Gli audiolibri? Ottimi per i pendolari automuniti... - Superabile, ottobre 2010 - 1

08/10/2010 - Claudio Imprudente
Audiolibro

Quando si parla di deficit, diritti esigibili, diverse abilità, doveri, leggi, servizi, ecc., insomma, di tutto quello che può riguardare i vari aspetti della vita di una persona disabile (che non è un uomo a due dimensioni, ma vive in 3D come tutti gli altri) il rischio è quello di svolgere discorsi e riflessioni un po' vaghe, alle quali sembra mancare un attaccamento concreto e tangibile con la realtà dei fatti. Soprattutto per chi non ha la possibilità di frequentare questo mondo con una certa regolarità, questa può essere l'impressione, almeno quella immediata. E' un problema effettivo, ma ancor più grave nel momento in cui non consente di presentare alle persone normodotate delle evidenze incontestabili e, queste sì, di una concretezza pienamente condivisibile. Un problema di comunicazione che inevitabilmente si traduce in un difetto d'azione.

Qualche settimana fa ho scritto un contributo per il quotidiano online "Vita.it", su invito della redazione, la quale mi chiedeva di prendere posizione riguardo all'innalzamento della percentuale minima di invalidità necessaria per poter accedere a determinati vantaggi previdenziali. Come spesso capita, ho ricevuto varie mail di risposta, ma una in particolare aveva il dono di quella concretezza e chiarezza che descrivevamo come mancanti, poche righe sopra, in molti discorsi sui/dei disabili. Non ricordo (mea culpa) se Elena, l'autrice della lettera, sia una persona con deficit, poco conta. L'importante è che riprende un punto del mio articolo e lo sviluppa con pochi, ma puntuali esempi di facile comprensione e di immediata evidenza per tutti, proponendoli in relazione ad ambiti e momenti di vita diversi. Perché l'accessibilità non è solo questione strettamente architettonica, ma può investire anche momenti più "eterei" dell'esistenza personale. Proprio quelli, però, che ci consentono di svilupparci a pieno come persone e come membri di una comunità e di accogliere un'idea di integrazione meno riduttiva e  meno semplificata. Guarda caso è proprio quando non si semplifica troppo che i vantaggi diventano, in modo più palese, tali per tutti. E' quando non si riduce la complessità che si scoprono tratti, esigenze, possibilità comuni.

 Lasciamo la parola ad Elena:

"Volevo aggiungere un commento al tuo articolo «Io, disabile totale, valgo un bel po' di PIL». Anch'io trovo comodo e superficiale far finta di non sapere, come fanno in molti, politici per primi, che i disabili non sono solo un peso o solo una minoranza, e usare queste scuse per legittimare certi comportamenti. Un esempio concreto: le barriere architettoniche. Sembra che fare le rampe per accedere ai marciapiedi sia un favore che la società ogni tanto magnanimamente concede a chi è in sedia a rotelle. In realtà, le rampe sono molto utili anche per chi è anziano e fa fatica a camminare, o alle mamme che devono spingere un passeggino, o ad esempio a me che giro molto per il centro in bicicletta e ogni volta devo sollevarla di peso per metterla sul marciapiede. Oppure i bagni a norma nei locali pubblici, quasi introvabili: i maniglioni servono ad appoggiarsi per esempio anche a chi si è rotto una gamba, o a una donna incinta con il pancione che ingombra; lo specchio inclinato (a nessuno viene in mente che anche una donna in carrozzina possa essere vanitosa?) è perfetto anche per chi è di bassa statura o per i bambini. Gli audiolibri sono perfetti non solo per chi è non vedente, ma anche per tenere compagnia a tutti gli automobilisti pendolari che si fanno ogni giorno ore e ore nel traffico. L'elenco potrebbe essere infinito. Tutte queste cose sono state, è vero, inizialmente create per chi ha un qualche tipo di disabilità, ma se questi accorgimenti venissero sistematicamente adottati renderebbero più semplice la vita di tanti (prima o poi tutti, speriamo, diventiamo anziani e quindi meno agili).  Anche se alla politica non interessa la ricchezza umana che un diversamente abile (come chiunque altro) può offrire, e vuole guardare solo al mero interesse, anche questo sarebbe sufficiente a giustificare scelte diverse in favore di chi convive con la disabilità, ma soprattutto iniziare a pensare che non sono i diversamente abili a dover essere grati al resto della società, ma il contrario". Almeno, "anche" il contrario, preciso io.

Noi uomini siamo in grado di ingoiare tutto. A volte mi stupisco di questa capacità umana di indifferenza/resistenza. Elena scrive che tante cose pensate per persone disabili si rivelano in realtà utili e funzionali anche a chi un deficit non ce l'ha. La metà (se non più) degli strumenti tecnologici che utilizziamo ogni giorno nasce da ricerche che hanno avuto l'obiettivo di sviluppare strumenti ad uso militare. Almeno, nel caso degli oggetti pensati per disabili, questo tipo di migliorie ha una origine, una fonte decisamente meno inquinata...

Al di là delle battute (?), non sono tra quelli che ritengono che tutto andrebbe di necessità reso accessibile nel pieno e stretto senso del termine, o, almeno, credo che il termine accessibilità contenga al suo interno tante sfumature, tutte più o meno valide a seconda dei contesti (tra queste potremmo inserire, ad esempio, la premura e la disponibilità del gestore di un ristorante che magari ha un gradino prima della porta d'ingresso, ma sa come fartelo superare). Ma questo non significa rinunciare a perseguire un'accessibilità "universale", in particolar modo se quello che viene pensato per una minoranza si dimostra così utile e "migliore" per tutti. Un ribaltamento davvero positivo e un allargamento di prospettiva esiziale.

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Claudio Imprudente

(2 ottobre 2010)