nulla 4 0 4 4totale 67
Nota : dati sono relativi a tutti gli intervistati, e la domanda era a risposta aperta con possibilità di indicare più di una risposta

Il dato che si coglie e che se pur si consideri l’integrazione delle categorie svantaggiate non ancora compiuta, gli ambiti sono estranei alle strutture dove lavorano gli educatori, anche in questo caso gli educatori si sentono di non dover inserire il loro operato in una valutazione critica sulla qualità dell’integrazione sociale nella realtà bolognese.
Si chiedeva agli educatori una ulteriore valutazione sulla disponibilità di alcune organizzazioni e strutture sociali ad integrare sofferenti mentali e portatori di handicap.
Gli educatori si sono affidati, molto spesso, ad una valutazione superficiale legata al sentire comune, più che affidarsi ad una profonda diagnosi delle modalità di integrazione .all’interno di queste strutture sociali.
Per esempio la Chiesa Cattolica è stata indicata come spazio disponibile all’integrazione da 44 educatori su 51. Quale tipo di integrazione si sta pensando ? L’accoglimento in strutture organizzate appositamente per accogliere gli “infelici” ? Oppure l’inserimento nella gerarchia della chiesa ? Vedremo mai un prete down ?
Lo stessa valutazione positiva è stata data per le strutture che accolgono istituzionalmente (cioè per forza) le persone in difficoltà come per esempio cooperative sociali o gruppi di volontariato. Bisognerebbe riflettere se questa integrazione avviene per un dovere istituzionale o per reali attrattive che il rapporto con queste persone suscita.


Fattori che appesantiscono il lavoro

I fattori che appesantiscono sono nella stragrande maggioranza dei casi esterni al rapporto educatore utente, questo può essere letto come una valutazione per cui si da per scontato che il rapporto con persone problematiche sia oneroso, ma questa fatica è intrinseca all’opera degli educatori.

Miti degli educatori

I miti sono i più disparati da Gianni Morandi alla fidanzata, ma primi a pari merito sono risultati Don Milani e Gesù Cristo.

Alla fine di questa ricerca credo di aver colto più che dati oggettivi, alcuni spunti di riflessione, spero interessanti.
Le critiche alle risposte degli educatori possono sembrare a volte feroci, come se le domande servissero solo a cogliere in fallo gli intervistati.
Credo però che siano molto più utile non nascondersi in una falsa imparzialità del ricercatore, e cercare di scalfire quel muro di risposte “giuste” dietro le quali si nascondono gli educatori, che ritengono il proprio intervento valido in ogni caso perché mosso verso persone reiette dalla società

(*) Pedagogista , ex-educatore

Se vi siete sentiti toccati da queste critiche, se sentite di dover replicare, o volete ricevere altri dati della ricerca mandate un messaggio al seguente indirizzo di posta elettronica:
stsirol@tin.it

Pubblicato su HP:
2000/77