Giocare ad essere handicappati

01/01/2004 - Roberto Ghezzo

Esistono due accezioni della parola handicap: una sicuramente negativa, tradotta con i termini svantaggio e ostacolo. In questa accezione l’handicap va per quanto possibile ridotto, va combattuto

 

con tutta la creatività di cui siamo capaci.
Ma un’altra accezione della parola ha caratteristiche di positività e la traduciamo con la parola difficoltà. Positiva perché se noi riusciamo a connettere l’handicap/difficoltà a un gioco, allora scopriamo il valore dell’handicap, valore che non esiste in sé ma esiste in quanto inscritto in un sistema di regole, in un sistema di gioco. L’handicap è come il sale, elemento non affrontabile in sé ma fondamentale se si riesce a connettere ad altro, ai cibi: da ciò trae il suo valore. Già da tempo diciamo che dell’handicap in quanto tale non ci importa nulla semplicemente perché, in sé, l’handicap non ha senso. L’indifferenza, tanto combattuta e stigmatizzata, verso il cosiddetto “mondo dell’handicap” è giustificata, anche solo per il fatto che questo mondo non ha senso di esistere, o per meglio dire è disabitato.
Se la presenza di un deficit impedisce di giocare abitudinariamente un gioco, esistono alcune strade alternative. La prima è una non-strada, cioè si smette di giocare: lo svantaggio causato dal deficit è talmente aumentato che conviene non giocare. È una specie di suicidio del gioco stesso. Ciò avviene perché si assolutizza il gioco, ovvero si ritiene che non sia tanto importante chi gioca e la sua ricerca di piacere e di senso, ma sia importante il gioco stesso. L’altra strada è il gioco adattato, quindi giochiamo lo stesso gioco ma cambiando le regole, introducendo degli ausili che permettono comunque di giocare nel modo più simile al gioco originario. Un’ulteriore strada è il gioco speciale, cioè si inventa un gioco che una persona con deficit riesce a fare, un gioco completamente nuovo e originale. Sto riproponendo la classificazione delle discipline sportive per diversabili: le specialità degli sport adattati (ad esempio il basket in carrozzina); gli sport speciali (come il torball, giocato solo dai ciechi). Esiste una terza area: gli sport integrati, giocati sia da atleti normodotati che diversabili (ad esempio il calcio in carrozzina).
Ciò che alla fine è essenziale è il giocare, non l’insieme dei giochi storicamente esistenti. Giocare è sperimentare la bellezza nel gioco, chiamiamolo il piacere del gioco.
Nei giochi con regole il piacere è dato da un’equilibrata interazione tra handicap e regole, e l’handicap è determinato dalla connessione tra le abilità/potenzialità e le regole (il limite). Se l’handicap aumenta troppo o diminuisce troppo non ci si diverte. Esempio: tra due giocatori di scacchi ci si diverte quando i giocatori hanno le stesse abilità visto che le potenzialità, nel senso dei pezzi in campo, sono uguali. Il divertimento nasce da un confronto possibile tra due giocatori, tra due abilità. Se un maestro di scacchi gioca con un dilettante può trar piacere per molti motivi, ma da un punto di vista strettamente scacchistico non si può più di tanto divertire perché vince facilmente. Per lo stesso motivo il dilettante si sente schiacciato dalla superiorità del maestro, e va incontro a un risultato scontato della partita. È interessante notare che se in questo caso attribuiamo un deficit al maestro, togliendogli una regina e privandolo così di forze “materiali”, allora forse questo riequilibra le sorti della partita, aumentando l’handicap-difficoltà del maestro e diminuendo l’handicap del dilettante. Paradossalmente in questo caso al deficit non corrisponde in realtà un handicap come svantaggio, ma un handicap più gestibile, meglio distribuito tra i giocatori. L’handicap aumenta il piacere della partita, perché il risultato non è più scontato.
L’approfondimento di questo numero di “HP-Accaparlante” è dedicato proprio alla possibilità di giocare a scuola: con cosa? Proprio con l’handicap. La maestra Elisabetta Zanardi ci guiderà passo dopo passo nel racconto dell’incontro tra Stefania Baiesi, animatrice diversabile del Progetto Calamaio, e i bambini della sua classe. Questo percorso educativo e di animazione, costellato di giochi che sono assolutamente riproponibili in ogni classe, insegna che se si ha creatività e il coraggio dell’integrazione, il risultato non è più scontato… e vincono tutti!

 

Parole chiave:
Gioco, Scuola ed educazione