Giorgio Camorani: "Faticare insieme favorisce il rispetto"

01/01/2005

Nell’ottobre 1985 Giorgio Camorani ha solo 21 anni quando un incidente in moto gli procura una lesione al midollo che fra l’altro gli blocca per sempre l’uso delle gambe.

“Giocavo a rugby fin da ragazzino, ero bravo: ho sempre avuto passione per lo sport e mi è rimasta. Ho scoperto che due ragazzi in carrozzina avevano un piccolo spazio in una palestra di Imola e ho iniziato così a giocare a basket. Poi ho saputo che a Forlì c’è una squadra e ho iniziato ad allenarmi: ovviamente avevo una buona autonomia, macchina compresa. Inizia così la mia carriera cestistica che prosegue a Savignano sul Rubicone e a Rimini”.

Il tuo passaggio all’atletica come avviene?
“Avevo seri problemi alle anche e due operazioni mi hanno bloccato per oltre un anno. Nel frattempo il Rimini-basket non c’era più. Così ho provato l’atletica: da solo però, perché a Imola non esisteva qualcosa... Mi sono preso una carrozzina da corsa e ogni domenica andavo in giro; all’epoca in tutta l’Emilia Romagna di gare c’era poco o nulla. All’inizio mi allenava quello che è l’attuale vice-sindaco di Imola. Ho indossato i colori dell’ Atletica Imola Sacmi Avis che si è affiliata alla Fisd (Federazione italiana sport disabili) proprio per farmi gareggiare. Siamo nel ’94. Mi sono specializzato nella maratona, anche se  per divertirmi faccio quasi tutte le gare, su pista e non. Ci sono tanti praticanti (soprattutto alla mezza maratona) come me. Forse ora la partecipazione è un po’ in calo a vantaggio dell’handy-byke che è più una bici. Per fare le gare indosso guanti particolari, li ho creati su consiglio di Francesca Porcellato, campionessa del mondo di maratona”.

Sei arrivato quasi ai vertici agonistici, poi hai preferito diminuire l’impegno.
“A livello europeo ho partecipato anche alla maratona di Berlino e ai campionati europei; a livello italiano sono arrivato primo nei 10mila in pista. Da un paio d’anni ho un po’ ridotto: prima mi allenavo anche per 20-30 chilometri al giorno, ora molto meno, però continuo ad allenarmi con Davide, un ragazzo che abita a Loiano al quale ho insegnato quel che so e ho dato una mia carrozzina da corsa e lui ora comincia ad andare forte. L’atletica per me resta una passione ma anche fonte di benessere. Ora ho ripreso il basket. Una volta alla settimana avevamo preso ad allenarci in 2 o 3, poi in 6 o più; ora due volte alla settimana abbiamo tutta la palestra per noi… Anche se eravamo una decina mancavano i presupposti tecnici, di impegno oltreché economici per fare un campionato; abbiamo chiesto all’ospedale di Montecatone di aiutarci per il campionato”.

Per quel che riguarda Montecatone quest’impegno sportivo è una svolta che va anche oltre il basket?
“Secondo me in passato c’era a Montecatone scarsa attenzione all’autonomia e un’esagerata fiducia negli apparati tecnici; ora la linea è cambiata e dunque lo sport ha un ruolo di rilievo anche con piscina e tennis. Penso che questa sia la strada giusta. Sto dando una mano al basket e da lì è nato il discorso del campionato: il primo anno abbiamo provato a livello regionale, con 6 partite. Qualche altra partita dimostrativa, poi l’anno scorso la serie B. Mi piace molto il basket, ma è anche un modo per far muovere le troppe persone ‘ferme’. Io credo che lo sport, oltre a far bene fisicamente, sia integrante, socializzante soprattutto per chi deve iniziare una nuova vita dopo un incidente. Faticare insieme favorisce il rispetto. Nella squadra di basket abbiamo anche persone trasferite qui per fidanzamenti; un bel gruppo e siamo gli unici che, finita la partita, restano tutti seduti sulle carrozzine… Il regolamento dice che nel quintetto potrebbe giocare un normo-dotato, per me non è giusto. Nello sport ad alto livello di paraplegici ce ne sono pochi, rispetto agli amputati”.

Come vedi il tuo futuro agonistico? E ti sembra che il movimento sportivo italiano si sia messo alla pari con gli altri Paesi o resti indietro?
“Io spero che attraverso la fondazione di Montecatone, con le cooperative e le società sportive di Imola a farci da sponsor, si possa continuare con il basket. È importante che il movimento non si fermi. Per quel che conosco, mi pare che all’estero, dal punto di vista sportivo, vada un po’ meglio. È chiaro che lo sport, soprattutto di squadra, ha bisogno di strutture e di aiuti. Eppure anche sulla nostra fatica c’è chi – credo pochi – vuole speculare: mi spiace dirlo ma è la mia impressione. Poi esiste troppa frantumazione: perché, ad esempio, così tante società a Bologna?”.

L’informazione gioca un ruolo positivo? E comunque esistono aspetti negativi nel vostro sport?
“Per come la vedo io qui la gente è informata. Quando giochiamo a Imola, nella palestra Cavina in via Boccaccio c’è molta gente; anche se quelli del Treviso Basket sono più bravi hanno meno tifo di noi. Cose negative? A livello dei paraplegici quasi non esiste il doping, anche perché rischieremmo molto; il nostro buco nero è il finto handicap – purtroppo a volte c’è anche quello vero – o gli imbrogli sui punteggi dati dalle commissioni mediche (che forse non ne sanno abbastanza) ma è un discorso tecnico e difficile da riassumere”.

E se questa chiacchierata finisse con le buone notizie?
“Di sicuro in questi anni sono cambiati in positivo molti degli atteggiamenti verso i disabili e di conseguenza la mentalità verso lo sport, anche se restiamo ancora un po’ indietro rispetto a Paesi tipo la Germania o l’Australia; per esempio io Berlino l’ho potuta girare davvero tutta, anche con la metropolitana e mi dicono che a Sidney è anche meglio. A livello personale non mi sento più osservato come un marziano, mentre 20 anni fa c’erano ancora giovani che neppure uscivano di casa. Vedo che a Bologna c’è il mini-basket anche per i ragazzini disabili. Nel complesso sono ottimista sull’Italia. Però ci sono ancora medici secondo i quali lo sport fa male a chi ha un deficit; io la penso all’opposto, cioè che lo sport unisca il benessere fisico all’esercizio necessario per irrobustirsi e per rafforzare l’autonomia personale”.